Sono lontani i tempi gloriosi in cui Masi telefonava a Santoro per dissociarsi da un dibattito che non era nemmeno iniziato, e il giornalista lo zittiva con il garbo e la sommessa gentilezza di cui solo Santoro è capace. Quest'anno, per creare dibattito intorno al suo programma, al giornalista è toccato litigare con Travaglio: un momento televisivo non all'altezza di quello in cui a Travaglio spolveravano la sedia, ma comunque sufficiente a tenere alta l'attenzione di pubblico e media.

È stato un anno televisivo difficile per i talk show politici: il calo degli ascolti, la difficoltà di proporre ospiti interessanti, il tentativo di differenziarsi dai concorrenti, le interminabili dirette da gestire. E il risultato è stato fondamentalmente uno: creare il personaggio mediatico di Matteo Salvini.

L'ultima stagione dei talk si chiude con Santoro che saluta Servizio Pubblico, giunto all'ultima edizione dopo essere nato su un circuito alternativo di siti e tv locali.
Intanto Nicola Porro inganna il tempo vergando tweet contro Fedez, rapper 25enne inspiegabilmente assurto al rango di maître à penser agli occhi di chi fa informazione. Del Debbio lascia compiaciuto che i suoi ospiti si sbranino nell'arena di Quinta Colonna, con il risultato che tutti hanno ragione, ma nel dubbio la colpa sembrerebbe comunque degli immigrati. Corrado Formigli tenta di portare gli esteri in prima serata e Floris punta sulla quantità, con il risultato che, più che accogliere ospiti in studio, dirige il traffico. Massimo Giannini infine, confeziona puntate in cui il piattume della sua conduzione viene riscattato dalla presenza di personaggi dello spettacolo: da Bonolis a Pippo Baudo, da Edoardo Leo e Claudio Amendola a Michele Placido, all'intervento di Lorenzo Cherubini.
Il programma di Rai Tre però non è stato l'unico. Il trend si è verificato spesso nel corso di questa stagione televisiva: guadagnarsi l'attenzione del pubblico grazie all'appeal esercitato da cantanti, attori, conduttori.

Senza il grande catalizzatore d'odio e, specularmente, di consenso che era Berlusconi, dare struttura alla narrazione politica è più complesso. Ma il fattore da non trascurare, poco menzionato quando si analizza la contrazione dell'Auditel, è il fatto che quello attuale è il terzo governo non votato dai cittadini: i telespettatori si sono disaffezionati al dibattito politico perché, banalmente, non hanno un motivo che li stimoli a doversi informare. Tanto più se quel dibattito politico che si stava svolgendo riguarda questioni autoreferenziali quali, per esempio, i dissidi interni al Partito Democratico.
Lo ha spiegato Michele Santoro nel corso della conferenza stampa di Announo: è tutta l'informazione ad essere in crisi, perché se i talk perdono ascolti, i giornali vendono sempre meno. E questo proprio perché il cittadino ha perso interesse verso la res publica.
Michele Santoro ha poi osservato come i politici monopolizzino la tv da mattina a sera: vengono infatti invitati anche nei contenitori mattutini e pomeridiani. Se dunque da un lato aumenta il numero dei talk show, complice una rete quale La7 che ne fa il suo tratto distintivo, dall'altro questi si dividono percentuali dello stesso pubblico.

Il genere è decisamente inflazionato, eppure, in una tv che non riesce a reinventarsi ad eccezione di alcuni timidi tentativi, il talk show politico rimane una sorta di tassa ineliminabile. Il motivo non è tanto l'importanza del dibattito in una democrazia degna di tale nome, quanto un principio altrettanto fondamentale: costa poco. Gli ospiti infatti, partecipano gratis.
È perciò ipotizzabile che il prossimo anno la situazione rimarrà pressoché immutata, senza alcun realeripensamento non solo delle singole trasmissioni, ma della programmazione generale. Magari con la speranza che, nel frattempo, si affacci sulla scena politica un salvifico personaggio che riaccenda gli animi. E gli ascolti del giornalismo da salotto, naturalmente.