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La storia infinita dell’Ilva rischia di sfociare in uno scontro istituzionale con pochi precedenti nel nostro Paese. Eravamo infatti abituati ad assistere a duelli anche feroci tra politica e magistratura originati da vicende personali che coinvolgevano questo o quel esponente di spicco della casta, con inevitabile corredo di ‘accuse’ nei confronti dei pubblici ministeri di strumentalizzare l’esercizio dell’azione penale per orientare e/o condizionare la vita politica dello Stivale e correlative ‘difese’ delle Procure incentrate sull’obbligatorietà dell’azione penale e, dunque, sulla necessità di attuare la legge. Qualche mese fa la contesa ha raggiunto il suo apice, con la vicenda Procura di Palermo-Quirinale, che evoca i fantasmi della trattativa tra Stato e mafia ponendo, al contempo, serie questioni in materia di tutela della riservatezza e delle funzioni del Presidente della Repubblica: una vicenda scottante, approdata innanzi alla Corte costituzionale che si appresta a fornire il suo responso.

La vicenda Ilva, invece, appare slegata dai profili personali dei singoli imputati e, per la verità, anche dal protagonismo dei magistrati che ha talora avuto un peso decisivo in passato nel dettare tempi e modi di ‘campagne giudiziarie’ non sempre rivelatesi poi solide e giustificate. I magistrati tarantini – giudici e pubblici ministeri – chiamati ad occuparsi del disastro ambientale che ormai da anni stringe in una morsa inesorabile il capoluogo jonico e il suo hinterland, schiavo dell’industria dell’acciaio dispensatrice di vita (benessere economico) e di morte (causa esposizione alle sostanze nocive liberate nell’aria dl ciclo produttivo), hanno opportunamente adottato un ‘profilo basso’ quanto a strategie di comunicazione, preferendo alle troppe parole i fatti (cioè a dire, i provvedimenti giurisdizionali) e limitando allo stretto necessario gli interventi pubblici.

Resta il dissidio, paradossalmente reso più eclatante dai silenzi che impediscono le risse ma anche qualsiasi tentativo di mescolare le carte – per confondere le idee ai cittadini – da parte di chi sarebbe dovuto intervenire molto tempo prima per evitare che il disastro annunciato si materializzasse, si cronicizzasse e si incancrenisse, fino a giungere a un punto di non ritorno. Perché, al di là delle responsabilità penali (personali) che la magistratura ha il compito di accertare, al di là delle molteplici morti di cui saranno chiamati a rispondere i vertici dell’azienda, vi sono responsabilità politiche che si intrecciano con la storia stessa del colosso siderurgico del Mar Piccolo.

E politica è la risposta che ieri il Governo ha dato, con un sofferto decreto legge varato al termine di una riunione durata sei ore, che certamente non può essere la panacea per gli equilibri ambientali di una città le cui sorti sono da decenni indissolubilmente legate alla più grande acciaieria europea nata nel 1961 come Italsider, azienda pubblica su cui è stato costruito il progetto di sviluppo della città condiviso negli anni dalle istituzioni senza significative differenze di colore politico, privatizzata e ceduta al gruppo Riva nel 1995.

L’intervento governativo mira evidentemente a limitare i danni, ad evitare il disastro sociale e occupazionale che conseguirebbe allo spegnimento degli impianti disposto dalla magistratura. Individua dei paletti per la proprietà a tutela della salute e dell’ambiente, imponendo il rispetto delle prescrizioni dettate dalle competenti autorità amministrative, ma attribuisce alla stessa «la gestione e la responsabilità della conduzione degli impianti» autorizzandola a proseguire la produzione e la vendita dell’acciaio per l’intero periodo di operatività dell’Autorizzazione integrale ambientale, nel frattempo trasformata in legge. Disposizioni che sono in netta rotta di collisione con i numerosi provvedimenti dell’autorità giudiziaria che hanno imposto lo stop all’attività produttiva dell’Ilva, ivi compreso il rigetto dell’ennesima richiesta di dissequestro pronunciato nelle stesse ore dal Gip del Tribunale di Taranto.

Né poteva essere diversamente, perché in questo caso politica e magistratura viaggiano su binari paralleli, in quanto tali destinati a non incontrarsi mai: il Governo preoccupato dell’impatto sociale – e anche di ordine pubblico – che lo spegnimento degli impianti avrebbe sul sistema Italia, peraltro in una congiuntura economica tutt’altro che favorevole; la magistratura impegnata a reprimere tica ecomportamenti illeciti, ad accertare reati la cui gravità, del resto, è tale da non consentire scorciatoie o da lasciar presagire percorsi tortuosi ed esiti prescrizionali.

Il premier Monti, in conferenza stampa, ha algidamente dichiarato che l’intervento per decreto «si è reso necessario in quanto il polo di Taranto è un asset strategico per l’Italia». Come risponderà la magistratura del capoluogo jonico? C’è materia, forse (ma occorre leggere con attenzione il testo del decreto legge, non ancora diffuso), per un conflitto di attribuzioni tra organi dello Stato innanzi alla Corte costituzionale. Ma non siamo certi che ciò accadrà.

Quel che è certo, invece, è che si è scritta un’altra pagina oscura per il nostro Paese e per la Puglia. Grigia come l’acciaio, emblema di un Sud tradito. Quel Sud sedotto all’epoca del boom economico dall'agognato salto verso la “modernità” e il benessere,  oggi si scopre colpito due volte – nel diritto alla salute e in quello al lavoro – in attesa della luce radiosa di un’improbabile palingenesi.