Un coniglio in un laboratorio visitato da un ricercatore

Uno dei temi più caldi e spinosi per chi si occupa di scienza e di ricerca scientifica è quello della sperimentazione animale, da molti erroneamente chiamata vivisezione. Dai beagles di Green Hill al pasticciaccio brutto brutto del Movimente 5 Stelle con il mensile Le Scienze (e il gruppo Dibattito Scienza), passando per le proteste di qualche giorno fa contro i laboratori Menarini a Pomezia , l'uso degli animali nella ricerca biomedica è argomento complesso che fa scaldare gli animi, soprattutto quelli di alcuni gruppi animalisti di tutto il mondo. Ma sperimentare sugli animali è davvero una tortura inutile e senza senso? Hanno ragione le associazioni animaliste quando sostengono che ci sono metodi alternativi che possono essere utilizzati? La risposta è no e proverò a spiegarvi perché.

Il termine vivisezione. Il suo uso è di fatto scorretto. Vivisezionare significa dissezionare animali vivi, indica cioè un metodo di studio in cui viene tagliato il tessuto animale, anestetizzato o meno, in vivo. È una definizione molto generica, applicabile per estensione, ad esempio, a una banale appendicectomia o a qualsiasi operazione chirurgica, ovvero a situazioni con le quali abbiamo avuto direttamente o indirettamente a che fare. Ma quando andate sotto i ferri del chirurgo dite per caso che vi deve vivisezionare? La parola in sè non ha neppure senso dal lato scientifico: non dice assultamente nulla del metodo e dei risultati che si cercano. Dice molto invece dal lato della sensibilità collettiva. Alla parola vivisezione è infatti collegato un ampio spettro di immagini che ci colpiscono al cuore, tortura, sofferenza, urla, maltrattamenti, sangue. 

Nessuno scopo è così alto da giustificare metodi così indegni

Albert Einstein
  Perfino Einstein, a sentire alcuni anti-vivisezionisti, si sarebbe scagliato contro l'uso di animali per la sperimentazione e se  fate una ricerca su Google troverete pagine e pagine in cui viene citata una sua frase, lo fa perfino Michela Vittoria Brambilla. Il problema è che si tratta di una citazione falsata e decisamente fuori contesto. La frase è infatti tratta da ‘Pensieri degli anni difficili' e lo scienziato si riferifa alla negazione della libertà di espressione delle proprie opinioni.  Qualcuno vi ha associato la parola vivisezione et voilà, è nato uno sponsor d'eccellenza per la causa.Menarini a Pomezia, l'uso degli animali nella ricerca biomedica è argomento complesso che fa scaldare gli animi, soprattutto quelli di alcuni gruppi animalisti di tutto il mondo. Ma sperimentare sugli animali è davvero una tortura inutile e senza senso? Hanno ragione le associazioni animaliste quando sostengono che ci sono metodi alternativi che possono essere utilizzati?La risposta è no e proverò a spiegarvi perché.

L'utilità degli animali e la predittività. Sperimentare sui topi, sui moscerini o sui cani e le scimmie a cosa serve? Principalmente serve a fare ciò in cui siamo specializzati come specie: conoscere.  Per molti aspetti noi e gli animali siamo molto simili, anche se non uguali. Per esempio abbiamo una considerevola vicinanza filogenetica con topi e ratti; l'organizzazioen cellulare è parecchio simile; condividiamo lo stesso codice genetico. Questa somiglianza fa si che molto di ciò che ci riguarda è possibile studiarlo su di loro. Proprio grazie allo studio condotto sugli animali sono state fatte tantissime scoperte di cui oggi noi ci avvaliamo costantemente, dandole forse per scontate. Non è un caso che ben 75 premi nobel derivino da scoperte realizzate utilizzando modelli animali. È importante capire che ciascun tipo di animale offre alla ricerca un modello per determinate caratteristiche che sono più o meno simili a quelle che cerchiamo sull'uomo, infatti è più corretto definire "i" modelli animali piuttosto che "il" modello animale al singolare.

Una delle princiapli critiche proprio ai modelli animali è quella della loro preditittività. Se voglio studiare gli effetti di un farmaco antitumorale X, gli effetti ottenuti sul topo saranno gli stessi anche sull'uomo? Gli stessi meccanismi di sviluppo di un tumore saranno comparabili? Secondo alcuni animalisti la risposta è sempre no, perché comunque siamo diversi. La risposta della scienza è…cerchiamo una risposta. In molti casi la risposta è affermativa: senza le evidenze tratte studiano sui modelli animali, non si sarebbe potuti arrivare ad alcuna cura o a capire un bel niente di questioni biologiche. Ad esempio, il fattore di crescita nervoso (Ngf, che è una proteina implicata nello sviluppo del sistema nervoso dei vertebrati, dunque anche del nostro) è stato scoperto da Rita Levi Montalcini proprio grazie ai modelli animali (topi e galline) e oggi è ancora oggetto di ricerche per le cure contro il cancro, contro la Sla e il morbo di Alzheimer. I fallimenti, è vero, sono stati e saranno tanti ma il problema è intrinseco alla ricerca stessa: l'obiettivo è affinare sempre più gli strumenti e i modelli per migliorare il livello qualitativo e quantitativo di conoscenza: se un ricercatore conoscesse già la risposta ai suoi interrogativi, non ci sarebbe bisogno di fare ricerca e sperimentare.

Le alternative. Molti degli attivisti contrari alla sperimentazione animali (i c.d. antivivisettori) riferiscono continuamente di congiure contro i metodi alternativi, sostenendo che nella scienza ci sia un fortissimo dogmatismo per quanto riguarda la validità dei modelli animali e, in alcuni casi, arrivando ad affermare che l'utilizzo di animali si una convenienza economica. Sarà così? I metodi alternativi esistono, è vero, ma non sono alternativi a tutto. Le colture cellulari ad esempio, così come le simulazioni al computer vengono costantemente utilizzate. Alcuni metodi alternativi offrono la possibilità di fare osservazioni e studi senza che sia necessario utilizzare animali vivi. Altri sono allo studio (ad esempio creazione ed uso di organi ‘artificiali' o addirittura la creazione di un computer -che però oggi usa il topo come base di studio- in grado di simulare il cervello) o, come alcuni test farmacologici la cui rigorosità è importante, sono in fase di c.d. validazione (ovvero devono dimostrare di rispettare i requisiti della validità formale, predittiva e di costrutto). Ma rimane il grossissimo problema di poter analizzare un sistema, un organismo, nella sua interezza. Una coltura cellulare o una simulazione al computer non costituiscono un'alternativa alla sperimentazione in vivo per quanto riguarda gli effetti sistemici e questo non è dogmatismo ma logica.

L'uomo modello. Ma allora, per studiare l'uomo e le sue malattie, non è forse l'uomo stesso il miglior modello? Si e no. È del tutto evidente che l'uomo costituisca il miglior modello in termini di somiglianza (anche qui non di uguaglianza), ma è anche vero che ci sono tanti limiti difficilmente superabili. L'uomo in realtà è oggetto di studio e ricerca, e in campo farmacologico è la cavia ultima e non potrebbe essere altrimenti (almeno finché la scienza non sia in grado di fornire difficili garanzie di sicurezza a priori). È un problema di tempo -ad esempio, studiare le mutazioni genetiche su più generazioni comporta tempi assai lunghi quando è l'uomo,col suo lungo ciclo riproduttivo, ad essere oggetto della ricerca- ma è anche una questione di praticità nonché di statistica: trovare un numero rappresentativo di cavie umane non è semplice, se non nel lunghissimo periodo (che è quello che succede con i farmaci quando entrano in commercio), ed è altamente costoso. Gli studi clinici si possono fare, si fanno, ma non sono una via percorribile sempre e comunque. C'è anche una questione di sicurezza minima:  per vedere se un farmaco ha degli effetti teratogeni è meglio sperimentare direttamente su donne gravide o provare prima sugli animali gravidi? Se foste medici vi fidereste a prescrivere un farmaco i cui effetti teratogeni non sono stati prima studiati sugli animali; fra tale farmaco e uno che , nei test in vivo sugli animali, non ha mostrato problemi quale scegliereste di dare? Nel primo caso  sarebbe una lotteria vera e propria. Nel secondo caso, c'è la possibilità non piccola di rilevare effetti teratogeni sugli animali, questo ci farebbe desistere o comunque ci renderebbe consci del rischio  per quanto riguarda gli effetti di quel farmaco sull'uomo (il caso del Talidomide è emblematico).

Una questione etica. Siamo davanti a un dilemma etico: è giusto mettere la nostra conoscenza, da cui dipende la nostra sopravvivenza, su un altare e sacrificare gli animali per i nostri scopi? Non sarebbe più giusto testare sull'uomo ciò che serve all'uomo accettando in qualche modo il rischio? La sofferenza degli animali non vale forse quanto la nostra? La risposta dipende dalle diverse sensibilità, ma non è un fatto da tralasciare che l'etica in sè è una questione umana, è il prodotto del nostro cervello e della nostra socialità a tutela principalmente di noi stessi. Ciò non significa  non riconoscere alcuna tutela agli animali stessi a cui abbiamo esteso, come società, alcuni diritti che prima riconoscevamo solo a noi, ma a questo ha dato già una buona risposta una direttiva dell'Unione europea di cui magari riparleremo. Significa però che la nostra sopravvivenza, indissolubilmente legata alla conoscenza, ha un valore superiore ed è un concetto che, volenti o nolenti, applicchiamo ogni giorno della nostra vita nei contesti più disparati.  La nostra necessità di conoscere richiede una ricerca libera da limiti che non siano autoimposti a tutela della stessa umanità. Ciò significa che finché gli animali costituiranno i migliori modelli possibili per la ricerca e la sperimentazione, finché costituiranno una barriera (per quanto fallibile) contro il pericolo di effetti negativi per l'uomo in campo farmacologico,  il loro utilizzo non può e non deve essere vietato.

La nostra società si basa sulla conoscenza ed è fondata sul rispetto dell'individuo e delle sue prerogative, sul rispetto e sulla tutela massima possibile del suo diritto alla vita: come giustificare l'altissima esposizione al rischio e i probabili danni derivanti dalla scelta consapevole di abolire i test e le ricerche sugli animali, quando quei test avrebbero potuto ridurre considerevolmente il rischio e, anche se solo in via potenziale, salvare la vita o la degna esistenza dell'uomo-cavia?