Una nuova stagione della politica italiana è dunque ai nastri di partenza, non senza resistenze e difficoltà. Non siamo certo al debutto della terza Repubblica, nonostante i toni trionfalistici frutto dei facili entusiasmi di Luigi Di Maio, sia perché è tutt’altro che accertata l’esistenza della seconda, sia perché sembra più appropriato parlare – complice il “rispolvero” del sistema proporzionale – di un ritorno alla prima Repubblica. Un ritorno destinato a rafforzarsi qualora l’idea pentastellata di introdurre il vincolo di mandato per i parlamentari dovesse concretizzarsi: mossa dalla condivisibile intenzione di porre un argine al deprecabile e sempre più diffuso fenomeno del passaggio di casacca di deputati e senatori, finirebbe per riportare in auge la tanto vituperata partitocrazia.

In tale scenario, la nota di novità su cui maggiormente si è soffermata l’attenzione generale è il conferimento del compito di formare il primo governo della diciottesima legislatura a Giuseppe Conte, docente universitario e avvocato, finora lontano dalle luci della ribalta (politica e mediatica). Persona riservata e gentile, mite ma risoluta, stando a quanto dichiarato da chi lo conosce e da chi in questi giorni ha avuto modo di conoscerlo, portata alla mediazione piuttosto che allo scontro, la sua unica esperienza in qualche modo riconducibile ai contesti politico-istituzionali risulta l’essere stato componente del Consiglio di presidenza della giustizia amministrativa, l’organo di autogoverno dei magistrati del Consiglio di Stato e dei TAR, su designazione dei Cinque stelle.

Non sarebbe il primo “presidente-professore” – basti pensare a Mario Monti, o, andando a ritroso nel tempo, ad Aldo Moro e a Giovanni Leone (giuristi come lui) – ma ciò che lo differenzia dai suoi predecessori è l’assenza, come si diceva, di un background politico e/o istituzionale significativo (Monti, pur se considerato un tecnico, era stato Commissario europeo per un decennio, designato da Berlusconi e confermato da D’Alema; Moro e Leone erano due cavalli di razza della Democrazia cristiana). Altra peculiarità è data dal suo essere destinato a guidare un governo “politico”, del quale dovrebbero far parte i leader dei due partiti che lo sosterranno.

Il rischio concreto, dunque, è di trovarsi fra l’incudine e il martello. E di finire per diventare un mero “esecutore” di quanto deciso altrove da altri, per mutuare l’infelice espressione adoperata da Di Maio in barba all’art. 95 Cost. Ma, si sa, il dibattito politico di questi ultimi tempi non si contraddistingue certo per dimestichezza con l’impianto giuridico del nostro Paese, né per l’uso appropriato delle relative categorie. A partire da quella del “contratto”, trapiantata nell’agone politico-elettorale italiano da Silvio Berlusconi nel 2001 e rinverdita da Di Maio qualche mese fa. È curioso, se mai, che l’abbia utilizzata anche il premier in pectore – che insegna proprio quel diritto privato di cui il contratto costituisce uno dei “fondamentali” – nella sua prima uscita pubblica subito dopo il conferimento dell’incarico. E che non ha mancato di ricorrere ad un’altra metafora, questa volta di stampo giudiziario, nel preannunciare quale sarà il suo ruolo nel contesto internazionale: “avvocato difensore del popolo italiano”. Espressione che ha inquietato – forse eccessivamente – taluni, che hanno evocato lo spettro di scenari giacobini, e indotto altri a preannunciare il loro intento di costituirsi parte civile. Siamo il Paese dei paradossi, nel quale la giustizia è presente in pianta stabile da un quarto di secolo nella contesa politica come “arma impropria”, vessillo di tante crociate e, per l’appunto, strumento linguistico nazional-popolare di facile presa sull’opinione pubblica, mentre langue nelle sue sedi naturali (nonostante gli sforzi degli operatori) grazie al disinteresse di chi ci governa. Emblematico è il caso del Palazzo di giustizia di Bari, in questi giorni drammaticamente alla ribalta, che appare a dir poco sconcertante.

Il nuovo esecutivo, tra stop and go, sta per essere varato (tranne colpi di scena dell’ultima ora, in una vicenda dalla tensione narrativa sempre più elevata).

Il professor Conte si appresta a condurlo. I dubbi sulla sua capacità di tener testa ai due aitanti duellanti saranno sciolti solo dai fatti e l’Italia, comunque, annovera tanti premier “per caso” e/o “precari” che hanno svolto con determinazione e in maniera duratura il loro compito. Di sicuro non peserà il suo curriculum, che ha impegnato in una polemica grottesca e pretestuosa osservatori nazionali ed internazionali e ha addirittura spinto l’Associazione dei civilisti italiani ad intervenire con un comunicato ufficiale «al fine di dissipare equivoci e fornire obiettivi elementi di giudizio», precisando quali siano «le esperienze scientifiche all’estero qualificanti del curriculum dei docenti di materie giuridiche» […]. È su altre basi – e certo non sul numero di pagine di un curriculum – che si valutano le capacità di chiunque aspiri a ricoprire un incarico, tanto più se di così alta responsabilità.

Eppure, si è rischiata una nemesi per i pentastellati, che dei curricula hanno fatto una bandiera quale espressione di quella meritocrazia per la quale hanno proposto persino un ministero (come se fosse possibile attuarla “per decreto”) cui era destinato nella squadra di governo proposta da Di Maio prima delle elezioni – scherzi del destino – proprio il professor Conte.

“Sotto le stelle del jazz”, cantava un altro Conte avvocato, Paolo, evocando i “duemila enigmi” della musica afroamericana. Oggi siamo “sotto le (cinque) stelle del prof”: speriamo ci aiuti a risolvere i tanti enigmi di un’Italia troppo spesso da operetta.