Probabilmente una volta avreste capito immediatamente chi era l'eroe della storia. L'avreste notato in mezzo a tanti altri, magari alto, magari massiccio, magari serissimo. E avreste avuto paura a rivolgergli la parola: perché lui sarebbe stato un eroe – L'eroe – e voi, invece, non sareste stati nessuno.  Era il tempo delle personalità forti e convincenti; il tempo dei personalismi egocentrici, il tempo del singolo che risolleva la collettività, e dei piccoli atti camuffati da missioni impossibili. L'eroe era una figura leggendaria, romanzesca: da letteratura di inizio ‘900 con le sue paure e le sue debolezze nascoste magnificamente sotto una montagna di carisma, forza e personalità. L'eroe era il simbolo di una generazione, non la generazione stessa. Era l'eccezione che confermava la regola, non la dimostrazione che la regola – chissà come, chissà perché – funzionava. L'eroe era eroe. E chi gli stava attorno si divideva tra amici, nemici e appassionati sostenitori. Anche solo credere di poter dare una mano all'eroe era assurdo. Impensabile. L'eroe doveva fare tutto da solo, per definizione. Vivere il proprio eroismo costretto in una prigione claustrofobica di solitudine e incoraggiamenti sussurrati da lontano.

Oggi le cose sono cambiate. L'eroe è irriconoscibile. Non riesci a trovarlo in mezzo ad una folla nemmeno se al collo ha appeso un cartello: «sono io l'eroe. È me che stai cercando». Non gli credi e soprattutto non ci vuoi credere. Perché i volti hanno perso la loro importanza e uno vale l'altro: è la massa che ha inghiottito i personalismi, e che s'è eletta ad eroe di se stessa. Così, come in un processo darwiniano che decide la sopravvivenza di una specie a discapito di un'altra. L'eroe solitario non può più sopravvivere in questi tempi fatti di connessioni, messaggi, tweet, parole scambiate sui social e fotografie scattate ad ogni passo. L'eroe perde il suo scudo di carisma e la sua spada di eccezionalità. Tutti, all'improvviso, possono fare la cosa giusta. E tutti possono essere eroi. Di se stessi, di chi gli sta vicino, della comunità. Chi dice no non ha più bisogno di prove o di esempi da seguire. Fa un passo avanti, seguito da altri cento, mille e diecimila, e urla il suo no. Sicuro o meno di non essere da solo. È un istinto recente che nasce dallo stomaco e che risale voracemente i polmoni, la gola e la bocca. Che ti fa spalancare le labbra, ti fa digrignare i denti e ti fa dire no. Dalla leggenda alla storia e dalla storia al fatto: al quotidiano. A quello che ogni giorno è.

L'eroe oggi è una moltitudine di gente. Una marea sconfinata di volti, mani, sorrisi, piedi marcianti. Non ha più un nome definito o definibile. L'eroe dei nostri tempi è la società, l'unica che può cambiare realmente le cose. I piccoli atti diventano grandi, amplificati dalla voce di migliaia di persone. Un no scandito di nascosto diventa lo slogan di una manifestazione. E davanti al potere si erge una muraglia di intenti e di coscienze, tutte unite dallo stesso desiderio. L'eroe dei nostri tempi è il corteo dei No Tav, è la gente che ieri è scesa in piazza e ha marciato – un solo uomo, un solo cuore – per dire no alla (nuova? Vecchia?) discarica di Chiaiano. «Jatevenne», e l'eroe da personaggio della letteratura diventa protagonista del quotidiano.

Foto di Antonio Musella