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I cori razzisti contro Koulibaly hanno scosso un po' tutti. No, qui non si vuole dire che il razzismo nel calcio non sia mai esistito, ma questa volta, in circa una settimana, tutti quanti hanno alzato critiche contro i facinorosi di turno. Dalle società sportive alle istituzioni governative, per arrivare ai media: giorno dopo giorno, si è parlato di quanto sia nevralgico condannare tali atti, pregni di ignoranza e odio insensato. Non siamo nuovi a queste vicende, certo, ma la risonanza mediatica è stata un valore aggiunto alla vicenda. Tuttavia c'è una questione che balza all'occhio in questo contesto, poiché ciò che viene messo in campo è il discorso sui diritti umani: quanto può essere legittimo il moralismo che abbiamo cavalcato per ore e ore?

Per capire meglio questa domanda, vale la pena prendere in mano il comunicato stampa n.19 della Lega Serie A Tim riguardante la vendita di biglietti per la sfida di Supercoppa Italiana tra Juventus e Milan che si giocherà al King Abdullah Sports City Stadium di Jeddah, in Arabia Saudita. In essere, la nota riporta la seguente dinamica: "selezionare la categoria di biglietto desiderata (i settori indicati come ‘singles' sono riservati agli uomini, i settori indicati come ‘families' sono misti per uomini e donne)". In sostanza, possiamo ipotizzare che le donne non potranno acquistare il ticket o recarsi allo stadio da sole, ma dovranno comunque far parte di un gruppo che preveda la presenza di uomo. Inoltre, come riporta Corriere.it, "non possono girare liberamente per lo stadio" e "non potranno seguire la partita dai posti accanto al terreno di gioco, perché sono quelli riservati ai soli uomini". Ora, tutto ciò chiama in causa diverse riflessioni che, al fine di essere le più eloquenti possibili, avrebbero bisogno di un programma televisivo a parte. Visto che non siamo in tv, cerchiamo di essere incisivi al massimo e proviamo a buttare giù qualche analisi.

A caldo, la prima riflessione chiamata in causa è la discriminazione nei confronti delle donne. Di fatto, nel comunicato stampa, non vi è alcuna spiegazione in merito al regolamento della vendita. Tale divisione sembra figlia di una norma conforme alla regole stabilite nella cultura del paese ospitante la competizione (e su questo ci torneremo più avanti). Data questa netta distinzione, però, ancora non si sono fatte sentire le dichiarazioni da chi, circa qualche giorno fa, reclamava civiltà nei confronti di Koulibaly. Due pesi e due misure, insomma. Che potrebbero essere influenzate da interessi economici abbastanza evidenti, se ci andiamo a pensare: si tratta della seconda Supercoppa Italiana disputata in una nazione che non è proprio l'esempio illustre dei diritti civili. Viene da chiedersi, dunque, che fine abbia fatto quella morale sbandierata ai quattro venti in favore del giocatore del Napoli, e come mai adesso non viene chiamata in causa, nonostante possa risultare evidente ai nostri occhi.

Perché dico "ai nostri occhi"? Per una semplice constatazione: paese che vai, leggi che trovi. Come sovente capita in Italia, ogni qualvolta un immigrato compie un'infrazione legislativa, la pancia politica attuale si sfoga con frasi abbastanza qualunquiste, del tipo "Oh, questi vengono a casa nostra e devono osservare le nostre leggi" (le stesse che magari neanche gli italiani rispettano, ma questa è un'altra storia). Un discorso che, se analizzato come un richiamo al rispetto delle regole, ci sta. Se dunque assumessimo per buono questo principio, nessuna morale del Bel paese dovrebbe mettersi a questionare su chi e come può entrare allo stadio di una partita di calcio di un'altra nazione. Certo, la competizione riguarda il nostro calcio, ma chi ci ospita è l'Arabia Saudita: per questo, le leggi da rispettare sono le loro, basate sulla loro cultura, che ci piacciano o meno. Tutti concetti che richiamano la tanto discussa questione del velo, che diverse donne sfoggiano con dichiarato orgoglio.

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E qui potrebbe nascere una critica abbastanza onesta: "Ok, perfetto, ma qui si lede la dignità delle donne". Di fatto, esiste una contraddizione legislativa mondiale che non permette di capire come e quando sanzionare l'Arabia Saudita in merito. Il 10 dicembre 1948, a Parigi, ben 58 stati mondiali presenziavano alla realizzazione della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani. Tra questi, anche l'Arabia Saudita, che si astenne dalla firma. Nonostante ciò, attualmente, lo stesso paese è membro del Consiglio per i Diritti Umani delle Nazioni Unite (UNHRC), eletto col benestare delle altre compagini mondiali malgrado i vari richiami di ordine discriminatorio. Cosa significa questo? Manca un assetto politico-sociale in grado di spiegare questa strana dicotomia.

"Bene, ma questo perché dovrebbe fermarmi dal criticare quanto succede in Arabia Saudita?". Perché, in soldoni, neanche in Italia le donne se la passano tanto bene. Ad esempio, in politica, le norme di genere per favorire l'entrate delle quote rose non sembrano funzionare perfettamente. È dal Governo Monti, infatti, secondo i dati Openpolis, che non si vedevano così poche donne in un esecutivo: dal 12,77% si è passato all'attuale 17,19% del Governo Conte. Un aumento che risulta nullo se raffrontato ai periodi Letta (29,03%), Renzi (27,87%) e Gentiloni (28,33%), che comunque mostrano statistiche molto basse. Nel mondo del lavoro, invece, si parla spesso di una differenza netta e marcata tra uomo e donna, sia nei salari sia nelle posizioni manageriali. Se poi aggiungiamo il dato della violenza sulle donne – il più delle volte perpetrata da amanti e familiari di origine italiana -, il quadro completo mostra una nazione al di là dai fasti di morale civiltà che tanto viene professata.

Sebbene restare con le braccia conserte non serve a nessuno, facciamo un passo in avanti. Un contesto come questo risulta sistematicamente utile per affrontare un discorso importante: quanto rispettiamo le donne nel nostro paese? Se la risposta è "Poco", vale la pena migliorare norme e leggi per intensificare una migliore qualità della vita nei confronti del sesso femminile. Magari attraverso una spinta sociale coesa ed efficace. Così, un giorno, potremo insegnare qualcosa a qualcuno.

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