Lo stallo politico perdurante da due mesi è un fatto avvilente per la politica italiana e preoccupante per i cittadini che, pur avendo esercitato il loro diritto di voto, non hanno fin qui assistito alla conseguente nascita di un Governo.

La mancanza di una prospettiva di risoluzione o, peggio ancora, la concreta ipotesi di tornare a nuove elezioni acuiscono un senso di smarrimento dell’opinione pubblica che resta aggrappata all’unica figura dalla quale si attende un aiuto, il Presidente Sergio Mattarella; una figura, tuttavia, che di certo potrà proporre ma non imporre al libero Parlamento una via d’uscita dalla crisi.

Di chi è la massima responsabilità di tutto questo?

Chi dice che è tutta colpa della legge elettorale, per quanto ambigua e per certi versi da rigettare, afferma una verità incompleta. Non esistono, infatti, leggi elettorali perfette, soprattutto in contesti politici ormai tripolari come il nostro.

E allora sembra evidente che il maggior peso dell’inconcludenza attuale di questo Parlamento debba ricadere su chi ne rappresenta la sua porzione maggiore, il Movimento 5 Stelle.

Le sue “aperture” verso altre forze, Lega e PD, hanno raccolto in queste settimane, pur con sfumature diverse e qualche piccola adesione, sonore bocciature.

Eppure, come tutti sanno, un’offerta di andare al Governo è oggettivamente difficile da rifiutare. Perché dunque ciò è stato possibile, senza nemmeno che i destinatari dell’invito abbiano provato a sedersi attorno ad un tavolo?

L'unica spiegazione risiede proprio sulla natura intrinseca del Movimento e sull’inevitabile diffidenza che tutti, in primis il Partito Democratico, nutrono spontaneamente nei suoi confronti.

Non siamo qui a discutere se sia giusto o sbagliato.

Quello che con onestà occorre dire, però, è che questo rifiuto appare largamente inevitabile.

Come si poteva accettare di sostenere un Governo guidato e monopolizzato, visti i numeri in Parlamento, da chi ha sempre attaccato tutti gli altri partiti nella precedente legislatura (nonché in tutte le amministrazioni locali del Paese), affermando nel corso degli anni che nessuna differenza esisteva tra loro?

Come non restare esterrefatti di fronte alla tentata formazione di un Esecutivo portata avanti sulla richiesta dei voti leghisti o del PD, senza fare nessun tipo di distinguo tra i due “forni”, ribadendo così platealmente il precedente concetto?

Come si poteva dimenticare gli attacchi, talvolta anche violenti (verbalmente), con cui i grillini  hanno sempre accompagnato la loro legittima e precedente opposizione?

Perché sarebbe stato giusto ignorare la falsa idea di fondo con cui questo Movimento si è fatto strada tra la gente, quella per la quale destra e sinistra non esistono più?

Certo, la sinistra, soprattutto con la tragica e finale involuzione renziana, ha smesso, negli anni del suo governo, di svolgere il suo compito naturale; tuttavia, lì dove la sinistra si è smarrita, è apparso allucinante concludere che questa non esista più.

Casomai occorreva spingere, se lo si voleva, per rifondarla, non sussurrare all’orecchio degli elettori meno attenti che la soluzione dei problemi è univoca (e non invece distinta tra liberista e progressista), facendo credere che gli interessi dei più ricchi siano gli stessi di quelli dei più poveri.

Usando una metafora: se un medico non fa bene il suo mestiere, lo si cambia oppure si conclude che la medicina è una scienza del passato, ormai superata?

Chi avrebbe compreso, dopo averli criticati aspramente su questo, che ora si poteva far finta di nulla sul fatto che i deputati del Movimento 5 Stelle, pur godendo dell’assenza del vincolo di mandato riconosciuta dalla Costituzione italiana, abbiano accettato una sorta di “contratto” con un’azienda privata (Casaleggio Associati) in cui si impegnano, in caso di abbandono del gruppo parlamentare, a pagare a quest’ultima una “multa” di 100.000 euro?

O, anche, a riconoscere alla medesima azienda privata una parte del proprio stipendio (300 euro al mese, che moltiplicata per 333 deputati e senatori, fa ben 99.900 euro mensili)?

E sarebbe stato onesto intellettualmente non affermare che un legame tanto forte tra un’azienda privata e un movimento politico, al pari di Forza Italia, rappresenti un limite o forse una vera anomalia per la democrazia?

E l’aver aizzato la gente, per anni, contro le istituzioni, ricordando in ogni discorso pubblico quanto sia elevato lo stipendio dei parlamentari senza tuttavia spiegarne la necessità, quanto è annoverabile nel più becero e pericoloso populismo?

Non sarebbe stato più educativo ricordare agli elettori che la politica, piaccia o no, ha dei costi (da documentare precisamente, ovvio, cosa che spesso non accade) e che, in assenza di un contributo dello Stato (ormai quasi del tutto scomparso), solo i ricchi possono permettersi di farla, indirizzando poi le leggi verso gli interessi di pochi?

E perché si sarebbe dovuto accettare di stare al Governo con chi, volendo fare un altro esempio, è pronto a ridicolizzare se stesso e la carica istituzionale che ricopre, come il Presidente della Camera, pronto a camminare a piedi per Roma senza avvalersi della normale auto di scorta, impiegando di fatto un numero di agenti destinati alla sua sicurezza molto maggiore?

Si potrebbe proseguire con tante domande, come quella sul perché dover garantire loro i numeri per formare una maggioranza quando, a parti rovesciate, 5 anni fa, la medesima richiesta fu rigettata con sarcasmo e, con ciò, contribuendo a riportare al Governo del Paese Berlusconi e i suoi fedelissimi.

Troppe domande, dunque, per giustificare l’appoggio a chi, in tutti questi anni, non ha mai smesso di dedicarsi ad un’unica, grande, epica, operazione: erigere un enorme muro tra se e tutto il resto.

Un muro divenuto, di fatto, una vera e propria prigione da cui uscire non è più possibile, a meno di non ricorrere ad un piccone pronto a abbattere, con esso, anche una parte consistente della propria storia.