«Se una madre non si accorge che il figlio si droga ha fallito, si deve solo suicidare».

L’affermazione-shock proferita dal Prefetto di Perugia (per giunta in un’occasione ufficiale), degna di un bar dello Sport – e di infimo livello, poiché anche i bar dello Sport, divenuti fonte di ispirazione letteraria grazie alla penna surreale e stravagante di Stefano Benni nel 1976, sono luoghi che spesso trasudano umanità e cultura popolare – è costata (e non poteva essere diversamente) la poltrona al all’autore dell’infelice sortita, prontamente rimosso dal suo incarico dal Ministro dell’Interno dopo la richiesta di chiarimenti di un furibondo (così narrano le cronache) Matteo Renzi.

Eppure, più che limitarsi a scagliare i propri dardi contro il malcapitato Antonio Reppucci e a stigmatizzare l’imperdonabile défaillance verbale, come gran parte dei notiziari e molti dei commentatori hanno fatto, l’increscioso episodio di ordinaria sciatteria (non solo) semantica dovrebbe costituire lo spunto per superare il dato contingente e formulare qualche riflessione di più ampio respiro.

Prefetto (dal latino praefectus) è colui che è «preposto, messo a capo». Figura in via di estinzione nel nostro ordinamento, anche a causa dell’abolizione delle province, rappresenta tradizionalmente l’organo di raccordo tra Governo (da cui dipende funzionalmente) e territorio. In realtà, le prefetture non sono destinate a sparire, nonostante le esigenze pressanti della spending review, ma soltanto a mutar nome – trasformate in Uffici regionali di governo (oggi sono Uffici territoriali del Governo) – e a subire una consistente dieta dimagrante (il piano Renzi di riforma della pubblica amministrazione ne prevede venti, cui aggiungerne altre nelle zone ad alta densità criminale).

Quel che invece sembra essere davvero in via di estinzione è la professionalità necessaria ad assumere un ruolo così delicato. “Esser preposto, messo a capo” di qualcosa, significa avere doti di leadership e di autorevolezza, capacità di gestire situazioni complesse e, nel caso di specie, di rapportarsi con l’opinione pubblica, con il territorio in cui si è chiamati ad agire. Ecco perché le avventate parole di Reppucci non possono essere in alcun modo giustificate, quant’anche – come sostiene il diretto interessato – fossero state travisate (o estrapolate dal contesto in cui sono state pronunciate). Il linguaggio utilizzato dal Prefetto, nel corso di una conferenza stampa svoltasi alla presenza dei vertici delle forze dell’ordine e del Procuratore della Repubblica del capoluogo umbro dedicata al preoccupante incremento del fenomeno della tossicodipendenza tra i giovani a Perugia, non è degno dell’istituzione rappresentata ed è così sciatto da suscitare invidia e spirito di emulazione nei concorrenti televisivi del Grande Fratello. Se poi l’intento era quello di chiamare in causa le famiglie e le loro responsabilità in materia, le forme adottate risultano inopportune, irritanti, superficiali e per nulla costruttive.

Ma “esser preposto, messo a capo” di qualcosa implica anche che vi sia un soggetto sovraordinato che decida di attribuire l’incarico a Tizio piuttosto che a Caio. Ed episodi come questi dimostrano che la selezione non avviene sempre nel migliore dei modi, che le scelte sono frutto di logiche poco in sintonia con il merito e rispondono, piuttosto, a logiche di progressione di carriera (quando non di appartenenza o di vicinanza politica) che finiscono per essere distoniche con le esigenze di gestione della cosa pubblica. Non si tratta, d’altronde, di questione che riguarda solo le Prefetture e i loro vertici.

Del Prefetto, in ogni caso, ai tempi della crisi del suo ruolo, preferiamo ricordare – e non certo per vocazione nostalgica – figure di ben altro spessore (non ce ne voglia Reppucci, che conosciamo soltanto per le sue incaute affermazioni) come il Prefetto di ferro, quel Cesare Primo Mori (1871-1942) inviato nel 1925 a Palermo con poteri speciali per contrastare la mafia, “innalzato” al rango di Senatore del Regno tre anni dopo nel segno del più classico promoveatur ut amoveatur e collocato a riposo l’anno successivo, per anzianità di servizio, da quello stesso Benito Mussolini che lo aveva mandato in Sicilia: tra le sue affermazioni vi è quella – emblematica – secondo cui «La misura del valore di un uomo è data dal vuoto che gli si fa dintorno nel momento della sventura».

O come Carlo Alberto Dalla Chiesa (1920-1982), Generale dell’Arma nominato Prefetto di Palermo dal Governo Spadolini I con la promessa di poteri speciali per la lotta alla mafia: sopravvisse alla potenza di fuoco di Cosa Nostra solo cento giorni, ma aveva accettato senza remore – nonostante le iniziali perplessità – l’incarico, pagando con la vita la sua dedizione allo Stato, convinto com’era che «ci sono cose che non si fanno per coraggio. Si fanno per potere continuare a guardare serenamente negli occhi i propri figli e i figli dei propri figli».

I figli, appunto.