Per iniziare questa personale dichiarazione di voto, partirei elencando chi, in modo convinto, non voterò.

Non voterò per Silvio Berlusconi, come non ho mai fatto in passato e mai farò in futuro: non solo perché non sono di destra ma, se per assurdo lo fossi, di sicuro non mi sentirei rappresentato da chi ha sempre piegato le istituzioni agli interessi personali.

A distanza di 20 anni dalla sua famigerata “discesa in campo”, con un partito dilaniato da scandali giudiziari e scissioni multiple, protagonista assoluto di esperienze governative fallimentari e derise sul piano internazionale, pur di non perdere le elezioni ha abbracciato, oggi, il peggior partito di destra italiano, la nuova Lega di Matteo Salvini, razzista, a tratti xenofoba e sostenitrice della flat tax, strumento utile a rendere i ricchi ancor più ricchi.

Non voterò per il Movimento 5 Stelle: un movimento che, ancor oggi non conosce democrazia interna, è misteriosamente diretto da una società privata (della famiglia Casaleggio), non garantisce cultura e preparazione come dimostra il suo giovane leader, Luigi Di Maio, il cui curriculum è privo di esperienze lavorative o accademiche degne di nota .

Un partito che non ha rispetto per i milioni di voti che raccoglie, confinati all’opposizione all’insegna del puerile assioma “mai alleanze con nessuno”, vera bestemmia in un Paese in cui esiste, alimentata da una brutta legge elettorale,  una molteplicità di vedute, nessuna predominante.

Un movimento intriso di tracotante demagogia sotto la quale si nascondono, molto spesso, l’inganno e la furbizia, come dimostra il caso dei mancati rimborsi delle indennità da parte di autorevoli suoi esponenti.

Dulcis in fundo, una forza politica le cui prime importanti esperienze amministrative, come quella di Roma, hanno manifestato inattese e sorprendenti opacità (oltre alle attendibili improvvisazioni, molto pericolose se portate a livello di governo nazionale).

Non voterò nemmeno per il Partito Democratico.

Sulle motivazioni di questa scelta, credo siano sufficienti poche righe: l’elettore che, 5 anni fa, aveva scelto Bersani (alleato di Vendola nel progetto Italia Bene Comune) si è poi ritrovato, in spregio al proprio voto tradito platealmente, una stabile alleanza di Governo, per l’intera legislatura, con Alfano e Formigoni, l’eliminazione dell’articolo 18, il Jobs Act, la detassazione della prima casa anche ai ricchi, nessun intervento significativo sull’età pensionabile, l’aumento del contante da 1000 a 3000 euro, lo scudo fiscale (condono mascherato), la buona scuola (cattiva per molti insegnanti).

Chi tradisce in questo modo i propri elettori (proseguendo tra l’altro una dinamica di accettazione sostanziale del neoliberismo iniziata già prima dell’epoca Renzi) merita un solo segnale possibile: l’abbandono.

Fatta questa premessa, risulta quindi chiaro che voterò per la lista di sinistra che esordisce in queste elezioni: Liberi e Uguali.

Nel prossimo Parlamento e in generale nella vita politica italiana (ed europea) c’è una forte necessità di rafforzare un “altro” punto di vista rispetto alla dominante visione neo-liberista della società, insulto al vero capitalismo che non andrebbe mai scambiato con la giungla in cui ci siamo ritrovati.

Una società, per ricordare a chi ancora non lo sapesse, dove, cosa mai accaduto nella storia, l’1% della popolazione detiene il 25% della ricchezza del nostro Paese, in perfetto sincronismo con le dinamiche osservabili su scala mondiale (appena 8 supermiliardari hanno accumulato negli ultimi anni, e anche qui, come mai in passato, lo stesso patrimonio, più di 400 miliardi di dollari, detenuto dalla metà più povera del mondo, ovvero 3,5 miliardi di esseri umani!).

Una società, quella italiana, dove si continua ad assistere inermi alla proliferazione delle fughe verso i troppi paradisi fiscali, odioso strumento attraverso cui multinazionali e ricchi finanzieri eludono le tasse pagando molto meno dei poveri e della classe media.

Una società dove i principali servizi pubblici, sanità, scuola e trasporti, sono al collasso, grazie alle politiche di rigore che, invece di fare una vera lotta all’evasione fiscale di massa, stanno strozzando con tagli impetuosi Comuni e Regioni.

Una società, infine, dove il tasso di disoccupazione resta superiore al 10% (quasi il doppio di 10 anni fa) e, tra i giovani, 4 su 10 non trovano lavoro; tutto ciò mentre, assurdamente, a chi lavora è richiesto sempre maggior sforzo (con effetti negativi nella società) attraverso l’aumento costante dell’età pensionabile e il mantenimento antistorico delle 40 ore settimanali, in un’epoca in cui l’enorme progresso tecnologico garantisce produttività enormi e il lavoro potrebbe, perciò, essere facilmente ridotto e saggiamente redistribuito (come fatto in Francia 20 anni fa e recentemente in Germania).

Liberi e Uguali offre, di fronte a questo inquietante scenario, una visione e un programma convincenti e da sostenere senza indugi.

Reintroduzione dell’articolo 18 ed eliminazione del Jobs Act, reintroduzione della tassa sulla prima casa a chi la può pagare senza grossi affanni (dando nuova liquidità ai Comuni), abbassamento della soglia del contante nelle transazioni economiche e progressivo suo abbandono a beneficio dei pagamenti elettronici (bancomat, carta di credito, bonifici) utili ad estirpare il cancro dell’evasione, riduzione dell’orario lavorativo (di cui, in verità, Pietro Grasso, in modo poco comprensibile, non parla al grande pubblico televisivo e del web), riduzione dell’età pensionabile, rimodulazione delle aliquote fiscali per distribuire meglio il peso delle tasse e far pagare di più a chi ha di più.

C’è anche altro, tutto importante. In particolare l’aumento dei fondi per il Sistema Sanitario Nazionale, sempre più necessario in un’epoca in cui anche le conquiste più antiche, come il medico o il pediatra di base sono oggi messe pesantemente in discussione (ad esempio a causa del mancato turn over di quelli che vanno in pensione e il conseguente ridimensionamento complessivo dell’offerta alle famiglie).

Tutto bene dunque? Non proprio, ad essere onesti intellettualmente.

Partiamo col dire che Liberi e Uguali, purtroppo, non è un partito ma un’alleanza elettorale composta da 3 diverse formazioni (Sinistra Italiana, Articolo 1, Possibile). Perché?

Semplice: pur condividendo l’analisi di fondo di cui abbiamo parlato e l’attuale necessità di distinguersi dagli altri poli in campo, leggermente diverse sembrerebbero essere le strategie per il futuro.

Da un lato, infatti, c’è chi pensa che, se andrà in porto l’operazione di sconfiggere Renzi sottraendogli tanti voti “a sinistra”, si apriranno nuove opportunità per ricucire rapporti con il Partito Democratico “de-renzizzato”; dall’altro, invece, c’è chi non solo con Renzi non ha mai condiviso un singolo giorno di Governo ma, in più, ritiene che l’ex Presidente del Consiglio sia solo il punto terminale dell’involuzione di un partito ormai “modificato geneticamente” e, in quanto tale, da abbandonare almeno per un bel po’, dagli scenari di future collaborazioni.

Queste differenze, probabilmente, emergeranno dal giorno dopo le elezioni gettando un’ombra sulla capacità del futuro gruppo parlamentare di restare unito, senza scindersi in due tronconi. Insomma, una debolezza intrinseca che non induce a ottimistiche previsioni.

Un altro aspetto che non convince pienamente nel progetto di Liberi e Uguali è la sottovalutazione del fatto che programmi interessanti e condivisibili hanno necessariamente bisogno, per sfondare nell’elettorato, di candidati ed esponenti di punta estremamente credibili e difficilmente attaccabili. E’ così?

Purtroppo non sempre. Persone stimabili come Pietro Grasso, Laura Boldrini, Nicola Fratoianni, Pippo Civati, Sergio Cofferati e Stefano Fassina sono un fiore all’occhiello da mostrare con orgoglio. Tuttavia, a queste persone, alcune delle quali avvicinatesi alla politica di recente ma dotate di forte autorevolezza e popolarità, si aggiungono anche altre che portano con sé un peso del passato da consegnare forse alla storia della politica italiana piuttosto che alla cronaca di una campagna elettorale.

Senza ricorrere a inutili giri di parole, Bersani, D’Alema, Epifani ed altri rappresentano un grosso freno verso quell’elettorato che attendeva un’autocritica (ovvero un passo indietro) da parte di chi ha avuto forti responsabilità, anche di governo o di amministrazioni periferiche, negli ultimi decenni.

Cosa si potrebbe rispondere, ad esempio, se si rivolgesse a Bersani, persona pur rispettabile e seria, la domanda sul perché non abbia mai provato, formalmente, a presentare una mozione di sfiducia verso Matteo Renzi in Parlamento, sostenendolo invece, per 3 lunghi anni, seppur in modo ampiamente critico?

E a Massimo D’Alema, che in un’altra Italia, quasi un’altra epoca storica, sedeva alla Camera e guidava il principale partito di sinistra, non potrebbe un suo vecchio elettore chiedere conto del fatto che gli ideali progressisti da lungo tempo, ben prima del renzismo, si erano troppo indeboliti grazie all’adesione acritica alla famosa “terza via” di Clinton e Blair, rivelatasi poi un cavallo di Troia dal quale il neoliberismo sfrenato ha avuto libero accesso per destrutturare lo stato sociale nonché la moralità del Paese?

E cosa risponderebbero entrambe se gli venisse chiesto ad esempio un parere, sul piano politico, della triste conclusione del Monte dei Paschi di Siena, oppure della privatizzazione della Telecom (ex importantissimo bene pubblico, oggi in mano francese), che negli anni ha suscitato tante perplessità e critiche?

Forse D’Alema e Bersani direbbero, con non poche ragioni, che si tratta di problemi tanto delicati e vasti da richiedere un approfondimento storico imponente. Bene, un tale lavoro è per definizione improponibile nei tempi stretti e contesi della campagna elettorale, epicentro di facili polemiche e attacchi da parte di avversari o di semplici elettori.

Tra l’altro, dato non trascurabile, passare la mano dopo decenni di vita politica è un fatto nobile, utile a far crescere nuove classi dirigenti e a disinnescare abilmente il leitmotiv della rottamazione.

Infine, vi è un ultimo dato che lascia perplessi, non meno rilevante degli altri.

Aver insistito tanto, rischiando di spaccare la propria base elettorale, sulla possibilità di candidatura di Antonio Bassolino, poi sfumata, ha prodotto un danno politico notevole: il Sindaco di Napoli Luigi De Magistris, forse anche per l’indisponibilità ad associare il suo nome ad un’esperienza che, piaccia o no, chi ha votato per lui ha inteso superare, non ha personalmente sostenuto una lista che, in teoria, era vicina alle sue posizioni.

E’ stato saggio rinunciare, contando su un risicato 6-7% accreditato dai sondaggi, al sostegno del Sindaco della terza città d’Italia e capitale del mezzogiorno, unico amministratore di una grande città italiana non appartenente al PD, 5 Stelle o di destra? Un Sindaco, tra l’altro, votato due volte e sostenuto da 6 anni in Consiglio Comunale?

Ed è un caso che proprio da Napoli sia partita l’esperienza di una “piccola” lista, Potere al Popolo, che nell’incertezza di superare lo sbarramento, di sicuro anche a causa di questo incerto mescolamento tra passato e futuro, è cresciuto e toglierà consensi a Liberi e Uguali?