Il tema dominante di questo primo scorcio della stagione estiva è senza dubbio quello della lotta all’immigrazione clandestina, del contrasto ai tentativi di approdare via mare al suolo italico. Cavalcata sapientemente da media e social network – avvinti da una corrispondenza di amorosi sensi nella quale i primi fanno da megafono agli input lanciati sul web dai leader delle forze di governo a colpi di tweet, post e quant’altro – l’emergenza sbarchi ha avuto in questi ultimi giorni un’impennata imprevista, complici lo scontro istituzionale sfiorato tra il Capo dello Stato e il Ministro dell’Interno e, da ultimo, le divergenze (poco) parallele tra Matteo Salvini, Luigi Di Maio e il premier Giuseppe Conte. Tanto da far preconizzare ad alcuni commentatori una possibile crisi tra le due forze politiche che sostengono il Governo, tale da minare la sua stessa tenuta. La vicenda offre l’assist per alcune considerazioni solo apparentemente balneari.

Tutti noi da bambini facevamo il tifo per gli indiani o per i cowboys. La linea di confine, in definitiva, era segnata dalla propensione di ciascuno a stare dalla parte dei perdenti o dei vincenti.  Questi ultimi, in parte fuorilegge, nascono come mandriani deputati a difendere il bestiame e assurgono poi a figure mitiche nell’immaginario collettivo dell’Occidente grazie all’epopea western. Uomini d’azione, rudi, coraggiosi e intraprendenti, contrapposti ai nativi americani, miti, vigorosi e fondamentalmente non bellicosi, la cui colpa maggiore era quella di vivere in territori oggetto dei desideri dei colonizzatori europei bianchi che, manco a dirlo, ritennero le popolazioni autoctone geneticamente inferiori e culturalmente arretrate, avviando così una sistematica azione di sterminio.

John Wayne, più di ogni altro, ha incarnato cinematograficamente il mito del cowboy e della frontiera americana in una serie infinita di pellicole. L’estate 2018 sembra riportare in auge questo archetipo, in noi profondamente radicato indipendentemente dal fatto che fossimo a favore dei pellerossa o dei visi pallidi. Un inatteso tuffo nel passato, insomma. Ci aveva già pensato ironicamente nell’estate 2016 l’eclettico performer Raphael Gualazzi con il suo brano L’estate di John Wayne, un vero tormentone che tutti ricorderanno. A tornare però non sono “i figli delle stelle” o “i riti dell’estate” evocati dal pianista marchigiano, e neanche l’aspirazione pacifista (“non scoppieranno guerre”), bensì la concezione dell’“uomo forte” cui affidare le redini del Paese. Matteo Salvini non è il capo del Governo – anche se sta studiando per diventarlo – ma di certo costituisce il prototipo dell’“uomo solo al comando”, del politico operativo H24 (e non solo su Twitter), che con modi sempre energici e a volte bruschi o irrituali scende in campo per realizzare gli obiettivi della sua azione politica – agevolato dalla presenza troppo spesso evanescente ed impalpabile del Presidente del Consiglio – sui quali, del resto, ha costruito un successo elettorale prima del 4 marzo inimmaginabile.

Lega e Cinque Stelle sono maestri della comunicazione, come ben sanno le forze politiche oggi all’opposizione, la cui sconfitta è da addebitarsi in buona parte alla difficoltà (quando non all’incapacità) di dialogare con gli elettori. I vincitori, viceversa, sono riusciti a recepire le istanze della collettività, a parlare “con” la gente “della” gente. L’attivismo non è di per sé deleterio, anzi. E non si può non riconoscere al vicepremier di aver impresso una svolta nell’azione di governo rispetto a tematiche che l’ostruzionismo ragionato di molti Paesi europei aveva condannato a un’impasse, riducendo l’Italia a spettatrice subalterna (se non passiva).

I bisogni della collettività, tuttavia, vanno sì compresi ma anche letti e filtrati – e non solo “cavalcati” – da chi si assume la responsabilità della rappresentanza politica. Chi ambisce ad essere uno statista non può essere un mero “esecutore” della volontà popolare, ma deve interpretarla e orientarla, specie quando esprime sentimenti diffusi (pur se giustificati e giustificabili) di insofferenza potenzialmente esplosivi. Questo almeno è quanto accade in uno Stato di diritto – espressione forse desueta, ma ancora valida – nel quale vigono regole da rispettare anche quando si vogliono rivendicare diritti e che si regge sulla separazione dei poteri e sulla ripartizione delle funzioni, preziosi antidoti ad ogni deriva autoritaria.

Non vi è spazio, insomma, per sceriffi e pistoleros, nonostante l’indubbio fascino che tali figure esercitano sulle nostre coscienze (e sul nostro inconscio). La narrazione della realtà come contrasto insanabile tra buoni e cattivi – che pure è alla base di ogni plot letterario e cinematografico di successo – seduce tutti ed è rassicurante perché ci riporta all’infanzia, quando tutto era certo e agevolmente catalogabile. Diventando adulti, tuttavia, ci si rende conto che il mondo è molto più complesso.

A Matteo Salvini, per ritornare alle suggestioni in musica di Gualazzi, non possiamo allora che augurare di sedersi ad un tavolo “per un poker con John Wayne” al posto di Sandro Pertini, primo presidente “interventista” della storia repubblicana del nostro Paese. E che questo non sia solo un sogno di una notte di inizio estate…