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BoJack Horseman va a braccetto con il concetto dell'approfondimento. Certo, non si tratta del tema preponderante della serie Netflix, ma è lo strumento principale da utilizzare nel suo insieme: in certe puntate per capire l'arco narrativo al quale ci interfacciamo, in altre per studiare più ampiamente lo status psicologico e caratteriale di uno dei personaggi. Spunti e riflessioni che nascono anche da BoJack Horseman – Tutto quello che avreste voluto sapere, il libro nel quale tutti i protagonisti che hanno dato vita al mondo di Hollywoo(d) raccontano la nascita del progetto e la sua evoluzione.

In particolare, vale la pena soffermarsi su quanto viene dato da Aaron Paul (Breaking Bad) che nella serie dà la voce a Todd. "Quando è uscita la serie – si legge nel volume -, la gente non capiva bene di cosa si trattasse. Credo che molti dei critici non avessero neanche finito di vedere la prima stagione proprio per questo. Secondo me era fantastica, e io sono molto severo con me stesso: se un progetto non mi piace, lo dico tranquillamente, anche se ne ho fatto parte. Insomma, la prima stagione era veramente speciale, ma non era andata tanto bene secondo i critici". A fargli eco c'è Paul F. Tompkins, voce di Mr. Peanutbutter, il quale sottolinea che, dopo che la prima stagione di BoJack Horseman arrivò a un pubblico notevolmente ampio, "i critici hanno iniziato a capire che magari potevano essersi sbagliati. Trovo che ci sia una bella lezione da imparare qui, non solo per i creatori, ma anche per i consumatori, cioè che dietro ogni cosa potrebbe nascondersi qualcosa di più di quello che si possa pensare".

Detto in parole povere, serve approfondire. Sempre e comunque. Chiariamoci, qui non si vuole dire che BoJack è un prodotto che deve per forza piacere a tutti altrimenti sei ignorante. Sarebbe un'enunciazione a sua volta grossolana e presuntuosa. Qui si sottolinea che, per poter avanzare anche solo una critica in contrasto con un prodotto, una cultura o un'idea, serve necessariamente analizzare. Altrimenti, si rischia di partire da una tangente che si basa sul nulla cosmico, invece che su solide basi conoscitive. E non è un mistero, basti pensare ai vari terrapiattisti, fruttariani, melaniani, no vax. In diverse parti del mondo, c'è un paradosso dell'ignoranza abbastanza singolare: se non conosci ampiamente un tema o eviti di documentarti sulle riviste specializzate e autorevoli, ti autolegittimi di saperla più degli altri. Consequenzialmente, per essere una persona con del sapere devi basarti sul niente.

Questo fenomeno va analizzato in relazione alla cultura e ai suoi veicoli. Un modo come un altro per chiamare in causa il libro, esempio tangibile della trasmissione del sapere. Ad esempio, secondo l'ultimo rilevamento ISTAT, i lettori sono ancora in calo, "passati dal 42,0% della popolazione di 6 anni e più del 2015 al 40,5% nel 2016. Si tratta di circa 23 milioni di persone che dichiarano di aver letto almeno un libro nei 12 mesi precedenti l’intervista per motivi non strettamente scolastici o professionali". Troppo pochi per una patria ricca di un'intramontabile storia letteraria. A ciò va strettamente legato l'interesse del singolo nei confronti dell'accrescimento intellettuale. Secondo una dettagliata ricerca del Forum del Libro, nella quale vengono messi a confronto tutti gli stati membri dell'Unione Europa, i cittadini italiani non brillano per passione culturale: che sia un programma televisivo culturale, che sia un film, che sia un concerto, che sia un museo, il popolo del Bel paese resta nella parte bassa della classifica, a due posizioni sopra la retrocessione. Un contesto che va di pari passo a politiche sociali che tendono ad affossare la necessità di erudizione: basti pensare, ad esempio, che in Italia è diffuso il problema dell'abbandono scolastico da parte dei minori.

La questione dell'approfondimento, però, non riguarda solo il campo culturale, ma anche quello umano. Per riprendere il nostro amico cavallo, "in this terrifying world, all we have are the connections that we make". Con il passare degli anni l'ipervelocità non ha solo deteriorato l'interesse verso l'esperienza intellettuale, ma chiama in causa anche le relazioni sociali. L'assenza di curiosità e dell'attenzione al dettaglio si riflette nei nostri comportamenti più umani, a cominciare dalle relazioni intraprese con gli altri. Una condizione che inevitabilmente abbraccia ognuno di noi. Recentemente, ad esempio, è stato coniato il termine ghosting (diventare fantasmi), ad indicare tutte le persone che, improvvisamente, spariscono dalla vita degli altri: amici, amori e conoscenze, tutto svanisce nel giro di poche ore, e non risparmia nessuno. TheVision riporta alcuni dati che certificano quanto tale fenomeno sociale sia ormai diffuso e, in parte, legittimato dall'ipercomunicazione nella quale viviamo, spesso scambiata per esperienza diretta con l'altro essere umano.

L'abuso di questa tecnologia ha comportato un nuovo modo di intendere il sentimento, spesso veicolato principalmente attraverso le app di messaggistica. Ribadiamo: qui non si fanno paternali, bene o male tutti ci siamo dileguati da una relazione di qualsivoglia tipo in fretta e furia. C'è da riconoscere, quindi, che da quando l'accessibilità alla comunicazione istantanea è aumentata, scappare da qualcuno è diventato più semplice, sentendoci liberi da ogni responsabilità umana che ne può sussistere. Certo, in passato ci si lasciava con un SMS (ad oggi, in certi paesi, così si notificano i divorzi), ma attualmente questo raffronto è andato a deteriorarsi sempre più: gli scambi di messaggi a oltranza hanno concretizzato l'altra faccia della medaglia, ovvero la legittimazione che se non ti cerco, non esisti. Basta spegnere il pc o lo smartphone e tutto si eclissa. Decretando il silenzio più assoluto nella comunicazione, senza spiegazioni esaustive o umane. Con ipotizzabile povertà d'emozioni.