Arriva in Consiglio dei Ministri un pacchetto di riforme dedicato al tema sempre effervescente della Giustizia, nelle sue varie declinazioni.

Ci ha pensato, nelle ultime settimane, a riaccendere i riflettori – proprio quando si pensava che il venir meno dell’“effetto Berlsuconi” nella disputa politica quotidiana potesse finalmente contribuire a rendere meno aspri e più costruttivi i toni in materia – la cruenta e poco edificante contrapposizione sorta all’interno degli uffici della Procura della Repubblica di Milano, giunta all’attenzione del Consiglio superiore delle magistratura con un corredo di accuse reciproche e di richieste anche pesanti di intervento sul punto, conclusasi con un nulla di fatto, in buona parte dovuto all’intervento del Capo dello Stato di cui si è fatto interprete il Vicepresidente del CSM, Michele Vietti, che è specchio dei limiti strutturali e funzionali  dell’organo di autogoverno della magistratura. Dalla guerra alle toghe (rosse o bianche che siano), alla guerra tra toghe.

Va dato atto al neo-ministro Andrea Orlando – un politico, dopo alcune ‘tornate’ di Guardasigilli tecnici dovuti a note contingenze e a veti incrociati – di essersi speso nei primi mesi del suo mandato, dimostrando un attivismo ignoto ai suoi più recenti predecessori, cercando di mediare tra le opposte – e spesso inconciliabili – posizioni espresse da magistratura e avvocatura. E al Governo Renzi di aver varato (nei termini previsti e promessi) alcuni provvedimenti, per lo più ereditati dalla pregressa legislatura, urgenti e indifferibili pena la censura dell’UE e un ulteriore discredito della già poco apprezzata macchina giudiziaria nostrana.

Ciò detto, occorre interrogarsi sul futuro, e sulla possibilità di dar vita a un piano di legislatura che – in una visione di più ampio respiro – possa tradursi in un miglioramento del servizio giustizia. Tracce di tale impostazione sono presenti, a quanto è dato sapere, solo in alcuni dei provvedimenti che saranno varati la prossima settimana – misure per abbattere il pesante arretrato del contenzioso civile, inasprimento del trattamento sanzionatorio di alcune fattispecie penali (e "reintroduzione" del falso in bilancio), maggiori garanzie sotto il profilo della privacy nella disciplina delle intercettazioni, modifica del sistema di elezioni dei membri togati del CSM, riassestamento della disciplina in materia di responsabilità civile dei magistrati, accelerazione del processo penale – anche se l’eterogeneità delle misure annunciate è tale da non consentire aloo stato un'adeguata valutazione.

Quel che è certo, tuttavia, è che sul terreno minato della giustizia occorre intervenire con decisione e con una visione sistematica, se davvero si vogliono ottenere risultati apprezzabili. Il dibattito sul punto è stato ingessato per un ventennio e le conseguenze negative sono sotto gli occhi di tutti: una giustizia (civile e penale) inefficiente, apparentemente garantista ma che finisce spesso per tutelare le posizioni forti a scapito dei soggetti deboli (si pensi alle vittime dei reati, di cui pure il nostro ordinamento dovrebbe occuparsi anche alla luce di alcuni obblighi rinvenienti dalle direttive europee).

E occorre intervenire sciogliendo alcuni nodi irrisolti, che riguardano l’assetto istituzionale della funzione giurisdizionale. Dall’inadeguatezza dell’attuale CSM, rispetto al quale non basta modificare i criteri elettorali della componente togata per eliminare il peso (rectius, la dittatura) delle correnti, ma occorrerebbe rimeditare composizione e criteri di selezione della componente non togata (evitando, per quanto possibile, la distribuzione da manuale Cencelli tra le varie forze politiche che puntualmente si ripropone in Parlamento ad ogni rielezione), alla responsabilità civile dei magistrati, che va ridisegnata non certo a colpi di emendamenti ma con l’unico scopo di garantire un’appropriata tutela ai cittadini di fronte ad eventuali errori compiuti da chi esercita una così delicata funzione; dall’obbligatorietà dell’azione penale, tabù (apparente) del nostro ordinamento, che dissimula – dietro un principio costituzionale nato in contesti storici molto distanti (e non solo temporalmente) dall’attuale – spazi di discrezionalità di fatto in grado di alimentare anomalie e  disparità di trattamento che potrebbero tranquillamente essere ridotte attraverso l’adozione di criteri di priorità, individuati annualmente dal Parlamento o dal altro organo terzo (con un effetto deflattivo indiretto rispetto alle fattispecie di reato bagatellari), alla questione delle incompatibilità dei magistrati amministrativi, peraltro già in agenda nel programma del Governo.

Occorre, insomma, un cambio di passo.

Realisticamente non facile, certo, tenuto conto delle molteplici e prevedibili resistenze (più o meno sotterranee), ma che può costituire un importante banco di prova per Matteo Renzi e per il suo Esecutivo, in grado di smentire clamorosamente un dato che è ormai diventato un luogo comune e che, parafrasando uno slogan propagandistico caro ai cultori di Carosello, può così essere sintetizzato: «Oh, no, sulla Giustizia non si può…».