Quando mi hanno chiamato stavo attraversando una giornata nera. Ma nera, eh. Mi arriva questa telefonata e dall'altra parte della cornetta c'è una voce radiosa, #vediamopositivo, mi dice. Cos'avrai da essere felice, dai, illuminami, recitavo mentalmente, già infastidito da tanta gioia. Che si sente sempre quando una persona sorride, anche al telefono. Mi sento come il Grinch, ma dopo la chiacchierata decido di imbarcarmi in questa impresa. L'obiettivo della campagna #vediamopositivo è quello di invitare a vedere la vita con positività e dare risalto a ciò che di buono c’è in ogni città italiana: talenti nascosti, negozietti particolari, chicche d’arte trascurate, associazioni culturali, personaggi insoliti e via dicendo. Compagno di questa avventura è il mio collega e amico Piero Babudro, ma devo dire la verità: il viaggio da Bologna non è iniziato nei migliori dei modi.

Ok, non preoccupiamoci, sono solo incidenti di percorso, #vediamopositivo: è venerdì, c'è il week end, ci sarà il sole. Non pensiamo al fatto che ogni volta che devi prendere il treno ci sono ritardi clamorosi e ti viene voglia di rimanere in casa cercando di costruire un teletrasporto. Guardiamo le cose da un altro punto di vista: ho più tempo per osservare le persone che animano la stazione. E lo assicuro: è tanto divertente. Incidenti a parte, arrivo a Trento in pochissimo tempo – sapete che da Bologna sono solo due ore? – e bisogna sfatare subito un mito: non è vicina a Trieste. Sono due realtà distinte. Poi scopro che:

  • Per dare il benvenuto in birreria ti offrono un flûte. Di birra. E questo è un segno di grande civiltà, converrete.
  • I trentini non sanno dare indicazioni. O sono dei gran burloni. Non avessimo avuto lo smartphone ci saremmo persi quelle 758 volte. Ma è bello anche così, perché scopri vicoli che portano all'infinito e oltre.
  • Decidere di mangiare tre tipi di wurstel, insieme a patate, crauti, senape dolce (nettare degli dei, suppongo) e innaffiare il tutto con una doppio malto, ecco, capisci che la felicità è più vicina di quanto si pensi.

La città ci accoglie nel migliore dei modi: con una temperatura al di sotto della media. Ma va benissimo così: ne approfittiamo per rimanere in movimento e goderci una lauta cena. Nel frattempo ci accorgiamo che molti indigeni rimangono volentieri a sorseggiare drink nei tavolini dei pub. Fuori. Senza funghi di calore. Il mio corpo rimane comunque sul vitale, merito anche del vin brulè che ho preso come digestivo. Appunto mentale: fa bene all'anima.

Trento ci appare subito come una città magica, un pensiero che trova conferma alla mattina, quando le strade sono inondate dal sole. L'atmosfera è quella di una favola, così come il panorama che trovi tra una casa e un'altra, con queste montagne che abbracciano vie, guglie e castelli. Trento è estremamente romantica ed è forse l'ideale gita fuori porta per famiglie e coppiette. Io sono notoriamente un fortunello e quindi ci sono capitato per la prima volta con un uomo alto quanto me e con il doppio della barba. Ah, nella foto sono quello che ha scelto gli occhiali rosa. E sì, sembro Elton John.

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Sabato mattina siamo andati in giro con Fabrizio, un signore che vive da 40 anni in città e ne conosce ogni retroscena. Dalle nove del mattino ci accompagna per ogni via e viuzza, snocciolando storie e curiosità. Ci racconta delle origini di Trento e del fatto che la prima città era sorta dall'altra parte del fiume Adige. Del Palazzo Geremia, affrescato così per accogliere l'Imperatore. Del Castello del Buon Consiglio e del processo a Cesare Battisti, Fabio Filzi e Damiano Chiesa. Ci parla delle cene benedettine, una realtà che ha contribuito a realizzare per 25 anni: nel Medioevo i monaci usavano aprire una volta all'anno le porte dell'abbazia per offrire una cena frugale agli abitanti della zona, simbolo di condivisione, di ospitalità e di apertura. E così Fabrizio e amici hanno regalato un momento di ricostruzione storica che era arrivata a raccogliere 700 partecipanti il primo anno e oltre 2.000 l'ultimo, senza considerare alcuni ospiti speciali come il Dalai Lama. Sì, proprio lui.

È stata una mattinata davvero piacevole e sono felice che il signor Fabrizio ci abbia sopportato, soprattutto per il fatto che ogni cinque/dieci minuti dovevo fermarmi a fare foto, scrivere tweet o appuntarmi qualche nome. [Quindi colgo l'occasione di ringraziare pubblicamente Fabrizio e la pazienza dimostrata].

Tra le storie più suggestive – e terribili – che ho ascoltato c'è quella di san Simonino. La mia attenzione era stata catturata da un medaglione posto su una casa e raffigurante un bambino che veniva sgozzato. Detta così so che suona davvero poco romantica e pucciosa, ma è un passo di storia che vale la pena ricordare. Cos'era successo, dunque? Senza scomodare Carlo Lucarelli – paura, eh? – la storia è lunga, ma riassumibile con poche battute: si tratta di un triste capitolo tutto italiano legato alle prime persecuzioni agli ebrei. Nel 1400 fu ritrovato un bambino morto in una roggia del fiume Adige e gli ebrei della città divennero il capro espiatorio: Simone (da qui Simonino) era stato vittima di un omicidio rituale della comunità ebraica. Furono versati fiumi di sangue e il bambino divenne martire, fino a quando l'arcivescovo di Trento non si convinse che fosse tutta una fesseria e dichiarò la soppressione del culto di San Simonino. Ed era il 1965. Incredibile, vero? Da qui il medaglione della casa e questa targa che è stata posta addirittura nel 1992, grazie allo sforzo dei cittadini, tra i quali il signor Fabrizio.

Perché tra i tanti episodi ho voluto raccontare proprio questo? Forse per il messaggio che porta: basta poco per creare vittime e carnefici, mentre per rimediare agli errori serve tanto tempo. E allora vedere positivo significa saper guardare la realtà e osservare le nostre azioni, perché di vita ne abbiamo sempre e solo una sola. E sprecarla è un attimo. Per riprenderci da queste riflessioni che possono togliere il fiato, ci siamo affidati alla natura. E per natura intendo tre possibili varianti per combattere il freddo: vin brulè, bombardino (panna, zabajone caldo, brandy e caffè) e parampampoli (vino, grappa, caffè, zucchero e aromi naturali). Funzionano b e n i s s i m o. Abbiamo poi proseguito per i celebri Mercatini di Natale, dove ci siamo concessi qualche lusso in più. Per esempio, per essere certo di capire la cultura, mi sono portato a casa diverse scorte alimentari e mettiamola così: se domani arrivasse una nuova glaciazione sarei a posto per almeno una settimana.

Camminare in lungo e in largo al freddo stanca. Proprio per questo motivo ci siamo sacrificati e abbiamo mangiato alcuni piatti tipicamente leggeri e indicati per una corretta dieta mediterraea, come il gulasch, i canederli, i bretzel giganti, i wurstel giganti, le birre giganti. La cosa più strana della due giorni è stata però quando Piero, dopo una lauta cena (di quelle che probabilmente hai mangiato il tuo stesso peso corporeo), si è girato e mi ha fatto "Be', ora ci starebbe un bel kebabbino". Eh, mangiare significa riprendere le forze, no?

Trento è una città meravigliosa. Purtroppo non siamo riusciti a vedere il MuSe, il celebre Museo della Scienza ubicato alle porte della città in una stupenda cornice di montagne, verde e cascate. Ci siamo però rifatti gli occhi con le idee di Renzo Piano e prospettive assolutamente geniali. E poi questo è un posto che ti porta a pensare di essere sempre in vacanza: come giri un angolo trovi un panorama che scalda il cuore. Abbiamo però fatto due chiacchiere con Luca di TrentinoSviluppo.it e presto sarà pronta la video-intervista: l'innovazione passa anche per queste terre. Tra gli eroi del week end ci sono anche loro che vedete qui sotto in foto: da giovedì a domenica, dalle 10 alle 18, sono stati ad accogliere e fare foto alle persone, sempre con il sorriso. [Credo che per certi versi fosse una paresi facciale dovuta al freddo, ma ciò non toglierebbe punti all'abnegazione di tutti e tre]

E con il sorriso sono tornato a casa, lo ammetto.
La mia giornata nera? Uno sbiadito ricordo.
Che alla fine è sempre e solo questione di prospettive, di sguardi e di colori. E volontà.

Forse era questo che intendevano sin dall'inizio, da quella prima telefonata: "vediamo positivo" è un'attitudine. Che se diventasse abitudine forse non sarebbe male e probabilmente attenuerebbe tutte le giornate nere che ancora ci aspettano al varco.

P.S.: Incredibilmente al ritorno non ho trovato ritardi nei treni e sono riuscito addirittura a prendere una coincidenza. Mi sono commosso.