Oggi è la giornata mondiale della Radio, ed io voglio ricordarla così:

1. Un po’ di storia sulle Radio Libere:

Erano gli anni ’70, il periodo delle contestazioni studentesche, delle manifestazioni contro il governo, anzi i governi, perché le loro durate erano brevi, era il periodo della violenza nelle piazze italiane, scontri con le forze dell’ordine, che portarono, successivamente, a diverse stragi terroristiche. Tra le più famose ricordiamo la strage del 12 Dicembre 1969 di P.zza Fontana, la strage di P.zza della Loggia a Brescia del 28 Maggio 1974, la famosa strage di Via Fani a Roma, dove fu rapito l’onorevole Aldo Moro, ucciso qualche mese dopo, ma dove furono uccisi a morte, i cinque uomini della scorta, era il 16 Marzo 1978; fino ad arrivare al 2 Agosto 1980 con la strage di Bologna, la stazione venne rasa al suolo alle 10.25 del mattino. Gli anni ’70 saranno ricordati anche per il boom industriale e l’avvento delle prime tecnologie, della libertà di parola e di pensiero, della voglia di comunicare e di farsi sentire, alle volte però, come detto prima, la “voglia” si trasformava in contestazione che da pacifica, divenne pericolosa trasformandosi in ribellione, violenza e morte. Lo strumento principale che consentì alla giovane generazione di quel periodo di farsi sentire, furono le radio o meglio, le radio libere. Libere da cosa? Libere di comunicare ciò che si voleva, ciò che si pensava, senza timori, senza paure e ritorsioni e senza poteri politici che potessero influenzare la linea di pensiero, dire editoriale sarebbe troppo esagerato. Libere, soprattutto dopo la liberalizzazione dell’etere, sancita dalla Corte Costituzionale del Luglio 1976, che permise a soggetti privati, (oltre RADIO RAI) la possibilità trasmettere senza problemi. Le radio libere hanno fatto sperare in qualcosa di nuovo, di incredibilmente creativo. La passione, l’entusiasmo di trasmettere spingeva tanti ragazzi ad avvicinarsi alla radio e queste erano le armi vincenti del successo del fenomeno. Creare una radio libera era facilissimo. Servivano ricetrasmettitori di bassa potenza e di bassa qualità, due piatti, per i 45 giri, un microfono, un amplificatore di pochi watt, un trasmettitore, una frequenza libera su cui appoggiarsi, un’antenna e un gruppo di amici disposti ad alternarsi in diversi momenti della giornata per i vari momenti di trasmissione e coprire più ore possibili. Aprire una radio libera fu permesso anche dalla cosiddetta banda cittadina (Citizen Band o CB). In pochi anni, o forse pochi mesi, tutte le frequenze disponibili, almeno nelle grandi città, furono occupate da decine di radio libere, anzi era frequente il caso di frequenze occupate da due radio o di radio che trasmettevano volutamente “fuori dalle regole”, in sovra-modulazione, per sopravanzare le altre radio vicine e che, anche in un'area contigua, trasmettevano sulla stessa frequenza. Un po’ di competizione. Riporto una critica trovata sul sito internet www.musicaememoria.com sulla situazione delle radio oggi:

“Oggi le radio sono sempre 100 in ogni grande città, cioè tutte quelle che riescono ad entrare nelle frequenze lasciate libere, le radio sono ancora in attesa di regolamentazione, si aspettano da anni nuove tecnologie risolutive che però in Italia rimangono sperimentali per sempre. E' cambiata però la tendenza, l'espansione si è fermata, perché le radio libere hanno in realtà fatto da apripista a qualcosa di molto più profittevole dal punto di vista commerciale, vale a dire, le televisioni private, che non a caso nessuno ha chiamato mai libere, che hanno drenato la raccolta pubblicitaria togliendola alle radio (e alla stampa), fermandone così la espansione. Ora nessuno pensa più alle radio come radio libere, ma solo come radio commerciali e purtroppo le esigenze commerciali hanno livellato lo standard verso i gusti musicali più comuni, e hanno allontanato ogni velleità di sperimentazione. La porzione ridotta del mercato pubblicitario (intorno al 4%) rende molto critico il raggiungimento della soglia minima di sopravvivenza, possibile solo per musica e programmi di vasto ascolto, rendendo la vita difficile a stazioni specializzate in generi meno popolari (jazz o classica), abbastanza comuni in altri Paesi (vedi ad esempio la popolare TSF Jazz in Francia).”

Chi non ragionò in termini aziendali dovette chiudere bottega e che dovettero abbandonare la loro passione, ad altri andò meglio riuscendo a vendere le frequenze per la trasmissione. C’era chi faceva radio solo per divertirsi, approcciandosi da amatore ma con passione, c’era chi lo faceva oltre che per passione, per cimentarsi in una professione e che da grande avrebbe voluto fare il giornalista, un politico locale o forse solo per essere considerato importante. La pubblicità incominciò ad entrare negli spazi radiofonici, perché consentiva alla radio di sopravvivere e pagare le spese. Tanto da cambiare anche linea editoriale o di trasmissione della musica. Molte radio vendettero le frequenze a partiti politici che cambiarono la filosofia di fare radio, da essere libere incominciarono ad essere pilotate e gestite per secondi fini, portando la maggior parte delle persone che ci lavoravano, ad abbandonare la radio. Altro motivo di crisi, fu anche la forte crescita della Tv che prelevava i talenti della radio per accrescere la forza e la produzione e le idee che poi caratterizzarono il boom televisivo. Non dimentichiamoci del ruolo della musica, come simbolo di desideri di evasione, dell’ascolto che stimola sentimenti di amore e fratellanza, capace di scatenare emozioni istantanee. Alla fine degli anni ’90, inizio anni 2000, il tema delle radio libere in itlaia, è stato narrato e raccontato principalmente attraverso tre pellicole cinematografiche: “Radio Freccia” di Luciano Ligabue, del 1998, “I Cento Passi” di Marco Tullio Giordana, del 2003 e “Lavorare con lentezza” di Guido Chiesa del 2004. Il mio intento è quello di sviscerare i film che ho selezionato, che fanno di una "scena comune" (l'avvento delle radio libere) l'occasione per raccontare un momento storico, capire se è stata una scena di "costume", piuttosto che la misura e l'occasione di una scelta politica, l'ordine di una nuova organizzazione. Inoltre, comprendere come il tema delle radio libere è stato raccontato, attraverso immagini, suoni e ricostruzioni che hanno ripreso vita su set cinematografici.

2. Una radio chiamata “Raptus”e poi “Freccia”:

Sarà forse la sua storia, il suo tempo ma, Luciano Ligabue, cantante di professione, si posizionò dietro la macchina da presa nel 1998, per raccontare, per la prima volta in Italia, una delle tante storie sulle radio libere. L’idea di girare il film sulle radio libere nacque da alcuni racconti presenti nel libro di Ligabue “Fuori e dentro il borgo”. “Radio Freccia” è ambientato  in un piccolo paese dell’Emilia Romagna, Coreggio (paese dove è realmente nato Ligabue). Siamo negli ’70 e nel piccolo paese romagnolo arrivano le prime voci di radio di provincia messe su con poco, capaci, però, di dar voce a tutti, dai più piccoli ai più grandi, stimolando la curiosità di Bruno, uno tra i giovani protagonisti del film. Il film si apre con immagini del paesaggio intorno a Coreggio e in sottofondo i messaggi di una segreteria telefonica, da parte di alcune persone. Si intuisce subito che sono gli ascoltatori di una radio, ognuno con dei suoi pensieri, opinioni e ricordi. La radio in questione sta chiudendo, ultimo giorno di trasmissioni, 18 anni in Fm. Bruno Iori (Lorenzo Federico) esordisce dicendo:

“Sono le ore 22 di questo 20 Giugno 1993, mancano due ore e il segnale di Radiofreccia, verrà spento per sempre, una radio così piccola che non ha mai coperto tutta la provincia, questa radio non chiude per soldi, almeno non solo, chiude perché è ora”.

Inizia il racconto di Bruno:

“Era il 1975, tante cose erano diverse. Noi per esempio avevamo 18-20 anni e questa radio per far sentire la nostra voce. Non c’erano gli sponsor ed era tutto più semplice, non avevamo molte cose da dire ma quella li era la nostra voce e noi la ficcavamo in tutto, nei loro negozi, nelle loro fabbriche, nei bar.

All’epoca le radio in FM si contavano sulle dita di una mano, la nostra radio si chiamava Radio Raptus, si incominciò a chiamarsi Radiofreccia, il giorno in cui trovarono il corpo del mio amico, Ivan Benassi, detto Freccia, in un fosso, morto per overdose”.

Sin dall’inizio, Ligabue, attraverso Bruno, inquadra il periodo storico e degli elementi importanti per quell’epoca: il “farsi sentire”, “dire la propria”, “la droga”, “la ribellione”, “la moda delle radio libere”, il “rapporto con la famiglia”. Tutti temi che saranno sviluppati e che si intrecceranno nella trama del film. E’ la storia di quattro amici, alle prese con la crescita, con le prime difficoltà nel lavoro, con delle storie famigliari molto complesse e delicate, oppressi dal piccolo paese di provincia che giudica, parla e sparla. E’ l’età della famosa trasgressione, degli eccessi, c’è chi è più equilibrato e con la testa sulle e spalle e chi invece debole, si fa trascinare da altri verso una strada pericolosa. C’è meraviglia e stupore negli sguardi dei tre ragazzi, nel maggiolone rosso, quando, girando la manopola della radio, “beccano”, per caso, il segnale di Radio Raptus, riconoscendo la voce del loro amico Bruno e del segnale che arrivava lontano 30 km da casa. Da li compresero che avere la possibilità di gestire un mezzo come la radio e di poter parlare di ciò che si voleva, potesse essere un modo per passare del tempo, per divertirsi in maniera diversa e ascoltare la musica che piaceva a loro. Un diversivo dalla monotonia paesana. La radio, come luogo fisico, divenne un posto dove potersi nascondere e fuggire dopo le liti in famiglia, tra madre-padre e figlio, un posto sicuro e tranquillo dove dormire e passare giorni lontani dalla realtà e dai pensieri che gli opprimevano. La radio come ritrovo, come socialità, come posto sicuro e libero, simbolo di indipendenza, dove si può discutere di musica, litigando anche sui gusti e sulle cose da dire. Bastava sollevare l’audio del microfono, inflarsi le cuffie e lasciarsi trasportare dai pensieri e alle volte uscivano parole tipo queste:

“Buonanotte. Quì è Radio Raptus, e io sono Benassi Ivan. Forse lì c'è qualcuno che non dorme. Beh, comunque che ci siete oppure no io c'ho una cosa da dire. Oggi ho avuto una discussione con un mio amico. Lui è uno di quelli bravi: bravi a credere in quello in cui gli dicono di credere. Lui dice che se uno non crede in certe cose non crede in niente. Beh, non è vero: anch' io credo. Credo nelle rovesciate di Bonimba e nei riff di Keith Richards; credo al doppio suono di campanello del padrone di casa che vuole l'affitto ogni primo del mese; credo che ognuno di noi si meriterebbe di avere una madre e un padre che siano decenti con lui almeno finché non si sta in piedi; credo che un' Inter come quella di Corso, Mazzola e Suarez non ci sarà mai più, ma non è detto che non ce ne saranno altre belle in maniera diversa; credo che non sia tutto qua, però, prima di credere in qualcos'altro bisogna fare i conti con quello che c'è qua, e allora mi sa che crederò prima o poi in qualche Dio; credo che semmai avrò una famiglia sarà dura tirare avanti con 300.000£ al mese, però credo anche che se non leccherò culi come fa il mio caporeparto difficilmente cambieranno le cose; credo che c'ho un buco grosso dentro ma anche che il rock ‘n' roll, qualche amichetta, il calcio, qualche soddisfazione sul lavoro e le stronzate con gli amici, beh, ogni tanto questo buco me lo riempiono; credo che la voglia di scappare da un paese con 20.000 abitanti vuol dire che hai voglia di scappare da te stesso, e credo che da te non ci scappi neanche se sei Eddy Mercxs; credo che non è giusto giudicare la vita degli altri, perché comunque non puoi sapere proprio un cazzo della vita degli altri. Credo che per credere, certi momenti, ti serve molta energia”.

Credere. Questo è il motore dei pensieri di Ivan, detto Freccia, un ventenne alle prese con problemi in famiglia, la madre vedova che convive con un uomo che abusa di lei e che Freccia odia, problemi con il lavoro (precario) e non appagante, problemi con la droga e delusioni amorose che lo rendono nervoso, schivo e depresso. Sono pensieri e parole di un ragazzo che s’interroga sulla vita, sulle difficoltà di vivere e crescere, proiettandosi in un futuro con una famiglia e uno stipendio misero, consapevole che se non si scenderà a compromessi nel lavoro, difficilmente avrà successo e potrà tirare avanti. Crede nella musica, nel rock, in quei personaggi che oggi sono dei miti, delle leggende, delle icone da emulare, a cui assomigliare; crede nell’amicizia e nelle emozioni che prova quando vede giocare l’Inter. Si sente oppresso, Freccia, nella realtà di un paese che giudica, che assomiglia ad una gabbia dalla quale non c’è uscita. E’ uno spaccato dei giovani di quell’epoca, lontani dalle lotte universitarie, dalle contestazioni, dai problemi politici che affliggevano il Paese.

È un universo più rurale, senza possibilità di formarsi e laurearsi e quindi puntare ad un prestigio, è una vita che ti catapulta già nell’ambito lavorativo e nel gestire i problemi che ne conseguono. Due elementi però uniscono queste due tipologie di giovani: il rapporto conflittuale con la famiglia e la droga.  Litigi, fraintendimenti, scontri, pensieri e posizioni diverse, con visioni politiche opposte, tutti elementi che portano allo scontro. Ragazzi pronti alla fuga, alla ribellione a frequentazioni pericolose e al contatto con la droga, vista come “medicina” di piacere e di cura da tutti i problemi e da tutti i pensieri che affollano la mente. Un altro elemento importante nel film è il ruolo della musica, non solo perché si parla di radio libere.

Le colonne sonore scelte da Ligabue accuratamente e sono tutti brani hit di quell’epoca che fanno da cornice alle scene:

1. David Bowie – Rebel rebel

2. Warren Zevon – Werewolves of London

3. Iggy Pop – The passenger

4. Bruce Cockburn – Lord of the starfields

5. Bachman Turner Overdrive – You ain't seen nothing yet

6. Roxy Music – Love is the drug

7. The Doobie Brothers – Long train running

8. Allman Brothers Band – Jessica

9. Lou Reed – Vicious

10. Lynyrd Skynyrd – Sweet home Alabama

11. Little Feat – Willin'

12. Creedence Clearwater Revival – Run through the jungle

13. Al Stewart – The year of the cat

14. Earth, Wind & Fire – Sing a song

15. Francesco Guccini – Incontro

16. Weather Report – Black market

Sedici brani, miscelati tra loro, da David Bowie, Iggy Pop, arrivando a Francesco Guccini, unico cantante italiano, simbolo di quel periodo, per tutti conosciuto come l’eterno studente. La musica, a quell’epoca, assunse una forza più imponente, perché le radio libere trasmettevano musica che solitamente, nelle radio istituzionali, non venivano programmate; si consolidarono in Italia dei nuovi generi come il progressive, punk, rock e  dilagò il cantautorato italiano. La musica esisteva in funzione di ciò che succedeva al di fuori di essa e viceversa, la si trovava andando in piazza, nelle fabbriche occupate, alle manifestazioni e agli scioperi, non solo ai concerti o festival pop. Musica come mondo nel quale molti, si sono sentiti protetti, quale occasione per accedere a nuovi territori da esplorare, per scoprire nuove amicizie, vivere nuove sensazioni credere a nuovi ideali.

3. Una radio contro la mafia:

Nel 2003, il regista Marco Tullio Giordana decise di affrontare un tema molto forte, raccontando la storia di un ragazzo della provincia siciliana, Peppino Impastato, ucciso dalla mafia nel 1978, per ragioni politiche e perché ritenuto un personaggio scomodo. Il film “I Cento Passi” affronta diversi temi: la mafia, la Sicilia, la famiglia, la vendetta, la lotta politica, la corruzione, l’amore, la libertà. Questi, sono tutti legati e strettamente vicini, uniti dalla forza del racconto. La famiglia di Peppino Impastato, apparteneva all’ambiente mafioso, costretta a farne parte. Peppino decise di andare controcorrente, “fottendosene” di seguire quella strada, vergognandosi di appartenere a quello stesso sangue, a quella stessa ideologia:

 “Mio padre, la mia famiglia, il mio paese! Io voglio fottermene! Io voglio scrivere che la mafia è una montagna di merda! Io voglio urlare che mio padre è un leccaculo! Noi ci dobbiamo ribellare. Prima che sia troppo tardi! Prima di abituarci alle loro facce! Prima di non accorgerci più di niente!”. (Peppino Impastato, interpretato nel film da Luigi Lo Cascio).

Peppino si ribellò, mettendosi contro la famiglia, soprattutto contro il padre, che tanto l’amava ma che non ebbe mai la forza di ribellarsi, forse per proteggere così la sua famiglia, cosa che non fece il figlio; egli s’iscrisse al partito comunista, partecipò alle contestazioni giovanili, fu il primo a parlare male della mafia e della sua famiglia, in particolare di suo zio, Tano Badalamenti che fu poi il suo carnefice. Era sempre in prima linea, il trascinatore, il punto di riferimento per tutti gli altri amici.

 “Peppino: Sei andato a scuola, sai contare?

Giovanni: Come contare?

Peppino: Come contare? 1, 2, 3… Sai contare?

Giovanni: Si, so contare…

Peppino: E camminare?

Giovanni: So camminare…

Peppino: E contare e camminare insieme lo sai fare?  

Giovanni: Si, penso di si!

Peppino: Allora forza, conta e cammina: 1, 2, 3… 97, 98, 99 e 100. Lo sai chi ci abita qua?Ah, u zù Tanu ci abita qua! Cento passi ci sono da casa nostra, cento passi!”

Peppino Impastato morì nel 1978, nello stesso giorno in cui fu ritrovato il corpo di Aldo Moro, nella renault bordò. Ma che combinazione, l’Onorevole della Democrazia Cristiana, Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, e il povero e sfortunato Peppino Impastato, ragazzo della provincia siciliana, ucciso barbaramente dalla mafia, dimenticato da tutto e da tutti, messo da parte dall’importanza della morte di Moro. Solo grazie al film di Giordana, si ritornò a parlare di Peppino Impastato, della sua storia, della sua battaglia, del suo credo, del suo atto di forza e di eroismo. Solo da pochi anni, gli è stato assegnato un merito, un riconoscimento. Solo ora è un mito, una leggenda da raccontare ai nipotini. Ma chi era Peppino Impastato? Era un ragazzo del ’68  che attraverso il suo coraggio, il suo carattere, era un bravo ragazzo di provincia, strappato alla vita, perché libero, libero di essere, di dire e di fare. Ma questo non era accettabile, era considerato eretico, inammissibile. Privare un uomo della propria libertà in Italia era o è ancora un reato. Il film racconta la storia di Peppino attraverso un elemento che rappresentava molto a quell’epoca: possedere una radio. “Radio Aut” si chiamava, la radio di Cinisi, il paesino nel palermitano. Una delle tante radio libere che, negli anni ’70, padroneggiavano in diverse città e paesini Italiani. Radio Aut era una radio sovversiva, politica, libera e scanzonata, si parlava prettamente di mafia, andando contro alla forza mafiosa che comandava il paese. Peppino Impastato era il leader e dai microfoni della sua radio ogni sera parlava di politica, di Tano Badalamenti e dei suoi loschi affari. Fu proprio l’idea della radio che portò Peppino all’incontro con la morte. Quella sua stessa creatura, quella sua voglia di fantasticare e divertirsi dicendo la verità e raccontando fatti reali lo condannarono a morte. Dalla stessa radio libera, il giorno del ritrovamento del corpo di Peppino Impastato, il suo amico Claudio Gioè pronunciò queste frasi al microfono:

Questa mattina Peppino avrebbe dovuto tenere il comizio di chiusura della campagna elettorale. Non ci sarà nessun comizio, non ci saranno più trasmissioni. Peppino non c'è più, Peppino è morto, si è ucciso. Si, non sorprendetevi, è andata proprio così! I carabinieri lo dicono, lo dice il magistrato… hanno trovato un biglietto: voglio abbandonare la politica e la vita… questa sarebbe la prova del suicidio, la dimostrazione… e lui per abbandonare la politica che cosa fa? Va alla ferrovia, picchia la testa contro un sasso, macchia di sangue tutt'intorno, poi si avvolge nel tritolo e salta per aria sui binari… suicidio! Come l'anarchico Pinelli, che vola giù dalla finestra della questura di Milano, come l'editore Feltrinelli che salta su un traliccio dell'Enel… questo leggerete sui giornali, questo vedrete alla televisione… anzi non vedrete proprio niente… perché questa mattina giornali e televisione parleranno di un fatto molto più importante… del ritrovamento a Roma dell'onorevole Aldo Moro, ammazzato come un cane dalle brigate rosse. E questa è una notizia che fa impallidire tutto il resto, per cui: chi se ne frega del piccolo siciliano di provincia! Chi se ne fotte di questo Peppino Impastato! Adesso spegnetela questa radio, giratevi dall'altra parte. Tanto si sa come va a finire, si sa che niente può cambiare. Voi avete dalla vostra la forza del buonsenso… quella che non aveva Peppino… domani ci saranno i funerali… voi non andateci… lasciamolo solo! E diciamolo una volta per tutte che noi siciliani la mafia la vogliamo! Non perché fa paura ma perché ci da sicurezza, perché ci identifica, perché ci piace! Noi siamo la mafia! E tu Peppino non sei stato altro che un povero illuso, tu sei stato un ingenuo, un nudo mescato cu'n niente!”.

Nelle scene finali del film, per poter argomentare meglio il momento storico di riferimento il regista Giordana, adotta la tecnica del found footage, inserendo in fase di montaggio, immagini di repertorio riguardanti il 1978, per l’esattezza lo spezzone del famoso servizio giornalistico sia sul rapimento Moro e poi del il ritrovamento del corpo. Tipiche di questa sua narrazione, sono le citazioni musicali o il richiamo ad avvenimenti che avendo segnato la loro epoca (il rapimento e l'uccisione di Aldo Moro in questo caso) ci fanno immergere pienamente nell'atmosfera e vivere o rivivere i sentimenti o le angosce di quegli anni. Giordana inoltre nelle ultime immagini del film  inserì foto reali di Peppino Impastato, che lo ritraevano impegnato nella politica, nella lotta, ma anche in momenti di intimità e di allegria, per ricordare che era un semplice ragazzo, che fu capace di farsi sentire e dar voce ad un possibile cambiamento. Il tema delle radio libere nel film viene visto come tramite, come mezzo secondario, non è l’elemento centrale del racconto, come lo è stato per “Radiofreccia” e “Lavorare con lentezza” con Radio Alice, che già nel titolo dicono qualcosa, ma è una componente chiave per il racconto. Anche qui la radio, viene vista e descirtta come mezzo per farsi sentire, per esprimere i propri pensieri e le proprie idee, da parte di ragazzi speranzosi di poter cambiare le cose nel loro paese, in una realtà piccola come Cinisi. Un mezzo che poi nel film, risultò determinante perché sarà una delle cause che portarono all’omicidio di Peppino.

4. Radio Alice: Lavorare con lentezza:

Il film di Guido Chiesa, “Lavorare con lentezza”, uscito nel 2004, riportò all’attenzione del pubblico il periodo delle radio libere che coincise con l’accentuarsi di scontri in piazza con la polizia. Radio Alice è spesso ricordata come la "radio degli autonomi", ma in realtà ha rappresentato un singolare e originale esperimento di comunicazione: priva di redazione e di palinsesto fisso, annunciava la rivoluzione mediatica che stava per irrompere attraverso l'uso continuo e incondizionato della diretta telefonica (mai usata con tale audacia in Italia). Nella sua breve vita, le istanze politiche si mescolavano a pratiche artistiche ed esistenziali in un flusso di comunicazione privo di pubblicità, trasmissioni e organigrammi. Le trasmissioni si aprivano e si chiudevano sempre col brano Lavorare con lentezza del cantautore pugliese Enzo Del Re. Da qui anche il nome del film. Era il 1976, Bologna era una delle città  in cui il movimento studentesco era nel pieno della contestazione, con manifestazioni, scontri con le forze dell’ordine e una voglia di esprimere le loro opinioni e la loro creatività. Pelo e Squalo, sono due ragazzi ventenni , lavoratori e non studenti, con alle spalle delle situazioni famigliari complesse e uno stato economico che non permetteva loro di frequentare l’università, sognavano una vita diversa, lontano da Bologna, dall’Italia, dalla quotidianità e dall’oppressione dei problemi della loro società. Sognavano l’Australia. Per guadagnare qualcosa, lavoravano saltuariamente  per un ricettatore della città. Da uno di questi lavori, i due protagonisti entrano in contatto con una radio che rappresentava il movimento di protesta dei giovani studenti: Radio Alice. Conosciuta meglio come la radio libera dal “flusso creativo”, dare voce a chi non ha voce. I due ragazzi, in questo modo, si trovarono coinvolti nelle proteste, negli scontri con le forze dell’ordine. Ma cosa rappresentava Radio Alice per quegli studenti bolognesi nel 1976?. Alice  fu, al di là del funzionamento tecnico e della presenza politica della radio,una espressione delle tensioni politico-desideranti di un piccolo gruppo, ma anche di una tendenza del moviemento che si aggregava intorno alle esperienze di liberazione, alla loro irrudicibilità al riformismo, al loro bisogno di una prospettiva rivoluzionaria . Il movimento studentesco entrò fortemente dentro la radio, con tutta la sua ricchezza ma anche con tutta la sua miseria. Franco Berardi, conosciuto meglio come Bifo, è un famoso scrittore e filosofo italiano che, nel 1976, partecipò alla fondazione di Radio Alice, venne anche arrestato durante il movimento, scrisse sulla rivista “A/traverso” del 1977 quanto segue:

“Radio Alice, il linguaggio al di là dello specchio, ha costruito lo spazio in cui il soggetto si riconosce, non più come specchio, come verità ristabilita, come immobile riproduzione, ma come pratica di esistenza in trasformazione”.

Alcune scene del film ricostruiscono alcuni scontri avvenuti in quel periodo, cercando di mettere in scena avvenimenti chiave, come la reale morte di Francesco Lorusso, studente universitario, militante di Lotta Continua, ucciso in una “battaglia” da un carabiniere che gli sparò ad altezza d’uomo. In questo caso le immagini aiutarono lo spettatore a rivivere quei momenti, consentendo di lavorare sulle memorie  e riscriverle attraverso le scene cinematografiche, come se venisse riaperto un vecchio archivio di memorie enorme; un ritorno al presente di qualcosa di passato. Si dice che il nostro periodo sia ossessionato dalla memoria, bene in questo caso Radio Alice ha rappresentato la voce principale di un momento storico e difficile dell’Italia, seguendo, attraverso i suoi microfoni e le sue voci, gli avvenimenti direttamente dalla strada, riportando le cronache delle guerriglie. Le Radio Libere furono negli anni 70 un evento che cambiò per sempre la comunicazione via etere.

Quel periodo storico sarà ricordato anche per questo e per essere stato capace, attraverso l'uso della radio, di raccontare, trasmettere e far conoscere il pensiero e la voce di una generazione che aveva voglia di ribellarsi a certi canoni, a certe "regole" ma che aveva anche voglia di comunicare la loro presenza e il loro pensiero, liberamente.

"Se una radio è libera ma libera veramente mi piace perché libera la mente"  diceva Eugenio Finardi.

La diversità è la normalità. Siamo un mondo diverso, negli usi, nei costumi, nella religione, nella lingua, nelle abilità, nei pensieri, nelle azioni, ma allo stesso tempo normale, identico, simile e speciale. Il cinema come forma di educazione, un mezzo potente capace di raccontare e allo stesso tempo educare alla vita, partendo dal mondo scolastico arrivando al mondo adulto e del lavoro. Un tipo di educazione permanente adatta a tutte le età. Attraverso tre film (I Cento Passi, Radiofreccia e I Love Radio Rock) ho voluto fare un piccolo omaggio a quel periodo e contestualizzare il tutto grazie all'aiuto delle immagini e del racconto, alcune delle vere fonti d'immaginari di quell'epoca.

Oggi viviamo nell’era della tecnologia e della comunicazione, dove i mass media ne fanno da padrone. Siamo bombardati da messaggi di ogni genere che derivano dalla pubblicità, dalla televisione, dalla radio, che inevitabilmente influenzano la nostra vita, il nostro modo di pensare, agire e comportarsi. Siamo una “generazione d’omologazione”, seguiamo la massa, ciò che va di moda, magicamente diventiamo tutti uguali.

È più semplice assomigliarci tutti che differenziarci, abbiamo paura del giudizio e del pregiudizio della gente e preferiamo quindi, adattarci dimenticandoci della bellezza di essere unici, inimitabili, diversi.