Che vita dura è la convivenza. Convivere. Ognuno di noi convive. Mia nonna per esempio è da anni, da che ne ho memoria, che convive con i dolori alla schiena, alle gambe, alle mani, alla testa e le fanno compagnia in ogni momento della giornata. A colazione, insieme ad un buon caffè di moka, si spalma un po’ di marmellata di reumatismi sulla fetta biscottata, si beve un succo di polpacci doloranti, a pranzo gobba fritta con contorno di patate, a cena straccetti di giramenti di testa con finocchietto fresco selvatico ed è normale che poi sia “scattata sana sana”. Eppure se la chiami e le chiedi come stai la risposta da 30 anni è sempre la stessa: “Non c’è male grazie………piena di dolori”. Sono suoi amici, fedeli colleghi di vecchiaia.

Sicuramente sono più di compagnia di mio nonno che da quando i suoi figli gli hanno “sequestrato” la patente, sia per il suo bene ma soprattutto per il bene dei pedoni, è caduto in un abisso oscuro chiamato“non servo più a nulla voglio morire”, frase che ripete 250 volte al giorno. Non fa che passare le sue giornate sul divano intervallando mezz’ora di tv e mezz’ora di penichella (ovvero il riposino), al massimo se è in buona salute mentale una scoreggia per movimentare il venticello casalingo. E pensare che era un vecchio giovane soldato della Decima Mas, impiegato Inps, uomo tutto fare e tutto di un pezzo, autista della famiglia, pericoloso ma altruista. Lui convive con la sua sordità. Il suo più fedele amico è l’apparecchio acustico (benedetto il giorno in cui si è convinto di farselo impiantare), ci parla, ci scherza, alle volte lo spegne apposta per isolarsi, altre volte fa finta di isolarsi ma lo tiene acceso per origliare.

Si definiscono unioni civili tutte quelle forme di convivenza fra due persone. Invece no, i miei nonni sono un’eccezione e come loro molti altri. La vera convivenza è la vecchiaia. Spero un giorno di arrivare a 80 anni e passa splen-dente e acciaccato, come loro, con gli stessi dolori, gli stessi dubbi e tormenti di chi sa di aver fatto il proprio percorso con dignità sapendo che l’unico pensiero é rivolto ad una sola cosa: dipartire. Convivenza permettendo.