“Un patto per Scampìa”. Ritorna un refrain consumato negli anni. Tornano i paroloni retorici, l’invocazione dell’esercito e la valanga di arresti che giacciono sui tavoli dei pm. Gli agguati e gli omicidi hanno riportato il quartiere a nord di Napoli all’attenzione dell’opinione pubblica. Si consumano le sedute dei Comitati per l’ordine e per la sicurezza e i blitz nelle Vele. Un film già visto. L’ultima operazione si chiamava “Alto impatto” ma bassa, bassissima, è stata la ricaduta sui cittadini di quell’area.

Nel market della droga più ricco d’Europa le istituzioni non ci sono. Come nelle altre periferie di Napoli, da Ponticelli a Bagnoli. E sono proprio questi luoghi che misurano la tenuta di un governo nazionale (attualmente provvisorio, tecnico e impegnato a dissanguare gli italiani) o di un’Amministrazione. Come ad esempio quella provinciale con il presidente più imbarazzante della storia recente, Giggino ‘a purpett. O come quella regionale anestesizzata dal governatore Caldoro e da un’opposizione in consiglio di cui non si ha notizia. E, infine, quella comunale. L’altro Giggino, de Magistris, mostra un evidente difficoltà quando si parla di periferie. Saranno i suoi natali vomeresi ma da oltre un anno vede i confini cittadini compresi tra Chiaia, Posillipo e la collina. Sono le zone della città dove continua a essere protagonista una borghesia intellettuale parassita, cialtrona e in alcuni casi affiliata.

Eppure sono proprio quei luoghi in cui insistono le esperienze “resistenti”. Ciro Corona e il suo impegno, il Gridas, Radiosca, l’associazionismo, la cooperazione, Domenico Lo Presto e la sua battaglia per la casa e contro la camorra. Eppure queste persone devono gridare sempre per farsi sentire.Qualcuno ha provato con Occupy Scampìa a riportare l’attenzione lo scorso febbraio: evento naufragato tra strumentalizzazioni politiche e la perenne voglia distruttrice che anima questa città. E poi ci sono Bagnoli che attende la riqualificazione, a San Giovanni dove si nuota in un mare di fogna, Ponticelli che aspetta la sua colata di cemento e Pianura che soccombe al disastro ambientale.

Disfattismo? Chi è nato e chi ha vissuto questi posti non parla mai per “sentito dire”. Basta prendere un bus che porta verso quelle zone dopo aver aspettato un’ora sotto 40° di sole cocente. Provate a guardare i volti e ascoltare i discorsi di anziani, casalinghe, giovani senza arte né parte e lavoratori. In questo modo capirete quanto valgono le chiacchiere e cosa sta covando nella pancia della gente, stanca di cambiamenti annunciati.

I quartieri a luci rosse ci sono già, questa è la notizia da dare al sindaco. Sono quelle periferie che lui e gli altri governanti non conoscono: rosse come il sangue che scorre tra droga e morti ammazzati, rosso come lo stipendio a fine mese, rossi come i dati su disoccupazione ed evasione scolastica, rossa come una Crisi che sta piegando il Paese. E, per favore, non chiamatela più Gomorra come se fosse ancora una fiction. Da Roma a Milano, passando per Torino, in questi quartieri cambiano le sfumature ma troverete lo stesso disastro sociale. Solo chi vive questi luoghi puo’ cambiarli. E se proveranno a farlo, le istituzioni dovranno dimostrare da che parte sono.