L'altra sera ho spiato due innamorati che si baciavano, mi sono arrabbiata per la lascivia di un vecchio satiro, ho intravisto una ragazza legata nuda a uno scoglio disperarsi, sono entrata nella camera da letto di due amanti e mi sono persa a guardarli, ho vissuto l'attimo esatto in cui il cuore di un uomo si è spezzato e la sua testa è andata in frantumi, ma soprattutto sono salita in groppa a un ippogrifo ed è stato bellissimo.

Tutte queste emozioni me le ha date un solo attore che ha riempito la scena, dopo una prima lettura in piedi, fermo davanti a un leggio: le donne, i cavallier, l’arme, gli amori, le cortesie, l’audaci imprese io canto. Stefano Accorsi nello spettacolo Giocando con Orlando. Assolo, scritto e diretto da Marco Baliani, non incarna solo il cavaliere che per amor venne in furore e matto, ma è la sfuggente Angelica, è la coraggiosa e fragile Bradamante, è Ruggiero, è il desiderio lussurioso di Ferraù Rinaldo e Sacripante, è la gelosia cieca di Orlando e il cuore nobile di Astolfo che va sulla luna a recuperare il senno perduto dell'amico, è Alcina e la sua isola fatata. Salendo e scendendo da semplici pedane dipinte di nero, o all'ombra degli imponenti cavalli colorati di Mimmo Paladino (nomen omen) sullo sfondo, è un tutt'uno con lo scalpiccio dei destrieri, il rumore delle onde, il fumo esalato dalla polvere lunare, il leggio e il libro al quale torna e ritorna sino al finale con un rimando al testo integrale dell'Ariosto: leggetelo se vi è piaciuto lo spettacolo. E qui la libraia che è in me ha vibrato.

Sul palco Accorsi è fisico, ha le movenze di un guerriero e il piglio di un bambino, salta schiva pugna corre s'arresta, è abietto, la voce distorta da istinti bestiali, è carnale, abbraccia tocca bacia si spoglia, e poi fugge combatte, vola svolazza volteggia, si libra in alto in sella all'ippogrifo, quindi s'inchioda. È di legno, mosso da fili invisibili, è un pupo siciliano che duella, forse il momento più bello, assieme al passaggio saliente sul Mediterraneo tomba, oggi più di un tempo, di tanti uomini venuti da lontano.

A TU PER TU CON I FAN

Abituato com'è ai tappeti rossi, Stefano Accorsi non si è tuttavia sottratto alle domande postegli nella libreria Spartaco, a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, poche ore prima di calcare il palcoscenico del Teatro Garibaldi. Regalando qualcosa in più di sé (mi piacerebbe essere diretto da Matteo Garrone, non ho mai lavorato con lui ma apprezzo il suo sguardo sulle cose) e riportando aneddoti esilaranti, collaudati, ha riso assieme al pubblico, declinando un dialetto e virando su un altro all'occorrenza, sempre con le briglie ben salde, sicuro di sé come sul suo ippogrifo. E alla fine non lo ha spaventato l'assalto pacifico dei fan che hanno invaso la libreria, non si è fatto disarcionare, disponibile, paziente.

L'INTERVISTA

  • Avati, Ligabue, Brizzi, Accorsi, Ariosto: emiliani fin nel midollo…

Ogni volta che mi trovo ad avere a che fare con la mia terra, con le mie radici, sicuramente c'è una sensazione, è come recitare nella propria lingua madre, cambia qualcosa, c'è un attaccamento forte.

  • Quel è stata l'evoluzione di Giocando con Orlando? Tutto è cominciato al Louvre…

Al Louvre c'è un piccolo auditorium, lì lessi qualche anno fa brani di alcuni canti dell'Orlando furioso ed è nato così il desiderio di portarlo in scena, perché mi sono reso conto di quanto fosse divertente raccontare il poema dell'Ariosto e quanto si prestasse a diventare uno spettacolo. L'idea all'inizio era vaga e confusa. Il primo passo è stato parlare con Marco Balsamo, il produttore, che accettò con entusiasmo, anche quando gli confessai che mi sarebbe piaciuto mantenere il verso, coniugando narrazione (all'epoca Ariosto leggeva i canti alla corte estense con ironia e battute estemporanee, stile che è stato mantenuto ma attualizzato) e azione, con la possibilità di entrare in tanti diversi personaggi. Marco Baliani, con nostra grande fortuna, dopo le perplessità iniziali, accettò di scriverne l'adattamento e curarne la regia. Nella primissima trasposizione, con me in scena c'era l'attrice, cantante e musicista francese Nina Savary.

  • Quando lo sceneggiatore ha fatto irruzione sulla scena?

La versione con Marco Baliani nacque per un errore: dovevamo fare uno spettacolo in estiva in Piemonte, per uno sciopero degli aerei non arrivarono né l'attrice né le scenografie di Mimmo Paladino. Non ci rimase che dividerci il testo in modo abbastanza semplice, lui leggeva e io andavo a memoria, e quella fu una rappresentazione davvero molto molto divertente. Al termine Marco Balsamo ci disse: questa è la prossima versione dello spettacolo. Due anni fa, per altre circostanze, Baliani venne meno per una settimana e così dopo quella stagione si è giunti all'assolo. Questo è il teatro, una cosa molto concreta, laddove gli incidenti di percorso finiscono per arricchire la vita di uno spettacolo. Tutto sommato l'assolo è la versione più vicina al desiderio iniziale e sfrutta anche molto la fantasia del pubblico: nel momento in cui io evoco l'ippogrifo, piuttosto che Angelica Bradamante o Ruggiero, ognuno può immaginarsi più o meno il viso che preferisce, l'animale che preferisce, la spada, il cavallo, lo scudo, le armature, esattamente come li vuole.

  • Com'è fare la guerra?

I cavalieri di Ariosto seguono l'istinto, il desiderio e la brama piuttosto che la regola cavalleresca, chi è vigliacco sarà

molto vigliacco, chi è eroico sarà molto eroico, chi è coraggioso lo sembrerà ancora di più: è interessante perché il contesto mette i personaggi a nudo, ci mostra impulsi primordiali. E tutto questo è profondamente teatrale. Nell'Orlando furioso c'è l'uomo con i suoi punti di forza e le debolezze. Poi l'amore è un tema fondamentale dell'opera.

  • Angelica e Bradamante, qual è la donna ideale?

Per quanto molto diverse, Angelica e Bradamante hanno entrambe una forte personalità. Bradamante non accetta alcun tipo di compromesso, ha imparato l'arte delle armi e spesso è più forte di tanti cavalieri avversi. Diventa una donna di potere usando gli schemi tradizionali del potere, infatti veste l'armatura, combatte con gli uomini ed è quasi invincibile, è come se addomesticasse la sua natura femminile a una logica maschile. Ama il saracino Ruggiero, lo rincorre continuamente finché non riesce ad averlo, poi i due si sposeranno, lui si convertirà e daranno vita alla stirpe estense. Angelica è considerata la donna più bella del mondo, preda del desiderio carnale sia dei paladini sia dei cavalieri musulmani. Anche lei ha carattere, non ama Orlando che l'ha vinta dopo una serie di tornei e non si adeguerà mai a questa situazione passiva, infatti alla prima occasione scappa dal campo e si trova in mezzo a una serie di pericoli incredibili fino a quando non incontrerà Medoro del quale si innamorerà. Per la prima volta nella sua vita conoscerà l'amore, lo sposerà e lui, da semplice fante, diventerà consorte della principessa indiana.

  • Come la mettiamo con Orlando?

Orlando è il paladino fiero, retto. Rifiutato da Angelica, cade dall'alto del suo piedistallo e diventa una bestia. Lui è vittima di un amore fantasmatico, tant'è che una volta perso il senno non riconoscerà nemmeno Angelica quando gli passerà accanto. Il fatto è che la parola amore per ognuno di noi ha un valore diverso. Quante volte pensiamo che gli amori sbagliati siano i più importanti della nostra vita, forse sono i più emozionanti, quelli che lasciano qualcosa. Orlando è un po' il primo personaggio tridimensionale, psicologico, della letteratura occidentale. Alla fine, grazie a suo cugino Astolfo, ritroverà la ragione. Passata la furia, attraverso una specie di morte metaforica, tornerà a essere il grande paladino che era prima, dimenticando così quello che era un amore non corrisposto.

  • Il desiderio insomma prevale sull'amore stesso.

Sì. I due filoni narrativi che abbiamo scelto sono da una parte Orlando e Angelica, dall'altra Bradamante e Ruggiero. Angelica scappa e Orlando la insegue, nell'altro caso è Bradamante a inseguire Ruggiero. Il lieto fine, e vissero tutti felici e contenti, dal punto di vista drammaturgico è meno stimolante. Molto più avvincente è invece tutta la fase che c'è prima, lo sgomento. Ruggiero tradisce Bradamante varie volte, lei però tiene fede al suo amore. Sono proprio questi momenti difficili a intrigare, come lo è osservare il modo in cui i personaggi gestiscono questi momenti. Quando si superano le difficoltà, ricordiamo i periodi di crisi con più nostalgia, perché siamo stati esposti alle emozioni  brutali della vita e se riusciamo a trasformare quella disfatta, quella delusione, in qualcosa di costruttivo poi ce lo ricordiamo per sempre.

  • In teatro bel paladino, al cinema, nel film Veloce come il vento, un po' meno bello.

La sensazione che suscitavo negli altri, nei panni di Loris, era addirittura respingente. La prima volta, giunto sul set,

passai al trucco e da lì nessuno mi riconosceva più nelle sembianze di questo pilota di macchine GT malmesso, drogato. Con lo spettacolo teatrale abbiamo girato tutt'Italia. Ero a Barletta e dopo cena mi si avvicina un fotografo che mi fa: io c'ero quel primo giorno di riprese di Veloce come il vento, ero lì per una gara automobilistica e mi fu detto che c'era un set cinematografico e che non potevo fotografare gli attori. Va bene, risposi, chi non devo fotografare? Stefano Accorsi? Ok, non gliele faccio le foto. Invece poi ne scattò migliaia, senza rendersi conto che stava fotografando anche me nei panni di Loris. Il fotografo quindi mi confidò: quando mi fu fatto notare, io risposi: e questo è Stefano Accorsi? Ho chiamato tutti gli amici: ma a voi vi piace Stefano Accorsi? Ma questo è un vècchio, ha i denti marci, i capelli unti. Alla fine il suo grande sollievo è stato annunciarmi in dialetto, a vocali strette: ma io sono felice di vederti ora, ccciovane, e che stai béne. Un'altra signora di Imola, la classica sdaura, una di quelle che ti immagini con il matterello a fare delle grandi tagliatelle tutto il giorno, viene e mi fa: ma Stefano Accooorsi, ma in televisione la fanno più belliiino. Insomma, quando mi vedevano nei panni di Loris, per qualcuno non era pensabile che fosse Loris la finzione, il che significa che dietro c'era un grande lavoro di trucco e parrucco.

  • Ma come si fa nella vita ad anticipare le curve e a raddrizzarle?

A volte si va anche lunghi. Soprattutto quando incominci ad avere un po' di successo, ti arrivano delle proposte, alcune anche abbastanza improbabili, ti chiedono di fare ruoli di tutti i tipi, dal 16enne all'80enne, ti sembra di avere la possibilità di dire: ma sì, io le curve le so raddrizzare. E invece andando in un altro Paese ti rendi conto che non è esattamente così. In Francia, ho ricominciato non da zero ma da tre: il mio francese ancora zoppicava, ho dovuto studiare, fare molti provini, però è stato istruttivo. Adesso lo dico con grande serenità, ma non ero affatto sereno quando è capitato: dopo una serie di film di successo a un certo punto in Italia le proposte erano calate drasticamente, se non avessi avuto la Francia, nella quale ho fatto almeno dieci-dodici film, devo dire che in Italia me la sarei vista abbastanza brutta: ho fatto, credo, tre film in nove anni. L'imprevedibilità fa parte di questo mestiere, non si è mai al sicuro, non è il successo che può metterti al sicuro, l'unico modo per tentare di raddrizzare le curve è quello di pensare sempre alla curva successiva, cioè superata la prima, devi già pensare a come impostare quella che viene dopo. Quando tutto va bene, è allora che devi cambiare punto di vista. Per raddrizzare e anticipare le curve in un lavoro come quello dell'attore, ma penso che valga in tutti gli ambiti, bisogna rendersi conto di non poter soltanto sperare di essere chiamato, ma di doverti costruire delle occasioni.

  • Che cosa resta dei personaggi nell'attore? Lo sporco di Loris se lo porta ancora dentro?

Nel caso di Veloce come il vento resta un ricordo bellissimo. Sono stato fortunato, con quel film ho vinto tanti premi,

e poi ho conosciuto Matteo Rovere che è un grande regista. Matteo Rovere è un audace, uno che osa. Anche l'incontro con Matilda De Angelis è stato importante. Lei aveva solo 17 anni e lì ti accorgi di quando c'è la stoffa. Sì, lo sporco uno se lo porta dentro, perché quando si torna a casa, soprattutto nel fine settimana, è chiaro che tu, un pochino, te lo metti da una parte un personaggio, però è come se restasse un'atmosfera, è come se tu debba tenere la macchina in folle, non puoi spegnerla completamente. Insomma, non si può semplicemente spingere ON o OFF.

  • Matteo Rovere è stata una rivelazione, e Ferzan Ozpetek?

Con Ferzan mi accingo a fare il terzo film, lo gireremo la prossima estate e si chiama La dea fortuna.  Ho letto il copione che ha scritto, ci siamo incontrati e abbiamo incominciato a parlarne, ma facendo un giro molto largo perché c'è ancora qualche mese prima di girarlo. Lui è uno che dice: sì, però non diamoci subito delle risposte, adesso facciamoci le domande, le risposte verranno. Questo atteggiamento è più tipico di chi scrive, che di chi fa un film. Spesso i registi hanno un approccio molto pragmatico, ne conosco alcuni che vogliono subito le soluzioni, anche quando magari è prematuro trovarle. Ferzan invece ha una grande consapevolezza: nel momento in cui c'è una zona di nebbia, lascia che piano piano quella nebbia si diradi, e questo ha anche a che fare con il metodo Stanislavskij. Il percorso per trovare la risposta giusta viene dall'interno.

  • Ma allora quando si giunge alla soluzione cercata?

Quando si arriva sul set, si sono fatti talmente tanti incontri, se ne è parlato talmente tanto, che poi nel tempo si sono trovate anche le soluzioni; alcune verranno buttate all'ultimo, quando per esempio si cambia una scena, per cui è sempre appassionante lavorare con lui. C'è in Saturno contro la scena in cui aspetto Isabella Ferrari fuori dal suo negozio di fiori e c'è tutta una camminata alla fine della quale si capisce che poi noi, i due protagonisti, andremo a fare l'amore. All'inizio era scritta come una scena d'amore furibonda, che sembrava incongruente con tutto il resto del film. Ebbene, glielo abbiamo detto e lui lì per lì non era d'accordo, pensava che quella scena dovesse rimanere, e s'è anche un po' arrabbiato. Poi, dopo qualche giorno, quando ci siamo incontrati, ha detto: ragazzi, non facciamo più la scena di sesso, la risolviamo così. E l'ha risolta con quella camminata, che è un momento secondo me perfettamente nella poetica di Ferzan e che poi racconta forse qualcosa di più cinematografico, di erotico, il fatto di desiderare di toccarsi senza poterlo fare. Ecco, quella scena è stata trasformata in una completamente opposta. Ferzan è così.

  • Da quale regista, con il quale non ha ancora mai lavorato, le piacerebbe essere diretto?

Con Matteo Garrone mi piacerebbe molto lavorare, lui è uno che pone sempre al centro della narrazione un personaggio puro, puro ma che può o corrompersi o salvarsi. E poi è tra i pochissimi registi che quando c'è da mettere la macchina a spalla lo fa personalmente, come Pasolini, e si sente che è l'autore che sta girando quella scena, si sente che respira con i suoi attori e con la situazione.

  • E con chi si è trovato più a suo agio?

Ho lavorato con tanti bravi registi. Sergio Castellitto mi ha diretto sia in teatro che sul set, lui ha uno sguardo molto amorevole. Ed è bello quando si crea la sinergia, quando gli attori tendono a un solo obiettivo, che poi si può centrare oppure no. Uno può metterci il massimo dell'energia ma poi quel film viene al di sotto delle proprie aspettative, oppure al contrario, alle volte avviene la magia, che è esclusiva del cinema. La televisione non vive di questo, perché nella serialità noi siamo più indulgenti come pubblico: qualcosa non ci piace tanto, ma al terzo episodio ci siamo già abituati, ci affezioniamo alle storie, alla narrazione, mentre invece il cinema vive l'attimo, e per fortuna che è così. È il suo grande mistero.