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Sea Watch, Matteo Salvini, Luigi Di Maio, Italia, Malta, Tunisia, Germania, Olanda, Giorgia Meloni, migranti. Parole, parole, parole, come direbbe Mina, che tornano ciclicamente a occupare le nostre giornate, calde o fredde che siano. Stavolta, con l'aggiunta di Carola Rackete, sulla quale si è detto di tutto. Un guazzabuglio discorsivo da cui, ogni volta, facciamo fatica a districarci con lungimirante consapevolezza. Colpa – soprattutto – dei preconcetti comunicativi che, come un forte rigurgito, escono dalla pancia della popolazione per unirsi a un coro di diavoli neri impazienti di vedere vite umane spegnersi in fondo al mare.

Un sentimento di odio umano che perversa tanto sui social network, nei quali ogni opinione – anche quella senza fondamento umano – trova la sua ragione d'essere, mossa da uno spirito patriottico che, nel Bel paese, non è mai esistito: la lotta tra poveri insegna. Combattere contro l'inciviltà culturale, dunque, diventa un punto fondamentale per migliorare l'esistenza della collettività. Perciò, ho raccolto alcune delle frasi più frequenti osannate da chi è favorevole ai porti chiusi. L'obiettivo? Capire se abbiano una base solida oppure siano semplici idiozie.

"Invadono l'Italia"

È  il tormentone più in voga degli ultimi anni, oltre a essere il più facile da confutare. Secondo un sito dell'UNHCR, che monitora la situazione dell'accoglienza migratoria nel Mar Mediterraneo, i migranti non stanno invadendo l'Italia. A fronte dei 34.376 totali arrivati dall'inizio dell'anno (dati aggiornati al 24 giugno 2019), sono Grecia e Spagna ad averne accolti di più, rispettivamente 17.565 e 12.522. L'Italia è staccata alla terza posizione di svariate lunghezze, con 2.447 individui. Segue Malta con 1.048 e Cipro con 794. Per quest'ultime due nazioni, in aggiunta, va sottolineato che hanno aperto i porti a un numero considerevole di migranti tenendo presente la popolazione locale (460.297 per Malta, 854.802 per Cipro).

Un'altra conferma ci arriva da Amnesty International, con la diffusione dei dati dell'UNHCR in merito all'accoglienza mondiale: cioè, quali sono i 10 paesi nel mondo che ospitano più migranti? Spoiler: non ci sono Italia e Stati Uniti. Per l'Europa c'è solo la Germania, che comunque si classifica al quinto posto (+1 milione di individui). La medaglia d'oro di questa graduatoria va alla Turchia (+3,6 milioni), seguita al secondo posto dalla Giordania (+2,9 milioni), al terzo dal Libano (+1,1 milione) e al quarto dall'Uganda (+1,1 milione). Saltando i tedeschi, poi, troviamo Iran (979.400), Bangladesh (943.200), Etiopia (921.000) e Sudan (908.700). Da notare che molte delle migrazioni mondiali avvengono all'interno dell'Africa, e non dall'Africa verso l'Italia/l'Europa, come qualcuno vorrebbe far credere.

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"Devono andare altrove"

La recente vicenda della Sea Watch ha riacceso i riflettori su cosa significa portare in salvo le persone in un posto sicuro (che è diverso dall'accogliere). In particolare, si è discusso pedissequamente sul fatto che i migranti presenti sulla nave di Rackete fossero destinati a uno dei paesi tra Malta, Libia, Tunisia e Olanda. Tuttavia, ci si dimentica spesso che, prima di fiatare, è importante studiare.

Prendiamo, ad esempio, il caso della Libia, i cui porti sono stati riconosciuti non sicuri a livello internazionale (anche perché all'interno del paese è in atto una guerra civile più volte documentata). Cosa significa? Che le ONG devono cercare un porto sicuro, in base alla Convenzione di Amburgo del 1979 e altre norme in merito al soccorso marittimo: in estrema sintesi, gli sbarchi devono avvenire nel primo porto sicuro disponibile, in base alla prossimità geografica e al rispetto dei diritti umani di quel dato paese. Insomma, esistono delle disposizioni.

Tant'è che Tunisi non è completamente garantito come tale. Questo perché la Tunisia non ha firmato la Convenzione di Ginevra (o noto anche come diritto internazionale umanitario) e, in passato, ha riportato i migranti in Libia, cioè in un luogo per nulla tranquillo. Come se non bastasse, in questa nazione manca una legislazione completa sul diritto d'asilo. Dunque non ci sono i presupposti per pensare a Tunisi come porto sicuro a tutti gli effetti.

Quindi torna alla ribalta Malta. Nonostante è stato ampiamente confermato che anche La Valletta fa il suo lavoro, non sempre si tratta del primo porto sicuro disponibile, in termini prettamente chilometrici. Inoltre, questo piccolo Stato agisce senza aver ratificato gli emendamenti riguardanti le convenzioni sulla ricerca e il salvataggio marittimo (Sar e Solas) del 2014.

Perciò andiamo in Olanda, invocata in quanto la Sea Watch (e tante altre navi prima di lei, vedasi Lifeline) batteva bandiera olandese. Tuttavia, non è così semplice come si pensa. Innanzitutto, per la storia dei porti sicuri disponibili lungo il tragitto marittimo. E poi perché gli stati che concedono la propria bandiera non hanno obblighi particolari nei confronti delle imbarcazioni di riferimento. In sostanza, ogni nazione segue i propri principi di cessione della bandiera, occupandosi di difenderla nel caso di soprusi e di violazioni in ambito interno (le proprie leggi dello Stato) e internazionale (diritto marittimo). Insomma, la bandiera non ha nulla a che vedere con il concetto di ‘porto sicuro'.

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"Mica possiamo accoglierli tutti"

Questa frase è stata pronunciata molto spesso in merito al ruolo dell'Olanda nel caso Sea Watch. In prima istanza, va ribadito che il salvataggio e l'accoglienza dei migranti sono due operazioni distinte. Detto ciò, ci sono alcuni voci che vorrebbero più concretezza dai parte dei Paesi Bassi nel farsi carico delle persone salvate da Rackete. Tuttavia, l'impossibilità di tale richiesta non dipende solo dal binomio inesistente tra bandiera e porto sicuro, ma anche dal fatto che, secondo le norme europee, l'Olanda non ha responsabilità alcuna di questi migranti. Dunque? Cambiamo le leggi europee, motto tra l'altro fatto proprio dal ministro dell'Interno Matteo Salvini. Nonostante ciò, il leader della Lega si è presentato una sola volta su sette alle riunioni comunitarie riguardanti proprio le decisioni sui rimpatri e gli asili dei migranti. Al posto di questi impegni, il numero uno del Carroccio ha preferito i comizi in giro per l'Italia e sedere come ospite sulle poltrone televisive.

"I morti in mare sono diminuiti"

Da quando si è insediato il governo gialloverde, spesso e volentieri alcuni esponenti dell'attuale esecutivo hanno argomentato che il numero dei morti in mare fosse diminuito. Dichiarazioni che, tuttavia, sono prive di fondamento. A confutare tale teoria è l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite (e anche Pagella Politica): secondo le statistiche internazionali, la percentuale delle morti per numero di persone che hanno tentato la traversata è aumentata. Cioè, si è passati da un morto ogni 38 arrivi (2017) a uno ogni 14 (2018). Un disastro a cui persone come Carola Rackete tentano di rispondere appellandosi al diritto del mare e all'articolo 10 della Costituzione Italiana.

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Fonte immagine di copertina: Il Tempo