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Mahmood, vincitore del 69° Festival di Sanremo (foto di Rolling Stone Italia)

Sembra quasi una tradizione millenaria. Invece, le critiche ai risultati del Festival di Sanremo sono una consuetudine dai tempi dell'omologazione del televoto. Mahmood vince Sanremo 2019, una vittoria che porta con sé perplessità di vario genere. E, soprattutto, che hanno messo in secondo piano un tratto importante di questa sessantanovesima edizione: finalmente, è stato fatto un passo in avanti verso la complessa musica italiana attuale.

In che modo? Dobbiamo tenere in considerazione che Sanremo è una bolla, un micromondo con le sue leggi e le sue regole, i cui risultati non sempre trovano riscontro nel campo discografico, nei live e nelle trasmissioni radiofoniche. Parafrasando una dichiarazione di Daniele Silvestri in un servizio di Propaganda Live, l'Ariston vive in una sua dimensione mediatica, dalla quale è difficile staccarsi e differenziare la realtà dalla medianitàTuttavia, quest'anno la bolla si è aperta, e ha mostrato qualcosa che, in anni precedenti, non sarebbe stato possibile: una vetrina. La stucchevolezza del passato ha fatto posto a una propensione al nuovo che avanza, come la scena indipendente e underground. Baglioni ha riformulato completamente un paradigma che, per chi vive la musica tutti i giorni, è sacro santo: non esiste solo il passato, i soliti nomi, i tizi da riportare alla ribalta, ma c'è qualcosa di nuovo, ed è anche artisticamente interessante.

Ecco, il carattere mediatico del Festival di Sanremo 2019 è riuscito in un intento particolare: essere – finalmente – vetrina sperimentale di cos'è oggi la variegata e intrigante musica italiana, tra vecchie glorie, nomi conosciuti e altisonanti, leve con un ampio background e fenomeni nati dal web con talento e prospettiva. Insomma, è stato un festival rielaborato, i cui risultati dovrebbero essere un discorso a parte (e secondario). L'onorificenza di ricevere il premio è solo uno spunto televisivo, il classico pretesto che fa gola allo spettatore, la concorrenza che non dovrebbe azzerare le nostre riflessioni su un altro piano tematico: la musica italiana. Criticare la vittoria di Mahmood, dunque, resta un discorso fine a se stesso, rinchiuso nella bolla esistenziale di cui sopra. Anche perché, vincere a Sanremo non è sempre sinonimo di vittoria nella scena discografica. È un'esperienza, come le altre.

Poi, il complesso sistema di voti con il quale un artista si porta a casa la statuetta di Sanremo è, da sempre, bersagliato da critiche e opinioni, senza che ne venga fuori una soluzione oggettiva e paritaria. Come mai? Perché è difficile accontentare tutti, in ogni caso ci sarà sempre qualcuno che giudicherà negativamente un piccolo ingranaggio dell'intera macchina musicale. Dunque, più che lasciarsi andare a critiche nostrane su chi ha vinto cosa, andrebbe aperta una riflessione su un'edizione sanremese che – finalmente – ha rivolto lo sguardo sulla scena musicale italiana moderna. Mettere sullo stesso palco tutti questi nomi ha realizzato un incontro stilistico degno di nota, consegnando al pubblico del Teatro Ariston uno spettacolo positivamente complesso. Un tratto che obbliga i presenti a fare i conti con una realtà che cambia, che non si poggia solo su "Loredana, Loredana", ma su una varietà artistica che vale la pena sottolineare e apprezzare.

Insomma, l'approccio filosofico e critico nei confronti di Sanremo 2019 non deve fermarsi a una mera classifica, ma deve concentrare la propria riflessione su un cambiamento degno di nota, una vetrina che presenta l'eterogeneità della musica italiana, tra scena indipendente, web, passato e talento show. E va riconosciuta, perché è un'assurdità tenersi incollati alla tradizione con dei paraocchi culturali che pretendono uno stile sanremese (che non è sinonimo di stile musicale) sempre identico e fine al contesto, dimenticandosi dell'importanza eterogenea di un'arte liquida e multiforme come la musica.