Le relazioni tra le università e gli studenti che le animano possono portare importanti benefici alla vitalità degli atenei. Ma è importante essere d’accordo sul verbo che ho usato, animare, e sul posizionamento degli studenti rispetto a questo verbo, il soggetto. È anche un po' imbarazzante mettersi a fare il "professorone" in un paese che le università le ha inventate. Ma se dopo aver conseguito titoli in due atenei, dei quali uno romano, mi ritrovo a implorare un ingaggio di qualsiasi genere da parte delle "mie" università un problema ci dev'essere.

Anche l'International Herald Tribune ne fa una questione di cultura europea, dunque senza offesa per nessuno si dica serenamente che la colpa è delle università. L'articolo è apparso sull'ultimo numero del giornale (che ora si chiama International New York Times) e s'intitola: Tapping the potential of alumni programs. Racconta l'esperienza di un ateneo che sta realizzando un programma per la costruzione e il consolidamento di relazioni tra università e studenti. Un progetto affidato a professionisti che ha l'ambizione di ottenere i benefici, tanti e noti, che questo tipo di associazionismo porta su molti aspetti della vita dell'università: raccolta fondi, orientamento della ricerca e della formazione rispetto alle relazioni con i mercati, l'industria e i servizi, opportunità di lavoro per gli studenti, opportunità di formazione in azienda.

Le forme di collaborazione sono molte ma uno degli aspetti più rilevanti è la predisposizione al volontariato. Anche qui: brutto fare il "professorone" nel paese in cui il volontariato è diventato il settore più produttivo, ma è impressionante vedere come le università ignorino e comprimano, fino all'annullamento, lo spirito comunitario che gli studenti porterebbero ben oltre il giorno della laurea. Una predisposizione che potrebbe arricchire la vita delle università con entusiasmo, interesse collettivo, professionalità. Sì, professionalità. Soprattutto quelle che negli atenei mancano completamente, prima tra tutte il management.

Gone are the days we just say we're friend-raising
(Shannon Potts, director of alumni relations at George Brown)

Al George Brown College di Toronto e all'Ivy Tech Community College, un circuito di trenta campus dell'Indiana, sono stati adottati strumenti di Tracking Alumni Engagement. Prevedono il rating legato alle diverse attività svolte dagli ex-studenti: selezione del personale, fund raising, occasioni di formazione in azienda, collaborazioni di ricerca industriale, workshop e formazione in università. Un sistema di tracciamento del ritorno d'investimento su una forma di business relazionale che nel vecchio continente è quasi del tutto ignorata. Dunque non solo un'idea affascinante ma un vero e proprio sistema di opportunità: per gli studenti, che interpretano lo studio in una visione di lungo periodo, per i docenti, che dànno alla formazione tagli sempre più efficaci, per i ricercatori, che recuperano la speranza di una vita oltre l'ultimo paper, per gli ex-studenti, che trovano il modo per contribuire alla ricostruzione della "buona società" perduta.

La cultura manageriale mi ha insegnato che non fissare obiettivi, deadline e incarichi, fermandosi all'enunciazione dei buoni propositi, apre la strada all'affermazione dei cattivi propositi. Per questo penso che chi ha in mano le università oggi dovrebbe usare la prossima pausa caffè per fissare il primo brainstorming. Io, onestamente, non aspetterei novembre. Anche in ragione di un altro principio: per raggiungere risultati con i programmi alumni è necessario lasciare spazi d'azione alla comunità degli studenti. Per esempio sul fronte dell'organizzazione e dell'incubazione di idee, senza impegnare risorse accademiche in un ruolo di "coordinamento" che può risultare addirittura inopportuno.