Olimpiadi sì, Olimpiadi no. Milano batte Roma uno a zero. Lunedì scorso, quando a Losanna la gioia del team italiano è esplosa all’annuncio della designazione da parte del CIO di Milano-Cortina d’Ampezzo per l’organizzazione delle Olimpiadi invernali del 2026, un coro all’unisono si è levato da politici e uomini delle istituzioni, tutti pronti a congratularsi ma, soprattutto, ad appuntarsi al petto la medaglia della vittoria per alcuni insperata e da altri avversata. Fenomeno tutt’altro che nuovo, per la verità, in una nazione come la nostra dove tutti sono sempre pronti in un nanosecondo a salire sul carro del vincitore. Diceva Ennio Flaiano con la sua pungente ironia che «una qualità degli italiani è quella di volare in soccorso dei vincitori».

Tutti d’accordo, dunque? Un apprezzabile momento di convergenza e armonia nel nostro Paese?

Non proprio, perché da più parti in passato l’organizzazione di eventi del genere, di dimensione planetaria, hanno prodotto perplessità – talora sfociate in veri e propri veti – motivate dal timore dei costi eccessivi e degli eventuali fenomeni corruttivi legati agli appalti per la realizzazione delle opere necessarie.

I modernisti-oscurantisti pentastellati, ai tempi della candidatura di Roma per i giochi olimpici del 2024, definirono le Olimpiadi «una mangiatoia». «No alle Olimpiadi del mattone», disse Virginia Raggi, «è da irresponsabili dire sì a questa candidatura». Ieri invece, inaspettatamente, la sindaca di Roma si è congratulata in un tweet con chi ha lavorato per ottenere questo risultato. Ivi compreso, evidentemente, il presidente del Coni, Giovanni Malagò, motore di entrambe le proposte di candidatura, cui la Raggi diede persino buca in occasione di un incontro decisivo in Campidoglio. Un inusitato fenomeno di micro-trasformismo, un gesto camaleontico da studiare con grande attenzione, o più semplicemente la materializzazione di un Fregoli in gonnella. E lo stesso Salvini, ad onor del vero, non fu certo tenero nel 2016 di fronte al progetto di Roma città olimpica, parlando di «follia» e di «Olimpiade dello spreco». Olimpiadi infernali, insomma, più che Olimpiadi invernali.

C’è però un altro – e ancora più significativo – profilo che emerge da questa innegabile affermazione che, almeno per un giorno, ci ha sollevato dall’avvilente ruolo di incorreggibili disobbedienti alle regole dell’UE (condivisibili o meno che siano) costantemente sotto la spada di Damocle dei richiami e delle possibili sanzioni dei suoi organi, di ostinati detrattori dei precetti di un ente sovranazionale del quale pur facciamo parte. Un po’ come se, per restare in ambito sportivo, qualcuno pretendesse di iscriversi a un campionato di calcio e di giocare tutte le partite senza rispettare le regole (o seguendone di sue). Condannati, per questo, ad essere gli ultimi della classe: un po’ Pierino (impertinente e pasticcione), un po’ Franti (debole con i forti e forte con i deboli).

Emerge infatti, ancora una volta, un divario tra Nord e Sud, tra Milano efficiente e concreta e Roma arruffona e parolaia. Che è poi la classica distinzione tra il Nord che produce, il perno dell’economia del Paese, e la Capitale che è il centro della politica, con le sue paludi, il luogo dove si prendono le decisioni che riguardano l’Italia: la “Roma ladrona”, nel linguaggio della Lega Nord di Umberto Bossi.

Si tratta di due stereotipi, è vero, eppure anche in questo caso sembrano essere confermati dalla realtà. La laboriosa Milano, in fondo, è riuscita a prevalere sulle sabbie mobili della magmatica Roma. Certo, un peso decisivo, in entrambi i casi, hanno avuto le rispettive amministrazioni comunali, compatte con chi aveva promosso la candidatura nel primo caso, nettamente ostili nel secondo. Ma i governi locali sono scelti dai cittadini, sono espressione del territorio e di chi lo abita. Certo i romani illo tempore non hanno reclamato a gran voce i giochi olimpici. La pregiudiziale ideologica grillina si sarebbe forse infranta? Due città del Nord, Milano e Cortina, sono invece riuscite a realizzare una non facile sinergia. Un gioco di squadra, insieme ai vertici dello sport nazionale. E, come afferma il cestista statunitense Michael Jordan, «con il talento si vincono le partite, ma è con il lavoro di squadra e l’intelligenza che si vincono i campionati».

Il gioco di squadra. Quello che è mancato a Roma nella competizione per aggiudicarsi le Olimpiadi 2024, la versione più importante delle manifestazioni olimpiche, sommersa dalla miopia politica e dagli slogan pregiudiziali delle c.d. forze del cambiamento, che mai avrebbero dato il loro consenso ad un’iniziativa del governo Renzi, il loro nemico pubblico numero uno, ereditata dal governo Monti.

Perché in fondo non si dovrebbe trattare di una questione di Nord vs. Sud, di Lega vs. Cinquestelle (con il PD terzo incomodo), dato che un'Olimpiade è una grande risorsa economica e un'immensa opportunità per l’immagine internazionale di un Paese, e che lo spirito olimpico è universale, mira – come diceva Pierre de Coubertin – a realizzare uno stile di vita basato sul rispetto «dei principi etici fondamentali», e chi pensa che una manifestazione come questa sia solo l’occasione per rubare denaro pubblico dimostra di non vedere più in la del proprio naso.

Di non volare alto. E magari sognare un’Olimpiade nel profondo Sud.