Manifesti elettorali a Bucarest per le Presidenziali 2019 (foto di Diana Jeleu)
in foto: Manifesti elettorali a Bucarest per le Presidenziali 2019 (foto di Diana Jeleu)

Un mese esatto dopo il voto di sfiducia del parlamento che ha decretato la fine del governo di Viorica Dăncilă, la Romania è stata chiamata alle urne per eleggere il nuovo presidente. Come da pronostici la maggioranza delle preferenze è andata al capo di Stato uscente Klaus Iohannis, espressione del PNL (Partidul National liberal) e impegnato negli ultimi tre anni in una lotta senza esclusioni di colpi con il PSD (Partidul Social Democrat), fino a qualche giorno fa al governo del paese. L'attuale inquilino di palazzo Cotroceni ha ottenuto consensi pari al 37,5%, non sufficienti per ottenere il successo al primo turno che richiedeva il 50%+1 dei votanti. Al ballottaggio, previsto per il 24 novembre, si confronterà con l'ex premier Dăncilă, che ha ottenuto il 22,7%. Deludente il risultato fatto registrare da Alianta 2020 Usr Plus (coalizione formata da due forze che in Italia definiremmo ‘anti-sistema'). Il candidato e leader dell'Usr (Uninea Salvati Romania) Dan Barna si è fermato al 14,7%, non mostrandosi in grado di replicare il successo delle Europee del 26 maggio (22,3%) e ridimensionando le aspettative in vista di quello che è il reale obiettivo della neonata formazione, le Politiche del 2020.

Ha partecipato alla consultazione il 47,8% degli aventi diritto, in calo di oltre cinque punti rispetto alle elezioni del 2014. La diaspora (cittadini romeni residenti all'estero) è accorsa in massa alle urne, oltre 675000 votanti rispetto ai 160000 del primo turno delle elezioni del 2014.

Dăncilă salva la leadership di un PSD allo sbando: consensi dimezzati in tre anni

La conquista del ballottaggio, tutt'altro che scontata, ha rappresentato una boccata d'ossigeno per Dăncilă, che le consentirà di mantenere la guida del partito anche nel caso in cui perdesse il confronto con Iohannis al secondo turno. Il PSD, uscito vincitore dalle Parlamentarie del 2016 con oltre il 45% dei voti, ha visto il suo consenso dimezzarsi nel giro di appena tre anni a causa del tentativo di riformare il codice penale a suon di ordinanze d'urgenza (i cosiddetti provvedimenti ‘salva corrotti') e dei guai giudiziari del suo leader, Liviu Dragnea, condannato in via definitiva a 3 anni e 6 mesi di carcere per abuso d’ufficio, falso e corruzione per un reato commesso tra il 2007 e il 2008. 

Iohannis ha saputo cavalcare l'indignazione di massa e le imponenti manifestazioni di piazza del 2017 promuovendo, in concomitanza con le Europee, un referendum consultivo i cui due quesiti riguardavano l’amnistia e la grazia per illeciti legati alla corruzione e le ordinanze di urgenza relative ai reati penali. Assestando così un colpo durissimo ai socialdemocratici che, alla fine dello scorso maggio, nel giro di un paio di giorni si sono trovati pesantemente sconfitti alle elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo, sconfessati dal giudizio popolare per la riforma del codice penale e orfani del padre-padrone Dragnea. Perduto il sostegno dell'alleato di governo Alde (Partidul Alianța Liberalilor și Democraților) e indebolito dal passaggio di una ventina di deputati a Pro Romania dell'ex premier Victor Ponta, il PSD è stato sfiduciato dal Parlamento il 10 ottobre scorso. Iohannis ha assegnato l'incarico di formare un esecutivo monocolore di minoranza al presidente del PNL Ludovic Orban, portando a compimento il suo progetto.

Una campagna elettorale sottotono, senza dibattiti pubblici tra i principali candidati

Chi percorreva le strade di Bucuresti, Cluj, Iasi o Timisoara nelle settimane precedenti al voto, senza conoscere l'attuale situazione politica romena, difficilmente avrebbe potuto immaginare di trovarsi in un paese pronto a eleggere il nuovo presidente. Tra i discorsi della gente comune era un argomento del tutto marginale, quasi riguardasse un mondo distante anni luce da loro. 14 candidati, molti dei quali sconosciuti ai più, così come i loro programmi elettorali. Poco spazio dedicato dai media alla consultazione elettorale, anche in virtù della decisione dei due principali candidati (Iohannis e Dăncilă) di non partecipare a dibattiti televisivi. Le prerogative del presidente della Romania sono simili a quelle del nostro capo di Stato, garante della Costituzione e del corretto funzionamento delle istituzioni democratiche, ma esercita il suo ruolo in maniera più attiva, incidendo concretamente sulla vita politica del paese, come testimoniano i frequenti scontri con i premier quando appartenenti a forze politiche avverse. Non una carica meramente rappresentativa, dunque. L'importanza di questa tornata elettorale, giunta sul finire di un anno nel quale il quadro delle Politiche del 2016 ha subito profondi cambiamenti, è stata percepita più dai romeni residenti all'estero che all'interno del paese.

Il voto della diaspora sintomatico del peso che la corruzione riveste nelle scelte elettorali 

Dai voti della diaspora emerge un dato significativo: Iohannis vincitore al primo turno con il 53% delle preferenze, l'alleanza tra USR e PLUS seconda forza con il 27,4% e il PSD letteralmente scomparso dalla scena politica, ridotto a un misero 2,7%. L'incidenza del voto dei residenti all'estero sul dato complessivo è chiaramente poco rilevante, ma è indicativa di quanto la lotta alla corruzione rappresenti, per chi per scelta o necessità ha lasciato il paese, un elemento di fondamentale importanza nel giudicare i propri rappresentanti. I socialdemocratici sono considerati, da questo punto di vista, il male assoluto. Sebbene siano numerosi i casi di esponenti di rilievo del PNL indagati e condannati in via definitiva per fatti di corruzione, Iohannis è riuscito a costruirsi un'immagine di persona pulita, della quale potersi fidare, resistendo all'appeal esercitato da quelle forze anti-sistema di recente fondazione che fanno dell'onesta la propria bandiera.

Ballottaggio dal risultato che appare scontato, Iohannis si prepara ad affrontare il secondo mandato

Difficile prevedere che Dăncilă possa ribaltare il risultato del primo turno. Anche se dovesse riuscire ad accaparrarsi i voti degli elettori dell'attore Mircea Diaconu, candidatosi come indipendente appoggiato da Pro Romania e ALDE e forte di un insperato 9%, non riuscirebbe a colmare il distacco con il presidente uscente, sul quale probabilmente convergerà buona parte dei voti ottenuti da Barna. Dăncilă, inoltre, non gode del pieno sostegno di membri influenti del partito, come testimonia il risultato sotto le aspettative ottenuto nelle roccaforti socialdemocratiche della Moldavia, con il fondato sospetto che i ‘baroni' non si siano spesi al 100% in favore dell'ex premier puntando ad accelerare i tempi di un cambio nella leadership.