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Facciamo un passo indietro, torniamo al dicembre scorso, quando online iniziò a girare un commovente spot di Disneyland Paris. Nel silenzio mediatico più totale, in assenza di proclami ufficiali, un anatroccolo trova un albo Stories, sulla cui copertina è raffigurato Donald Duck. Il piccolo sfoglia il fumetto, osserva le tavole, si riconosce in questo personaggio, lo emula, si sente protetto tra le pagine delle sue avventure. Poi, la cruda realtà fa il suo gioco malevolo: il libricino finisce nelle profondità scure di uno stagno. Sconsolato e rassegnato, l'anatroccolo sembra voler abbandonare ogni speranza di riavere un dono così prezioso, finché non arriva l'incontro con il suo eroe, proprio nel parco a tema di Parigi.

Ok – sniff -, asciughiamoci le lacrime e proseguiamo.

Si è detto e scritto di tutto riguardo a questa piccola perla di marketing e narrazione, che non ha risparmiato nessuno, dai più piccoli ai più grandicelli. L'obiettivo di stringere i cuori è stato raggiunto e, ancora oggi, molti di noi fanno fatica a guardare la pubblicità senza versare qualche lacrima. Pianti che, probabilmente, non ci sarebbero stati nel caso in cui, al posto di Paperino, fosse stato usato Topolino.

Oh, sia chiaro fin da subito: non affermo tutto ciò a cuor leggero. Non faccio parte della schiera di persone che urlano "Topolino amico delle guardie" e "Che perfettino!". Anzi, sono appassionato e affascinato dei polizieschi di Mickey, e riconoscono un valore nevralgico a questa figura. Solo che c'è una granitica differenza con il suo collega papero: l'empatia.

Prendiamo le caratteristiche peculiari di Topolino: intrepido, curioso, coraggioso, pianificatore, risolutivo, intraprendente. Insomma, siamo di fronte a un personaggio totalmente positivo. E, nella sua perfezione morale, si mostra come un modello ordinario per tutti, un simbolo da seguire e ammirare, qualcuno da cui possiamo prendere appunti. Un leader, di fatto, che riesce a percorrere strade impegnative con audacia e determinazione.

Tuttavia Topolino resta "solo" questo, una dimensione che non appartiene a Paperino: squattrinato, pigro, sfaccendato, sfortunato, irascibile, inconcludente, indebitato, ma anche volenteroso, testardo e amorevole con i suoi nipotini, Qui, Quo e Qua, che cresce con pazienza e cura nonostante tutti i casini della vita. Più che un modello, Paperino è uno stile di vita, un eroe moderno.

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Cosa voglio dire con questo? Forse si è già capito: Paperino siamo noi, sono io, sei tu. Je suis Paperino. La differenza sostanziale che intercorre tra il Topo e il Papero sta tutta qui: il primo è il modello ideale di onestà e coraggio, il secondo è un modo di vivere reale, concreto e tangibile, che accomuna la stragrande maggioranza delle persone che abita le società occidentali. Non è un segreto, non si tratta di una formula scoperta per caso: Paperino è ciò che più si avvicina a un essere umano vero e proprio. È molto più semplice e umanamente comprensibile vestire i panni del marinaio invece che quelli del detective. È un tratto tipico che, nel corso degli anni, ha permesso a Paperino di ritagliarsi un proprio universo, lontano da Topolino e Pippo.

La pubblicità di Disneyland Paris riesce a orchestrare un'empatia incredibile grazie all'uso della figura più emozionale del proprio roster, che fin dall'inizio dello spot riconosciamo come nostra: un papero che fa ridere, piangere, arrabbiare e commuovere. Che chiama in causa tutti i sentimenti umanamente riconoscibili. La conferma ci arriva dallo stesso protagonista del corto: fin da subito, il piccolo anatroccolo mostra con gioia e fierezza la sua tendenza emozionale verso Paperino, imitandolo con pose e versi.

L'operazione di marketing dei cugini francesi ha sicuramente diversi punti vincenti, ma è anche grazie a Paperino se – ancora oggi – ci commuoviamo di fronte a questa storia.

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Ps: la splendida canzone dello spot che sembra impossibile da trovare è la cover di The Impossible Dreams di Mitch Leigh e Joe Darion.