Se la vita ti dà limoni, fatti una bella limonata. Un'espressione di uso comune che lascia spazio a svariate interpretazioni. La nostra (per lo meno quella contemporanea) ci insegna a saper sfruttare ciò che la vita ci regala. In un caso limite, per esempio, a saper utilizzare gli strumenti del mondo digitale (non più così sconosciuto). Purtroppo, però, non siamo consapevolmente capaci a usarli. Negarlo significherebbe mistificare i recenti atti deplorevoli con i quali abbiamo portato in auge le nostre vigliaccherie. Principalmente manca cultura, più a fondo c'è assenza di consapevolezza su di essa. Per fare una parafrasi, non si tratta solo del basso tasso di lettura, ma di non comprendere quel poco che leggiamo, travisando o impoverendo il nostro senso critico. Oltretutto in un contesto caratterizzato da pochi lettori e tanti scrittori.

Ed è così che disegni simili risultano farisaici – per usare un termine ‘da buonista'. Un "attacco d'arte" che misura la dimensione dell'opinione pubblica circoscritta alla superficie dei discorsi antropologici e filosofici, il cui sguardo è rivolto sempre a peculiarità di poco conto, con il chiaro intento di trovare un capro espiatorio. Che sia per giustificare le proprie azioni o per mostrare una parvenza para-intellettuale, i social network sono ormai alla mercé di chi crede di saperne una più del diavolo. Con il risultato che viene meno la corposità della conoscenza.

Insomma, fa emergere chiaramente il modus operandi di un'opinione pubblica restia ad ammettere di essere coinvolta in qualcosa più grande di lei, oltre a non saper razionalizzare nelle opportune sedi specifici argomenti globali. Non si tratta unicamente di un problema collettivo, ma investe anche la sfera individuale: pur di sentirsi importanti, pur di credersi un ingranaggio irrinunciabile, si investe nella credibilità di un pensiero mistificandolo con la libertà di espressione – cosa ben diversa dal vomitare qualsiasi cosa giri per la nostra mente. Proviamo ad approfondire il concetto in 8 punti.

1 – Due di due

La questione è abbastanza semplice: l'immagine paragona due argomenti diversi tra loro, le cui risoluzioni richiedono impegni diversi e per i quali bisogna battersi in modo diverso. Oh, che vi piaccia o meno, stiamo sempre lì: l'esistenza della diversità. Non significa porre su un piano più altolocato un tema rispetto a un altro, ma di connotare loro due dimensioni a sé. Altrimenti si creerebbe ancora più confusione, facendo collidere componenti che, tra loro, non sussistono. Il riscaldamento globale e lo sfruttamento minorile nel mondo del lavoro sono due temi separati, e tali devono restare. In caso contrario, stiamo solo asserendo chiacchiere propagandistiche e riflessioni estemporanee nate dall'insofferenza generale per determinate tematiche.

2 – Spostare l'asticella dell'attenzione

È una dinamica emersa spesso nell'ultimo anno, soprattutto in merito a vicende di cronaca politica. Succede un fatto, arraffiamo i primi dettagli circostanziali e creiamo con arte un quadro che, nella realtà dei fatti, non sussiste. Cioè, non esistono le pretese necessarie nel far emergere quel determinato argomento da quel determinato fatto. Però, ormai, la frittata è fatta, in quanto dalla fattispecie è comparsa un'altra tematica, difesa con forza perché ‘dimenticata'. L'attenzione, dunque, è ormai catalizzata altrove, determinando – ironia della sorte – l'oblio per il fatto originale. L'argomentazione principale, dunque, non ha più importanza per le orecchie di chi non vuole sentire, di chi pensa alla propria ragione come indissolubilmente concreta e tangibile, anche se priva di elementi verificati e certificati. L'attenzione è stata spostata, e la cronaca diventa un mero sfondo.

3 – Ricerca del capro espiatorio

Persi nel complotto paranoico dei poteri forti e nell'incredulità della complessità dei discorsi scientifici, ognuno cerca un capro espiatorio, qualcosa che renda concreta la propria motivazione secondo cui non addossarmi responsabilità. Ebbene sì, chiedetelo a chiunque: se la società va a rotoli, "non è colpa mia". La responsabilità è sempre di qualcun altro, il più delle volte di una categoria, mai di una persona fisica e ben delineata. La ricerca del potenziale nemico su cui va lanciata ogni nostra frustrazione non è una nuova strategia, le recenti disamine politiche italiane ne sono state un esempio. L'esasperazione, però, di tale operazione ha portato a inveire come facoceri su una giovane attivista europea che, tra le sue colpe, annovera la capacità di saper comunicare. Perché, di fatto, se siamo di fronte a un allarme climatico confermato da più parti, non ce ne vogliamo sentire responsabili. Anzi, mitizziamo il problema, poniamo piuttosto il discorso su un altro piano (punto 2) e facendo emergere altri argomenti (punto 1): ma perché quella bambina non è a scuola? Ma ai fatti di Bibbiano chi ci pensa? Ma perché dovrebbe esistere il riscaldamento globale se tanto c'è bel tempo? Ma perché non si pensa ai bambini africani?

4 – L'ipocrisia

Un vero e proprio vanto dell'opinione pubblica che emerge chiaramente ogni qualvolta c'è da speculare. Se dovessimo seguire il filo logico della creazione artistica, mi piacerebbe sapere quanto effettivamente il lavoro minorile sia un tema ampiamente affrontato nella quotidianità delle persone, al di là della presa di posizione dell'immagine. Se, magari, è approfondito nel dettaglio, se quando gli individui si riuniscono con amici e parenti ne parlano attivamente, se conoscono le aziende più volte accusate di attuare tali procedimenti disumani, se contrastano tali dinamiche portando in auge il tema anche sui propri canali social. Il concetto che fa da sfondo al disegno, però, resta un altro: Greta non dovrebbe permettersi di pronunciare tali frasi, perché c'è sempre qualcuno più sfortunato di lei. Quindi, invece di attuare battaglie ideologiche importanti, dovrebbe stare zitta, sedersi e seguire le lezioni scolastiche, oltre a essere grata per essere nata ‘nella parte giusta del mondo'. Un ragionamento che, tuttavia, porta semplicemente all'annichilimento di entrambi i temi. In questo caso l'esistenza del lavoro minorile è usata come palliativo per snaturare un discorso umano accorato e comunitario. E mostra la nostra insofferenza generale, visto che affrontiamo un problema facendo emergere un altro, senza neanche esprimere pareri per qualsivoglia soluzione.

5 – Guardare al dito e non alla luna

Di conseguenza, emerge un altro aspetto: ci concentriamo troppo sul dito che indica invece di guardare la Luna. Passiamo il tempo a esternare vilipendi di vario tipo nei confronti di una giovane attivista invece di concentrare la nostra attenzione sui temi proposti – peraltro di lunga data. Cos'è cambiato? Le nuove generazioni. Non trovando un linguaggio con cui appoggiarsi alle vecchie, una piccola ragazza di 16 anni ha intercettato l'esigenza di trattare il tema attraverso l'emancipazione giovanile: in sostanza, divenire la linfa vitale per un ecosistema che le vecchie generazioni non vivranno mai. Un escamotage brillante e performante che tesse le lodi di una società che si evolve. O almeno ci prova, visto che la disanima resta ancorata a chi ritiene il passato l'unica forma di certezza, persino linguistica e artistica. L'apertura mentale e l'ascolto sono le fondamenta basilari per le società contemporanee. Fermarsi a guardare il dito significa accettare l'involuzione.

6 – Indichi? Sei un privilegiato

Contestualmente nasce l'opinione forzata che essere una persona attiva su determinate tematiche ti pone in una dimensione aristocratica, privilegiata e non popolana. Se non vieni dall'Università della strada e non sei un signor nessuno, allora non puoi parlare a mio nome. Un commediante e disarmante pensiero che si smorza da solo per quant'è paradossale. Di fatto, però, nessuno può e deve ergersi al di sopra di me, tanto meno una bambina con disabilità. O almeno è questo il pensiero corrente di chi – come dicevamo prima – preferisce sindacalizzare sul portavoce invece di questionare su come affrontare il problema comunicato.

7 – La politicizzazione

Vero e proprio trauma infantile delle società moderne, oggi la riscoperta di una politica (attualmente instabile) è contenuta nella dinamica di dover prendere posizione ‘ambientale' a favore di un partito o un altro. Anche sulla salvaguardia di un ecosistema, che dovrebbe essere un argomento difeso all'unanimità. Senza troppi giri di parole, in assenza di un'ecosistema non c'è sopravvivenza, e senza sopravvivenza non c'è politica. Alla fine, le chiacchiere stanno a zero. La spaccatura della politica internazionale, così, lascia sole intere generazioni preoccupate per il proprio futuro, senza una vera e propria rappresentanza nelle alte sfere sociali.

8 – Incapacità di sensibilizzare

Viviamo nella confusione della sensibilizzazione. Attorno a un argomento di tipo globale, c'è sempre un problema atto a deresponsabilizzarci dall'affrontarlo – e magari non è neanche reale. E dunque, come il migliore dei Ponzio Pilato, ce ne laviamo le mani, in quanto non ci è imputabile: io non ho fatto niente. E quindi non sensibilizziamo, piuttosto usiamo gli strumenti che abbiamo per attaccare, vomitare odio e far emergere il nostro disappunto basato sulla semplice sindrome della paranoia. Attualmente l'importante non è più affrontare assieme il crollo dell'ecosistema del nostro pianeta, bensì ‘sensibilizzare' il prossimo su cosa penso di Greta Thunberg. Perché questo mio ‘ciarlare' mi rende prestigioso e mi conferisce una dimensione invidiabile. Ecco il mio lascito, l'eroe che ha parlato (male) di Greta Thunberg. Contenti voi.