Il Principe Libero della Rai  è un buon prodotto per il piccolo schermo che non raggiunge però le ambizioni del cinema.  La velleità artistica non si spinge fin troppo in alto ma l'encomiabile lavoro degli sceneggiatori non sciupa un' occasione: è fuori dubbio che non siamo di fronte un prodotto scandente.  Niente a che vedere con quanto prodotto negli ultimi anni, motivo per cui questo biopic guadagna il merito di fiction di qualità, tale da essere godibile anche da generazioni più giovani, solitamente poco inclini al palinsesto della tv nazionale.

Luca Marinelli conferma il suo talento con una prova da grande attore. Ricalca e riprende il suo personaggio ma non lo copia. E pur palesando difficoltà e ansie prima di sottoporsi all'immedesimazione con il personaggio, rende giustizia all'uomo.

Certo sarebbe stato difficile raccontare tutto il Faber -uomo e cantautore-, di cui ancora lontanamente si riesce a percepire l'essenza ascoltando le sue canzoni, ma in tutta la struttura narrativa qualcosa manca. Una storia indubbiamente lunga, che la sceneggiatura della fiction ha dovuto condensare in duecento minuti di racconto (televisivo), soffermandosi su qualcosa ma sacrificando altro, tanto che in molte occasioni non approfondisce e in alcuni casi romanza, pur rispettandone la storia personale.

Dori Ghezzi in una intervista: "ero in una posizione molto delicata, ho cercato di ‘proteggere' e tutelare le figure di contorno, più che Fabrizio e me stessa. Sulle cose più personali sono schiva, ho lasciato ad altri il compito di immaginarci. Mi consolo pensando che ogni personaggio della finzione, come Tenco o Villaggio, ne racchiude simbolicamente molti altri, un mondo di amici, collaboratori, fratelli d'arte"

Genova rimane per tutto il film elemento costante dell'ispirazione del poeta De Andrè, sicuramente rilevante ma non assoluto. E al pubblico, ingenuo, non resta che pensare se solo la città sul mare sia l'unico tassello dietro la creazione della canzone di Fabrizio De André. Manca pertanto l'analisi della genesi dei testi, se si escludono le Crêuza de mä genovesi, le donne di compagnia che il biopic ci fa guardare dal buco della serratura e la campagna incontaminata della Sardegna.

Principe Libero servirà soprattutto al pubblico dei più giovani, che se saranno abbastanza intelligenti da capire, approfondiranno e andranno a cercare il resto di Fabrizio De André nei suoi testi e nella lettura di quello che a giusto titolo può definirsi letteratura.

Luca Marinelli conferma il suo talento con una prova da grande attore. Ricalca e riprende il suo personaggio ma non lo copia. E pur palesando difficoltà e ansie prima di sottoporsi all'immedesimazione con il personaggio, rende giustizia all'uomo. "L’ho rappresentato, non interpretato" confessa Marinelli. Lo rispetta e da lontano senza immedesimarsi nella storpiatura caratteristica, omaggia. Pose, movenze e abitudini di De Andrè sono esempio di studio e analisi, che non fanno il verso ma al contrario mostrano bravura. Un attore che studia contro il tempo -dice Dori Ghezzi  "se avesse potuto concedersi il lusso di un tempo di preparazione più lungo il miracolo sarebbe stato completo"- uno studio breve ma senza sbavature. 

E se Marinelli potrebbe sembrare perno di tutta la storia -come attore solista-, così non è. Olttre ad un cast importante, figura magistrale è quella di Ennio Fantastichini capace di approfondire e calcare con bravura le sfaccettature di un ruolo complicato, quello del padre di De Andrè. Severo ma giusto, ma al contempo paziente e lungimirante. Tante le scene che ne sottolineano la caratura attoriale.

Ed è proprio sui alcuni dei personaggi che manca l'introspezione, molti dei rapporti -fondamentali nella vita del cantante- non sono analizzati e approfonditi. La telecamera li riprende ma non li osserva (dentro), passa veloce e sfugge via senza soffermarsi. Ed ecco che il rapporto amicale con Paolo Villaggio è solo una miope amicizia, che il legame con il fratello soltanto un accenno, o che la storia d'amore con Dori Ghezzi risulti senza passione sebbene essenziale svolta per la vita del cantante.

Principe Libero è una buona fiction, ottima rispetto al passato Rai, che non soddisfa velleità artistiche ma a suo modo serve. Serve a ricordare un protagonista della nostra cultura italiana, serve ad arrivare ad un grande pubblico, quello fedele alla rete nazionale che consumerà un'altra storia italiana apprezzando (si spera) la profondità anche se solo superficialmente. Ma servirà soprattutto al pubblico dei più giovani, che se saranno abbastanza intelligenti da capire, approfondiranno e andranno a cercare il resto di Fabrizio De André nei suoi testi e nella lettura di quello che a giusto titolo può ormai definirsi letteratura, con buona pace di intellettuali o presunti tali.