Sapevamo che facile non sarebbe stato, anzi;
che all'esperienza e all'andrà tutto bene poteva prevalere la preoccupazione;
che al timore di esprimersi doveva per forza seguire l’incoraggiamento ad aprirsi e raccontare, raccontarsi;
che agli occhi lucidi dalla commozione la risposta istantanea e anche naturale sarebbe stata un momento di silenzio, a mo di rispetto;
che mischiarsi e misurarsi con sconosciuti ci avrebbe fatto tanto bene;
che alla fine quest’esperienza ci avrebbe fatto crescere, e non poco;
che saremmo tornati a casa con l'animo pesante e voglia di riscatto, quello di un’intera generazione.

Abbiamo fatto il possibile, quello che era nelle nostre corde, quello che era nelle nostre possibilità. Abbiamo conosciuto persone, ci abbiamo parlato una settimana intera anche fraintendendo alcune parole, alcuni toni. Anche noi come loro ci siamo messi alla prova, ci siamo meravigliati e siamo rimasti increduli, interrogandoci senza giungere – alcune volte – ad una soluzione. Abbiamo condiviso i nostri sentimenti, i nostri ehm durante i discorsi e toccato concetti chiave come indifferenza, cittadinanza attiva e giovani. La prima è quella che da secoli contraddistingue gli esseri umani, la seconda è quella che contrasta la prima e gli ultimi, gli ultimi sono quelli in perenne campagna elettorale, pronti a rimbalzare da un palco a  un talk show in prima serata ma, alla fine dei conti, mai pronti a rovesciare questa società, per spazio, voglia e determinazione.

Il mio quarto Treno della Memoria ho deciso di descriverlo così.