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Tassateci. Più che una richiesta, quasi un’implorazione: fateci pagare una patrimoniale. Ha cominciato lo scorso agosto Warren Buffett, uno degli uomini più ricchi del mondo, in un’intervista al New York Times. Ma sulla sua scia si sono prontamente buttati 15 supermiliardari francesi ( con in testa Liliane Bettencourt, proprietaria di L’Oreal) e 48 tedeschi , capitanati dall’editore Peter Wollmer. I supericchi italiani invece si sono fatti attendere. Solo Luca Cordero di Montezemolo s’è dichiarato completamente disponibile a mettere mano al portafoglio. Ma era anche il tempo in cui pareva dovesse scendere in campo per “ salvare l’Italia”. Diego Della Valle ha detto “parliamone”, Sergio Marchionne s’è accodato, però con dei se e dei ma. L’editore-finanziere Carlo De Benedetti è stato l’ultimo in ordine di tempo a dichiararsi a favore di una patrimoniale, però “soft”. E’ questa micragnosità che ha trasformato in un eroe l’avvocato Giuseppe Scassellati Sforzolini: “Io, ricco, voglio pagare la patrimoniale una tantum”.

Ma la vera notizia, che però non fa più notizia, è che questo appello accorato al “tassateci, vogliamo pagare di più” non è stato e non viene raccolto. Benchè i sindacati reclamino a gran voce “Fate pagare i ricchi, i grandi patrimoni, i grandi speculatori” e in tutte le piazze del mondo risuoni la protesta di “Occupy Wall Street” contro una crisi procurata dall’1% ma pagata dal 99%, i governi, dai miliardari, soldi non ne vogliono. Le motivazioni sono diverse: se in Grecia i patrimoni si sono liquefatti, negli Usa Obama non può perchè in parlamento prevalgono i repubblicani. Fatto sta che mentre in Francia e Germania esistono delle patrimoniali mini-mini, in Italia anche con Monti di tassare i ricchi non se ne parla. O solo travestendo la “patrimoniale” da altro ( l’Imu) o ancor meglio rimandandola a una fase 2, non meglio precisata. “Perché – ha spiegato Super Mario – i patrimoni sparirebbero dal mirino del fisco non appena noi annunciassimo di volerli colpire”.

[quote|left]|Le grandi ricchezze sono mobilissime. Volatili. A differenza della povertà, che […] è lenta, pesante e radicata[/quote]E qui a dispetto della materialità poderosa della parola stessa (patrimonio), si evidenza una prima fantastica singolarità: le grandi ricchezze sono mobilissime. Volatili. A differenza invece della povertà, che nonostante la leggerezza del non aver niente, è lenta, pesante e radicata. Non si muove, come dimostrano i rapporti sulla povertà degli ultimi vent’anni. La ricchezza invece, solo all’annuncio di nuove o straordinarie tasse, sparisce quasi subito. Emigra alla velocità della luce. Forse se davvero si volessero tassare milionari e miliardari, bisognerebbe agire di sorpresa. Anziché annunci, minacce e dibattiti preventivi servirebbero veri e propri blitz fiscali.

La seconda singolarità è che ciò sarebbe, ed è, logico e razionale, ossia prendere i soldi dove ci sono e a chi ne ha tanti, diventa invece inattuale. Impossibile. E viceversa possibile che a pagare, a continuare a pagare, siano chi ha poco e chi ne ha meno. E’ la progressività a rovescio. Evidentemente agiscono meccanismi nascosti ma con profonde radici. A partire dal fatto così noto, ma proprio per questo depotenziato dal senso comune, che i soldi, soprattutto se molti, generano una brama di possesso che è bulimica e progressiva. Perché non c’è ricchezza che basti al suo possessore e non c’è ricco che non voglia incrementarla. Costi quel che costi. Diversamente non saremmo qui a fare i conti, soprattutto in Italia, ma tutto il mondo è paese, con la quasi totalità dei ricchi che nascondono le loro ricchezze per scappare al fisco. E con un’avanguardia di miliardari che chiedono di essere tassati con più forza, ma solo per un sussulto di moralità. E soprattutto perchè le loro enormi ricchezze consentono un “bel gesto” che a conti fatti è un’elemosina.

Forse se vogliamo trovare ragioni plausibili a questo fenomeno di renitenza fiscale dei ricchi (in parte tollerata, in parte incentivata) dobbiamo prendere un po’ il largo dalle interpretazioni razionali e andare viceversa sul versante opposto. Diversamente continuerà a restare inspiegabile perché non si faccia ciò che sarebbe ovvio e pagante, sia dal punto di vista economico sia politico (prendere i soldi dove sono e con il consenso di più del 90% della popolazione). E’ paradossale, ma se vogliamo spiegare questo “mistero” dobbiamo fare i conti con pensieri non detti e atti mancati. Cioè, in estrema sintesi: non si tassano i super ricchi e i grandi patrimoni perché non si riesce. Sarebbe logico, ma inconsapevolmente, inconsciamente non si vuole.

[quote|left]|Non è la razionalità economica che si deve evocare, bensì la psicanalisi[/quote]Non è infatti la razionalità economica che si deve evocare, bensì la psicanalisi. Cioè le pulsioni profonde che guidano le nostre azioni, in modo sotterraneo ma potente. Nel nostro caso irresistibilmente. Nel segno del misto di ammirazione e rispetto per i ricchi e la ricchezza, che da sempre appartiene al sentimento umano ma che più recentemente è diventato irresistibile. Perché è negli anni '80, con Reagan e la Thatcher, che è stata lanciata la corsa al denaro, ma è nell’ultimo decennio che la sua narrazione è diventata fantastica. E i soldi sono rimasti l’unico, fondamentale criterio di valore. La sola misura di riuscita umana, professionale e sociale.

In breve è così che il Billionaire è potuto assurgere a luogo simbolo di una narrazione molto popolare. Anzi pop nella sua eminente caratterizzazione mediatica. Alimentata da quiz televisivi ( Chi vuole essere milionario?), lotterie istantanee (il Miliardario) e gesta di divi, campioni, ma anche super manager e imprenditori, straricchi e strapagati. E segnata, nella situazione italiana, addirittura dall’ascesa come leader politico e di governo di un miliardario tipo o per antonomasia (il cavaliere Berlusconi). Ciò fra le altre cose spiega perché proprio il nostro paese sia il più refrattario a tassare i detentori di grandi patrimoni, ma più in generale la ricchezza. E il più incline a “giustificare” l’evasione fiscale, accreditandola come una sorta di “necessità”. Derubricata da democristiana “furbizia italica” a berulsconiana e leghista “legittima difesa”. E’ solo così peraltro che ha potuto propagarsi su relativamente larga scala (quello del lavoro autonomo ricco solo perché autonomamente “detassatosi”) un sentimento proiettivo e “giustificazionista” nei confronti dell’esenzione fiscale per grandi ricchi e grandi patrimoni. Detto in altre parole il “no a più tasse” è diventato un po’ mantra e un po' coperta di Linus: ottimo per resistere al fisco nascondendosi dietro i ricchissimi (che notoriamente sono potentissimi). Ben sapendo che l’unica possibilità (generalizzata) di non pagare era ed è quella, appunto, di opporsi in modo indiscriminato e generalizzato ad aumenti di tassazione.

Naturalmente ci si può chiedere per quanto ancora i detentori di grandi (ma anche medie) ricchezze riusciranno a sottrarsi a una tassazione più pesante o supplementare. Sapendo però, per ribadire il concetto, che il problema non è tanto politico (visto che anche la sinistra non teorizza più l’esproprio proletario) quanto psicanalitico e culturale. Perché “la potenza esercita sempre un certo fascino” (claim pubblicitario della nuova Bmw M5) e il denaro è per definizione potente. Ma il dramma è che nell’ultimo decennio e soprattutto in Italia i super ricchi da potenti che erano, e sono sempre stati, sono diventati onnipotenti. Perciò capaci di tutto. Anche di supplicare di venire tassati. Addirittura tartassati dal fisco. Ma molto probabilmente perché sicuri di restare inascoltati. Di non essere presi sul serio. “Viva Frau, viva Fendi, viva Giorgio Armani” scandisce Maurizio Crozza a Italialand, facendo la parodia della Repubblica dei carini del presidente della Ferrari che si sta annunciando.