Il viaggiatore che ha mollato tutto per girare il mondo, Claudio Pellizeni
in foto: Il viaggiatore che ha mollato tutto per girare il mondo, Claudio Pellizeni

Hai 31 anni, sei giovane e vice direttore di una filiale appartenente a una delle più importanti banche a livello internazionale. Una posizione privilegiata considerata l’età e la drastica realtà occupazionale del Bel paese. Hai il futuro davanti e la vita sembra sorriderti con una carriera che ti apre letteralmente le porte. Tuttavia, c’è qualcosa che non va. Non ti senti appagato, hai la sensazione di non fare davvero quello che ti piace. Vivi e vedi giorno per giorno che quella non è la tua vita, che il tuo futuro non può essere quell’ufficio, quella logorante routine… Sostanzialmente non sei felice. Hai un fuoco ardente che necessita di essere alimentato e te ne rendi conto. Non vuoi che si spenga, alimentarlo significa vivere, cambiare orizzonte. Per farlo, prendi una decisione drastica che ti cambia letteralmente la vita. Molli tutto, parti. Te ne vai inseguendo la concretizzazione del tuo sogno: il giro del mondo senza prendere aerei.

Queste parole riassumono in qualche modo lo stato d’animo che ha preceduto la scelta di Claudio Pellizzeni che ha scelto di rischiare e di fare quello che sentiva. Di farlo davvero, girare il mondo senza aerei, proprio come fece Tiziano Terzani in Asia come da lui stesso raccontato probabilmente nel suo libro più bello – “Un indovino mi disse”. Un racconto che ha influenzato la scelta di Claudio che ha esteso in tutto il mondo il progetto di viaggiare solo via mare e via terra. Un progetto ambizioso, meraviglioso e difficilissimo per la grande quantità di problematiche che un simile itinerario può presentare, a partire da un problema di base: Claudio soffre di diabete. Un dettaglio non da poco che non lo devia in nessuno modo dal percorso che ormai ha intrapreso. Ascoltarlo è un piacere. La sua voce è rassicurante e lui è una persona disponibilissima e assolutamente sincera.

Inizierei ringranziandoti per la tua disponibilità (visto che abbiamo spostato l'appuntamento) e con la prima domanda, la più importante: Come stai?
“Adesso? Bene”.

E in generale?
“Mmhh.. Felice”.

Come ci sei arrivato a questa felicità?
“Ma guarda, come spesso mi piace dire, per raggiungere la felicità bisogna quasi toccare il fondo per poter ripartire di slancio, per prendere la rincorsa. Io facendo il lavoro che facevo, quel fondo lo avevo toccato perché ero profondamente infelice. Stavo facendo esattamente quello che non avrei voluto fare nella mia vita. È vero che la mia era una posizione privilegiata, hai ragione. Era uno stipendio sicuro, però io quando ho deciso, non avevo la fidanzata, non avevo figli o animali domestici. Ero responsabile solo e unicamente di me stesso e della mia felicità. Mi sono chiesto davanti allo specchio come raggiungere la felicità, sono andato a cercare sul dizionario, su Wikipedia la definizione della parola: la felicità è quello stato d’animo che si prova una volta realizzati i propri desideri. Per cui, l’unica chiave poteva essere quella di provare a realizzare il più grande sogno che avevo nel cassetto che era quello di fare il giro del mondo senza aerei. Quella è stata la chiave”.

Una cosa che trovo fantastica. Il tuo progetto, che personalmente ammiro molto anche per come hai descritto i luoghi che hai visitato, lo condivido ampiamente come il fatto che il viaggio possa essere uno degli strumenti utili per raggiungere la felicità. Tu come hai mosso i tuoi primi passi nel mondo dei viaggi?

“Io ho sempre amato viaggiare e il primo passo l’ho fatto appena laureato andando a lavorare in Australia per dieci mesi . Lì ancora non sapevo cosa fare della mia vita ma ho iniziato a capire cos’è la realtà backpackers (quel modo di viaggiare lento con lo zaino in spalla a diretto contatto con le culture). Poi sono tornato, laureato in economia, una laurea anche po’ pesante. Ho cominciato a entrare nel mondo del lavoro, ho provato anche a mettermi in gioco. Poi il desiderio di viaggiare è stato sempre più forte. All’inizio viaggiavo con le solite tre settimane di ferie, lavorando in banca le mie ferie non combaciavano con quelle degli amici e loro puntavano più a Formentera e Mykonos mentre puntavo più a Birmania, Tailandia, Laos o Sud America. A quel punto mi sono detto, non posso aspettare, vado da solo fino ad arrivare al punto di non ritorno. La famosa crisi in cui ho deciso di prendere in mano la mia vita e dedicarla al viaggio che mi preme sottolineare, come hai giustamente detto te, è una chiave per raggiungere la felicità ma non è di tutti. Io credo che la felicità sia nei sogni e nei desideri, quindi ognuno ha la sua e il viaggio non è lo strumento che cura tutto per tutti. Non è la panacea!”.

A proposto di cura, parliamo di Trip Therapy, ll nome che ha preso il tuo progetto. In che cosa consiste?

“Ho voluto giocare sul discorso del diabete. Parlando con il mio medico essendo diabetico, mi ha fatto notare che questa storia andava testimoniata perché ci sono diabetici che hanno paura anche ad andare a prendere la pizza con gli amici. Girando su Facebook mi sono reso conto che aveva ragione e ho deciso di raccontarlo senza metterlo però al centro del progetto. Doveva fa parte del viaggio come tutte le altre cose. Ho pensato a Trip Therapy anche come cura di sé stesso, cura del corpo, cura dell’anima. Una cura attraverso il viaggio, in realtà il viaggio ha fatto molto bene al mio diabete. È migliorato tanto”.
Una testimonianza che ho già sentito nei tuoi video. Viaggiare come terapia, come cura. Nel tuo caso però si può anche parlare del gene Wanderlust (amore per i viaggi)?
“Sicuro. L’irrequietezza che ci contraddistingue c’è. Io non riesco più a stare fermo. Quando ti entra dentro non ne esci è difficile. Comunque, credo che il vero viaggio sia mentale più che fisico. Quando collezioni tanti posti, tante cartoline è bello ma il vero viaggio è quello delle relazioni umane e il viaggio dentro sé tesso. Lo spostamento fisico alla fine è anche piuttosto relativo. Certo, è chiaro: ci arrivi dopo tanti chilometri macinati sulla strada. So che sembra una frase pretestuosa però alla fine è vero, il luogo diventa quasi secondario” .

Quindi diventa quasi un’esperienza metafisica?
“Assolutamente!”

Il tuo progetto è ispirato al libro di Tiziano Terzani “Un indovino mi disse” in cui lo stesso autore ha raccontato come ha scelto di viaggiare in Asia senza prendere aerei poiché un indovino gli aveva predetto che altrimenti sarebbe morto. Tu hai iniziato il tuo viaggio verso est, verso il sorgere del sole. Perché?
“Hai detto giustamente che Terzani mi ha ispirato, lessi quel libro in un periodo in cui analizzavo molto me stesso. Volevo che il mio viaggio mi restituisse il mio tempo in maniera anacronistica. Terzani si inserisce in questo. Ho chiaramente e apertamente detto di essermi ispirato a lui e al suo libro. Mi sembra ovvio. Ho scelto di andare verso Est perché viaggiare per sentieri è piuttosto complesso, soprattutto in Asia. L’Asia era il continente che conoscevo meglio. Quindi siccome partivo anche da un discorso di crisi interiore, l’Asia è un continente che cura molto anche l’anima, c’è un processo di interiorizzazione molto grosso mentre il Sud America è piuttosto dispersivo. Ci devi arrivare con una corazza piuttosto forte perché perdere la bussola è un attimo in Sud America. Ho scelto l’Asia per questa ragione poi c’era il confine con il Tibet, con la Birmania che era molto difficile”.

Difficoltà legate anche ai visti per il passaporto immagino?
“Soprattutto per quelli. È la parte più complessa in Sud America entriamo come europei e danno un visto senza neanche fare la richiesta. Quindi verso est metaforicamente andando verso il sole in faccia e meno poeticamente perché era la zona che conoscevo meglio che era molto facile per i backpackers e più complicata per un viaggio senza aerei. Da un lato quindi eri facilitato per il viaggio senza aerei” .

Cosa ti ha lasciato l’Asia e cosa invece ti ha lasciato il Sud America interiormente parlando?
“L’Asia mi ha restituito me stesso, completamente. Un’esperienza molto forte come in un orfanotrofio in Nepal, dove ho capito davvero cosa conta nella vita che sono poche cose: il rispetto, un sorriso, la compassione, l’umanità. L’Asia mi ha detto tutto questo. Il Sud America mi ha sconvolto da un lato perché avevo perso tutte queste sicurezze, soprattutto in Argentina dove mi sono perso per ritrovarmi ancora. Ho toccato davvero con mano quella che poteva essere la mia forza interiore perdendola e ritrovandola. In Argentina poi, come descritto nel libro, c’è stato un episodio grave, ho assistito a uno stupro e questo mi ha veramente destabilizzato. Il Sud America però mi ha dato la natura, ho fatto quasi tre mesi in Patagonia in tenda, bevendo acqua da ruscelli e fiumi, cucinandomi la sera quello che pescavo. Quindi ecco, mi ha restituito la natura.”

Parlando del libro, la domanda è: come sei riuscito a scriverlo? In viaggio tra una tappa e l’altra oppure hai immagazzinato tutto e buttato giù il racconto a viaggio concluso?
“Tradotto poco poetica: mi stavo rompendo le palle sul cargo mercantile.”

Immagino che di tempo ne hai avuto abbastanza!

“26 giorni di Oceano Pacifico, a un certo punto mi sono finito tutte le serie tv e i film sull’hard disk. A molta gente piaceva quello che scrivevo sul blog, di cose ne sono successe… buttiamole giù. Quindi è nato tra l’Australia e il nord America. Poi nell’anno consolidato in America mi è venuta l’idea di non scrivere un diario perché ce ne sono tanti. Non aveva senso. L’idea era di romanzarlo, c’è tanto del mio giro che non è stato scritto ma ci sono episodi strettamente correlati tra loro legati da una linea sottile”.

Una buona idea anche perché altrimenti ci sarebbe voluta una sorta di compendio
“Si. Mi sono chiesto: cosa mi sarebbe piaciuto leggere. Fortunatamente è piaciuto a tanta gente”.

Molte persone ti seguono e ammirano. Tutto molto bello si, ma ci sono stati momenti davvero difficili? Quali sono stati i momenti più duri da affrontare e se ci sono stati momenti in cui ti sei chiesto: chi me l’ha fatto fare?
“Ovviamente ce ne sono stati. L’unico momento in cui mi sono chiesto: chi me l’ha fatto fare, sono stati dopo i primi 300 metri da casa. Ormai però avevo messo in atto una macchina tale che non potevo più fermarmi. Ho perso mio padre durante il viaggio, ho fatto molta fatica ad affrontare frontiere che mi hanno gettato nello sconforto, ho contratto un virus in Colombia e credevo di morire però di morire felice perché stavo facendo quello che amo. Mi sono sentito molto solo in alcuni momenti , anche se hai la consapevolezza che il mondo non ti abbandona, devi fare tutti i ragionamenti basandoti sulle tue forze. È stato difficile anche non potere vedere gli amici, i matrimoni dei compagni di sempre, stare lontano dalle famiglia.”

Quanto esci rafforzato da questa esperienza? Molte persone viaggiano da sole, magari non con un’esperienza estrema ed impegnativa come la tua ma partono comunque da sole. Dicono di tornare rafforzate, come si raccontano tra loro anche via social. Sostengono di avere acquisito maggiore autostima e consapevolezza. Che differenza c’è tra il Claudio che è partito e quello che è tornato?
“La consapevolezza! È tutto lì. Ho toccato con mano certe esperienze, relazioni di un certo tipo e oggi non parlo più per sentito dire . Mi auguro di non perdere mai la consapevolezza e l’equilibrio che mi ha dato questo viaggio!”.

C’è una domanda che volevo farti circa la tua organizzazione per i pernottamenti e sulle spese giornaliere di questa impresa ma hai dettagliato tutto così bene che invito i lettori a visitare il tuo sito e la tua pagina social. Quello che ti chiedo invece è se fosse possibile viaggiare con te?
“Adesso cerco di condividere certe esperienze di viaggio con le persone dando un’altra chiave di lettura del viaggio. Dal 26 sarò in viaggio in Marocco dove seguiremo con un trekking una famiglia berbera. Ad agosto sarò in Perù. Ovviamente propongo tour che si possono trovare anche in agenzia di viaggi però ci sono particolari in più, come dormire in tenda con i contadini sul lago Titicaca (il lago navigabile più alto del mondo) – ndr. Tanto lavoro etico come l’esperienza con le famiglie berbere che ti lascia molto come esperienza umana. Oppure come in Nepal, dove i bambini dell’orfanotrofio ci hanno fatto da guida perché un domani vogliono lavorare con i turisti. Quindi anche un modo di fare sostenibilità. E poi viaggiare di gruppo può facilitare a superare lo scoglio per chi ha paura di fare il viaggio da solo. Molte persone mi hanno confermato che sono riuscito a dare loro lo stimolo per partire. Una guida, un mentore a le persone non abituate ad organizzarsi da sole su internet fa loro comodo. Una cosa molto bella che mi incuriosiva e oggi mi appassiona”.

Credo che questo sia molo appagante. Cosa c’è a breve?
“Fino al 2019 è tutto pieno ma sto organizzando qualcosa per l’Islanda che mi appassiona molto passando per la costa nord, quella meno battuta”.

Vorrei chiudere questa intervista con un aforisma di Nelson Mandela, uno dei miei preferiti che recita: “Un vincitore è un sognatore che non ha mai mollato”. In qualche modo ti ci vedo . Sei la dimostrazione pratica che i sogni sono realizzabili, ovviamente con spirito di sacrificio.
“Assolutamente. Senza testardaggine e caparbietà non vai da nessuna parte”.

Grazie ancora Claudio. Namasté !
“Grazie a te. Nasmaté e buena vida”.