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in foto: Sergio Mattarella (Fonte: account Twitter Quirinale)

Impegnativo. Sì, arrivare all'ultimo giorno del 2018 è stato impegnativo. Sotto diversi aspetti. Principalmente, culturale. Con quello strascico di ignoranza e superficialità informativa che ci porteremo avanti – molto probabilmente – anche per buona parte del nuovo anno. Poi, la crisi istituzionale, una fase storica che ha dato vita alla Terza Repubblica italiana con tanti mugugni, perplessità e preghiere. E l'avvicendarsi di nuovi volti politici, mentre la vecchia guardia, silenziosa, emerge nel momento del bisogno, facendo rimpiangere – in più di un'occasione – la retorica istituzionale degli anni Cinquanta.

Così Sergio Mattarella ha chiuso il nostro 2018, con quella grinta pacata che – al momento – è l'unico in grado di mostrare, nonostante le costanti confusioni intellettuali e le bagarre socio-politiche a cui siamo soliti commentare. Un saluto, nel discorso di fine anno, che ha abbracciato un po' tutti (grave assente il giornalismo), premendo però l'acceleratore su un concetto chiave: la bontà. Per capirci, non come Miss Italia, dove le concorrenti desiderano la pace nel mondo. No, qui si parla di umanità e comunità, aspetti fin troppo declassati negli ultimi 365 giorni.

"Non dobbiamo aver timore dei buoni sentimenti che rendono migliore la nostra società". Parole abbastanza singolari da pronunciare, se ci riflettiamo bene. Un richiamo alla bontà può sembrare semplice quanto mai paradossale. Perché ricordare di essere buoni in maniera formale? Probabilmente a causa di un aumento di cattiveria e aggressività. Di fatto, è così che stanno le cose. L'Italia vive una nuova fase di odio umano: razziale, sociale, politico. Si è tornati a un parapiglia generale nel quale non si capisce più chi dovrebbe prevalere su chi, mentre gli agitatori di tali movimenti "vivono connessi in rete e comunicano di continuo ciò che pensano e anche quel che fanno nella vita quotidiana". E, probabilmente, senza neanche capire la frecciatina (come confermano alcuni tweet post discorso di fine anno).

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“Quel che ho ascoltato (dagli italiani) esprime, soprattutto, l’esigenza di sentirsi e di riconoscersi come una comunità di vita". Perché, di questi tempi, ci siamo dimenticati della compattezza sociale, la stessa caratteristica che permetterebbe un passo in avanti a questo paese. Un contesto che va al di là delle differenze esistenti: ormai, ogni diversità viene legittimata come tale, escludendola e creando una frattura nel popolo, carente di una guida o di un sentimento che ricompatti i cocci.

“Sentirsi comunità significa condividere valori, prospettive, diritti e doveri. Significa pensarsi dentro un futuro comune, da costruire insieme”. Come sempre – e ce lo dimentichiamo – ogni situazione ci riguarda, (in)direttamente. Fuga di cervelli, qualunquismo culturale, ostilità razziale, povertà, disoccupazione: tutti aspetti che, nel nostro oggettivo quieto vivere, sono parti integranti del nostro abitare una società. Con tutte le responsabilità che gravano sul groppone, come la necessità di una spinta verso la coesione. E tanti cari saluti a quelli che definiscono ‘buonista' qualsivoglia azione o parola che non sia bellicosa.

"Vuol dire anche essere rispettosi gli uni degli altri. Vuol dire essere consapevoli degli elementi che ci uniscono e nel battersi, come è giusto, per le proprie idee, rifiutare l’astio, l’insulto, l’intolleranza, che creano ostilità e timore". Vuol dire smetterla di pensare all'aggressività come all'unica chiave di lettura per colloquiare con l'altro. Vuol dire smetterla di guardare alla condivisione della bontà come a un'operazione di strumentalizzazione, a qualcosa da nascondere, quando in realtà andrebbe mostrata (e sbandierata). Altrimenti, nel 2019, l'aggressività fisica e verbale prenderà il sopravvento, ancora una volta.

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