I 224 gradini della scalinata Montaldo che permettono prima di scorgere e poi di vedere nella sua interezza lo stadio Luigi Ferraris riescono a immetterti nel sangue e nel cervello quell’adrenalina che una volta arrivato giù respiri a pieni polmoni. Il vento gelido di una giornata di aprile viene visto come una sorta di manna per la tensione che c’è nell’aria ma, in realtà, amici, parenti e coppie dividono motorini, birre, panini in larghe zone antistanti l’impianto. A poche ore dall’inizio del match ci sono ancora alcuni tifosi che fanno la fila davanti al botteghino (“Non sapevo se riuscivo a liberarmi”) e così tutto scorre verso le ore 15:00. Un paio di grossi petardi rimbombano dalle zone dove i gruppi organizzati stanno trascorrendo il pre-partita ma l’avvicinamento alla stracittadina è vissuto in maniera assolutamente tranquilla.

Una volta passato il Bisagno si ha quella percezione che non sei tu ad entrare nello stadio  ma è esattamente l’opposto: nonostante manchino due ore all’inizio del derby si sentono già i cori e gli sfottò dalle due gradinate, mentre sul terreno di gioco ci sono dei ragazzini che stanno coronando il loro sogno. A Marassi non ci sono curve: ci sta la gradinata Nord, cuore del tifo del Genoa, e quella Sud, settore dei tifosi della Sampdoria. Le due squadre stanno facendo campionati molto diversi: il Doria lotta per un posto della zona Europa mentre il Grifone deve cercare di mantenere un buon margine sulle ultime tre posizioni per evitare spiacevoli sorprese alla fine del torneo.

Le coreografie sono uno spettacolo meraviglioso: a differenza dei derby di Milano e di Roma qui la conformazione dell’impianto genovese regala una profondità e un’ampiezza diversa alle espressioni delle due gradinate e quando parte “Lettera da Amsterdam” dagli altoparlanti le ugole doriane la fanno da padrone ma, prontamente, c’è la risposta dei fan del Vecchio Balordo, che ricordano agli avversari chi ha portato il calcio in città.

Arrivano le formazioni e subito si capisce che rispetto alle ultime uscite non ci saranno stravolgimenti: Giampaolo si presenta con il collaudatissimo 4-3-1-2 mentre Prandelli opta di nuovo per il 3-5-2 dopo il pareggio di Napoli. Se dopo 10’’ è Kouamè a sfiorare la rete del vantaggio per i rossoblù pochi minuti dopo è Defrel a fare esplodere lo stadio a maggioranza doriana con un tocco da distanza ravvicinata su un comodo assist di Quagliarella dalla destra. La Samp è più squadra, si vede dal modo di stare in campo, da come costruisce da dietro senza mai perdere lucidità e come si propone in verticale ogni qualvolta si apre uno spazio. La buona volontà del Genoa non basta e quando viene espulso Biraschi (punizione eccessiva!), con il conseguente rigore segnato da Quagliarella, la gara è definitivamente chiusa.

Quando Calvarese fischia la fine è grande festa per la Sampdoria, che non perde un derby da 6 incroci, e forte delusione sul fronte Genoa, che esce tra i cori di contestazione per Preziosi. L’uscita è ordinata, fatta di cori da parte di chi ha vinto e teste chinate di chi sa cosa gli aspetta fino alla prossima stracittadina, perché questa gara non ha visto spesso i suoi punti essere decisivi per lo scudetto o per i vari trofei, ma è importante per la convivenza tra due tifoserie che vivono nei medesimi luoghi durante tutto l’anno. Nei giorni precedenti alla gara ho assistito a scene divertenti ma mai eccessive che vanno da “Eh belin, ma quelli là chi cazzo sono…” a “Ormai vivono solo di ricordi”: quello che succede nello stadio è un po’ la riproduzione di ciò che accade tutto l’anno. Gli uni non nominano gli altri, che a loro volta sentono di avere superato la sempre rinfacciata data di fondazione e le varie fusioni. È tutto lì, per 180’. Tante anime in una. Il derby di Genova è un insieme di cose che ti passano davanti in pochissimo tempo e che sono difficili da decifrare in toto se non riesci ad entrare nel loro modus vivendi: la rappresentazione di un’anima forte e determinata di un microcosmo talmente variegato che va dai caruggi a Sampierdarena, dal quale puoi evitare di farti trascinare dentro e rimanerci impigliato solo portando lo sguardo da Spianata Castelletto verso il mare e pensare ad alta voce le parole di Francesco Petrarca.

Vedrai una città regale, addossata ad una collina alpestre, superba per uomini e per mura, il cui solo aspetto la indica signora del mare.