«Soluzione sette per cento» (The Seven Per Cent Solution, 1974) è il titolo di un romanzo di successo, scritto dallo statunitense Nicholas Meyer, che ripropone al pubblico un inedito e apocrifo Sherlock Holmes condotto dal suo fido e intrepido collaboratore – il dottor Watson – alla corte viennese del giovane Sigmund Freud al fine di guarirlo dalla sua dipendenza dalla cocaina, divenuta ormai intollerabile.

E una altrettanto insostenibile dipendenza – unica consolazione, la percentuale più modesta – da tangenti e mazzette, che richiederebbe un’adeguata terapia (magari di gruppo), continuano a manifestare, a ogni piè sospinto, schiere di insospettabili collocati ai vertici di corporation e istituzioni economico-finanziarie della nostra (povera e) amata Patria.

È infatti del cinque per cento – stando alle dichiarazioni dell’ex-funzionario della Banca d’affari Dresdner Bank Antonio Rizzo, la gola profonda dell’inchiesta sul Monte dei Paschi di Siena, che aprono uno squarcio sull’ennesimo comitato d’affari operante sul suolo italico svelando l’anticamera di un incredibile abisso – il ‘balzello’ imposto agli interessati per ciascuna operazione andata felicemente in porto grazie agli uffici – tanto discreti quanto efficaci – di coloro che erano noti, per l’appunto, «come la banda del cinque per cento».

Una logica dell’‘obolo laico’ di stampo medievale, che affonda verosimilmente le sue radici in secoli di prevaricazioni dei forti (i pubblici poteri) sui deboli (i sudditi), la cui persistenza nella società contemporanea rende la nostra una democrazia solo apparente, inerte testimone di un’arretratezza culturale, che si traduce nei suddetti comportamenti, non facile da colmare.

E non si tratta evidentemente, come alcuni vorrebbero, di un fenomeno esclusivo appannaggio del Meridione, dove pure le pratiche clientelari e corruttive sono più diffuse in misura inversamente proporzionale al tasso di percezione dello Stato come un’entità che ci rappresenta, di cui si è parte, e non come un nemico; né di una semplice ‘variazione sul tema’ della pratica del pizzo cara alle organizzazioni criminali radicate a Sud.

Gli appelli alla rivolta fiscale, al pari dei condoni tombali e di ogni altra forma di disobbedienza (in)civile, sono purtroppo figli della stessa logica, anche quando ispirati dalla mera ricerca di consenso o da miopi calcoli elettorali. Come tali, non fanno che aggravare la patologia e rendere più penosa la disfunzione.

Se è vero, d’altronde, che potere e corruzione da sempre vanno a braccetto, è anche vero che democrazia significa governare ed essere governati, e non soltanto riconoscere poteri illimitati alla maggioranza a scapito delle minoranze: come ci insegna Amy Gutmann (L’educazione democratica, 1992), il dilagare della corruzione è reso possibile dall’arroganza dei governanti, ma anche dall’apatia dei governati.

La soluzione, davvero ardua, al problema richiederebbe schiere di Sherlock Holmes soltanto per la repressione giudiziaria di un fenomeno che – come in un gioco di scatole cinesi – appare tanto più ampio quanto più si guarda in profondità, via via che ci si spinge all’interno del buco nero.

Ma, ancor prima e soprattutto, esigerebbe una classe politica davvero in grado di prendere le distanze dalle molte anomalie del mondo della finanza, di resistere alle lusinghe del dio denaro.

Probabilmente un’utopia, spiace ripeterlo, in un contesto come l’attuale caratterizzato da una competizione elettorale a ‘liste bloccate’ che – fatte salve, naturalmente, le personalità e la rispettabilità di ciascun candidato, qui non in discussione – si sta risolvendo com’era prevedibile in un referendum pro o contro i vari (e variopinti) leader delle coalizioni: Monti piuttosto che Bersani, Berlusconi, Grillo o Ingroia.

La corruzione, intanto, ha assunto nel nostro Paese «una natura sistemica», come ha ribadito proprio ieri il Presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della giurisdizione contabile, e come tale «oltre al prestigio, all’imparzialità e al buon andamento della pubblica amministrazione pregiudica l’economia della nazione».

Non è necessario, allora, essere afflitti da un ‘pessimismo cosmico’ di leopardiana memoria per preconizzare, con una percentuale d’errore di gran lunga inferiore a quelle sfoggiate dai sondaggisti à la page e a quelle evocate da Nicholas Meyer nel suo best seller, la continuità delle pratiche corruttive nel nostro prossimo futuro: vicende come quella dello scandalo del Monte dei Paschi di Siena, che pure investe la più antica banca del Paese, potranno – in altri termini –  far tremare i palazzi della politica, far precipitare gli indici di borsa, cagionare picchi fulminei dello spread e persino condizionare il voto degli elettori incerti, ma difficilmente riusciranno a sradicare un malcostume – elevato a pratica di governo dell’economia e delle istituzioni – ben radicato nel codice genetico degli italiani.

Con buona pace delle nostre pubbliche casse.