La blockchain è nata con la promessa di strappare il potere alle autorità centralizzate o ai monopoli. E sembra avere il potenziale d'innovazione che ebbe la partita doppia, inventata nel XV secolo in Italia. Una ricerca recente (Abadi e Brunnermeier, 2018) mostra che non è possibile realizzare un registro che soddisfi allo stesso tempo le tre condizioni seguenti:

  1. registrare tutte le informazioni correttamente
  2. essere efficiente in termini di costi
  3. essere completamente decentrato per evitare qualsiasi concentrazione di potere

La tecnologia blockchain, al pari delle altre, non riesce nell'intento e a causa del decentramento impone costi riconducibili a tre fattori: spreco di risorse, problemi di scalabilità e inefficienze dovute a esternalità della rete.

Il primo fattore di costo della blockchain è nel "sistema di voto" sul quale si basa il consolidamento (l'approvazione) dei blocchi d'informazione. Si tratta dell'attività di proof of work dei miners ed è forza computazionale pura e semplice, energivora. Questa attività è indispensabile poiché realizza l'algoritmo mediante il quale vengono registrate e convalidate tutte le informazioni del registro, che garantisce sia la validità del registro che la democraticità del sistema decisionale (distribuito tra i miners).

Un altro fattore di inefficienza della blockchain riguarda la scalabilità. Il libero accesso alla funzione di miner assicura la trasparenza delle operazioni di tenuta del registro, la sua "democraticità", in combinazione con un altro principio: il registro è distribuito nei nodi computazionali dei membri della catena. Ma se un membro dovesse perdere la fiducia negli altri (o in qualcuno in particolare) sarebbe costretto a conservarne una copia completa nel proprio nodo. Il problema che si pone è evidentemente un problema di scalabilità, ma ha anche risvolti misurabili in termini di efficienza delle comunicazioni (terzo fattore di inefficienza).

Ma più di tutto ci interessa capire cosa si può fare con un registro digitale e cosa no. Per spiegare i limiti della blockchain rispetto ad alcune applicazioni che vengono sviluppate in giro per il mondo usiamo la differenza di significato tra ownership, proprietà, e possession, possesso. La proprietà (ownership) di un immobile è diversa dal possesso (possession): io potrei essere il proprietario di una casa occupata da un possessore abusivo. E se la blockchain è perfetta per registrare il passaggio di proprietà della casa da me a un acquirente, nulla può a garanzia del passaggio effettivo del possesso. A questo punto, di solito, gli adepti della blockchain invocano l'intervento dello Stato per il ripristino dei diritti connessi alla proprietà che sono stati violati dall'effettivo possesso.

Se usata per realizzare il sistema di criptovaluta la blockchain è perfetta, poiché ownership e possession coincidono. Ma se si pensa di sfruttare la blockchain per dematerializzare la tracciabilità di un prodotto alimentare (vino, olio, pasta) ci si ritroverà con la dicotomia: "qualità notificata nel registro" versus "qualità effettiva del prodotto". In soldoni: "Mario possiede 10 Bitcoin" è un'informazione solida, coerente e completamente garantita da un registro digitale mentre "Mario ha in tasca due banconote da 50€" è un'informazione che dipende dagli accadimenti del mondo reale. L'autenticità di un fatto che si sviluppa nel mondo "materiale" non è certificabile con il solo supporto di un digital ledger. Questo vale anche per la blockchain.
Sarebbe lunga da spiegare, e se interessa a qualcuno lo facciamo, ma un clamoroso caso di passaggio dal controllo materiale e statale a un registro digitale distribuito che danneggerà gravemente l'Italia riguarda i farmaci (Regolamento Europeo 161 del 2016).