E così un’ennesima pagina degli esami di maturità è stata scritta.

Archiviate le Notti prima degli esami di vendittiana memoria (1984) che quest’anno festeggiano il trentennale (rinverdite cinematograficamente dall'omonimo film del 2006 di Fausto Brizzi), in molti continuano ad interrogarsi sul vero oggetto misterioso di questa ultima tornata: Salvatore Quasimodo (1901-1968), poeta ermetico che vide i natali nella patria insulare del cioccolato – il riferimento agroalimentare è d’obbligo, nell’Eataly contemporanea – ma anche, scusate se è poco, vincitore del premio Nobel per la Letteratura nel 1959. Il suo fantasma aleggia sulle notti (non più) insonni degli ignari ragazzi chiamati in questi giorni alla prova della vita: sì, proprio Salvatore Quasimodo, «Quel ragazzo che fuggì di notte con un mantello corto e alcuni versi in tasca» (Lettera alla madre), come ebbe a dire disé nel suo viaggio da Modica verso il mondo. Dopo di lui, per l’Italia, solo Eugenio Montale (1896-1891) nel 1975 e Dario Fo nel 1997 sono stati insigniti del prestigioso riconoscimento: ma, tant’è, la memoria non è prerogativa del Belpaese.

La sua maggiore (e inescusabile) colpa, nella società dominata dal verbo internettiano in cui impera il diktat «i social network al potere», sintesi del pensiero unico globalizzato? Quella, evidentemente, di non esser stato protagonista di nessun talent show, di aver eluso la catena seriale di reality intellettual-culinari, di aver collezionato pochi o nessun“mi piace” (“i like”, per i connazionali che masticano a fatica la madrelingua), di essersi inopinatamente sottratto al fascino poco discreto dei talk show, di non essersi sbracciato per ottenere visibilità nell’arena televisiva, magari a scapito di una classe politica in servizio elettorale permanente effettivo.

La sua anima lieve e taciturna ha preferito ‘spegnere’ la TV e volare a Stoccolma per ritirare il suo ‘piccolo’ premio.

Ha peccato di superbia, Salvatore, snobbando la caterva di MasterChef, MasterPiece,MasterMind e MasterTutto. Proprio lui, il cantore dalle umili origini, si è immodestamente sottratto alle luci della ribalta, preferendo accarezzare in silenzio i suoi versi, densi di gratitudine per il passato, il ricordo, la memoria, la sua terra devastata da un terribile terremoto: «Dove sull’acque viola era Messina,tra fili spezzati e macerie tu vai lungo binari e scambi col tuo berretto digallo isolano», cantava in un’altra delle sue icastiche poesie (Al Padre).

Un delitto di lesa maestà, il suo, dall’inevitabile contrappasso nel Tribunale dell’Italia che va: essere cancellato senza appello dalle coscienze, individuali e collettive, travolto dal “non c’è tempo”.

Sì, perché gli aspiranti alla maturità hanno candidamente affermato che del poeta siciliano non si è arrivati a parlare, “non c’è stato tempo”, tra incombenti quizzoni, sempre più invalsi test Invalsi, tesine, materie di indirizzo e sperimentazioni varie (della serie, quando l’uso improprio di una parola ne annichilisce il potenziale positivo).

Né si poteva realisticamente pretendere che fossero loro ad attivarsi per colmare le lacune di un sistema scolastico che, dispiace dirlo, fa acqua da tutte le parti. Siamo stati tutti studenti (e maturandi), e nessuno dimentica l’approccio riluttante ai Promessi sposi di Alessandro Manzoni (1785-1873) o ad altre opere che pure costituivano il fulcro della preparazione e che molti hanno rivalutato solo tardivamente; figuriamoci vagheggiare un’autodisciplina che non è di quell’età.

Questa volta, insomma, occorre spezzare una lancia in favore dei tanto vituperati "giovani", troppo spesso vittime degli stessi strumenti informatici e tecnologici che sembrano governare con nonchalance.

Resta l’amarezza, e non soltanto per l’amnesia intellettuale di gruppo.

I maturandi hanno inevitabilmente glissato e cincischiato sulla traccia dedicata al figlio del capostazione assurto al rango di letterato di fama internazionale dopo aver abbandonato il sogno di diventare ingegnere per le precarie condizioni economiche della sua famiglia, costretto ai mestieri più umili, con una dignità ignota ai nostri tempi, prima di raggiungere l’agognata stabilità economica e di centrare un miraggio ancora più grande del suo sogno di gioventù: Salvatore, che accettò suo malgrado di essere geometra ma non per questo aveva rinunciato a studiare (privatamente) il latino e il greco e a frequentare i suoi vecchi amici, uomini del calibro di Salvatore Pugliatti (1903-1976), eclettica personalità di giurista, musicologo e letterato, e di Giorgio La Pira (1904-1977), uno dei padri fondatori della nostra vituperata Repubblica.

Una storia personale emblematica la sua, che docenti e educatori non si sarebbero dovuti far sfuggire anche a costo di inevitabili – ma non certo drammatici – tagli di programmi su altri fronti.

E invece no. Salvatore Quasimodo, chi era costui?

L’interrogativo inquietante è circolato sul web – e non solo – per ventiquattro ore,con non poche e facili ironie.
Storie di ordinaria stoltezza. Almeno nel Belpaese.
Sì, perché c’è dell’altro.

È passata pressoché inosservata, nelle stesse ore, una notizia che invece dovrebbe inorgoglire noitutti, e al contempo farci meditare.

L’idioma italico – udite, udite – è la quarta lingua più studiata al mondo, subito dopo l’immancabile inglese, il francese e lo spagnolo. Il dato è tanto apparentemente clamoroso quanto gradevolmente destabilizzante – ma non per gli addetti ai lavori, che al tema hanno dedicato una giornata distudio svoltasi a Roma grazie agli auspici di un network di diciannove università, l’IcoN, che ha avuto l’ardire di promuovere un corso (gettonatissimo) di laurea in italianistica on line (a riprova che il medium tendenzialmente è neutro) per stranieri – se si considera il coefficiente di penetrazione della nostra linguanel mondo. Alle nostre spalle si sono collocati idiomi ‘pesanti’, come il cinese, il giapponese e il tedesco.

Tra i fattori di tale successo vi è in primo luogo la cultura italiana.

Non di solo cibo vive il nostro Paese – e nonpossiamo fare a meno di tirare un sospiro di sollievo, sappiamo bene da qualcheanno che con la cultura non si mangia… – anche se le virtù culinarie di CasaItalia hanno di recente suscitato curiosità e vivido interesse per l’idioma dantesco. Fondamentale, certo, è la musicalità della nostra lingua, certificataa livello internazionale da una tradizione lirica che non ha eguali, ma èsoprattutto il nostro patrimonio letterario – ci ricorda il direttore dell’IcoN– a fare la differenza. E non soltanto i classici. In prima linea anche gliscrittori contemporanei, senza differenze di rilievo – sotto il profilo dell’appeal – tra narrativa, poetica esaggistica. Sì, persino la negletta poesia, con buona pace delle personecolpite in questi giorni da repentini e irreversibili effetti amnestici quasimodiani e da più o meno intensi analfabetismi di ritorno.

La condizione privilegiata – e faticosamente conquistata nel corso dei secoli – della nostra lingua potrebbe essere il motore di un rinascimento culturale del nostro Paese, del suo rifiorire, una pre-condizione della ripresa, del superamento di quella decadenza diffusa che, primariamente economica e sociale, è in realtà il fruttodi una crisi culturale, di valori e di costumi.

E invece no. Ma, in fondo, che cosa ci possiamo fare?

È tutta colpa di Quasimodo.