Il 20 novembre 1989 a New York, l’Assemblea generale delle Nazioni Unite adotta la Convenzione internazionale dell’infanzia. Venticinque anni dopo, questa giornata è diventata “la giornata mondiale dell’infanzia”, ratificata da 193 Stati. Due di loro però non l’hanno firmata, il Sud Sudan e la Palestina, confermando, di fatto, il loro status ambiguo presso la comunità internazionale. Altri due paesi l’hanno soltanto firmato, senza ratificarla. Si tratta della Somalia, ma sorprendentemente anche degli Stati Uniti, terzo paese più popolato del pianeta e prima potenza mondiale. Quanto basta per chiedersi perché?

Non per niente si distingue la firma dalla ratifica. La semplice firma di uno Stato non fa entrare la Convenzione nel diritto interno. Benoît Van Keirsbilck, direttore di Difesa internazionale dell’infanzia spiega:

La firma è un semplice impegno politico. La ratifica implica la messa in opera di questa convenzione, adottando alcune misure e facendo applicare le disposizioni della convenzione di fronte ai giudici”.

Se la firma è siglata dal potere esecutivo, la ratifica appartiene al potere legislativo. Negli Stati Uniti dunque è compito del Congresso. Gli Stati Uniti hanno firmato la Convenzione internazionale dei diritti del bambino il 16 febbraio 1995, cioè cinque anni dopo le prime 60 firme. La ratifica però non è stata messa in atto. Se alcuni diritti del bambino sono garantiti sul suolo americano, i cittadini non possono farli valere in tribunale.

La pena di morte per i minori, ostacolo alla ratifica

Alcune disposizioni hanno potuto dissuadere gli Stati Uniti dalla ratifica? Eppure si parla di diritto all’educazione, alla non discriminazione, alla salute ma anche del riposo e del tempo libero. Un articolo avrebbe potuto disturbare il Congresso in questo senso: si tratta dell’articolo 37:

“La firma è un semplice impegno politico. La ratifica implica la messa in opera di questa convenzione, adottando alcune misure e facendo applicare le disposizioni della convenzione di fronte ai giudici”

Benoît Van Keirsbilck

Nessun bambino deve essere torturato né a pena di trattamenti crudeli, disumani o degradanti. Né alla pena capitale, né l’imprigionamento a vita senza possibilità di liberazione devono essere pronunciati per le infrazioni commesse da persone con età inferiore ai diciotto anni”.

Secondo i giuristi, quest’articolo della pena di morte e della detenzione è senza alcun’ombra di dubbio all’origine della reticenza degli Stati Uniti per la ratifica della Convenzione. Nel 1989, anno di adozione della Convenzione, numerosi Stati americani praticavano ancora queste pene radicali sui minori, anche se nel 2005 la Corte Suprema ha denunciato la pena di morte dei minori durante un processo. Nel paese, le decisioni della Corte Suprema hanno tuttavia una portata molto forte e questa denuncia ha tutto il sapore dell’abolizione della pena di morte nei confronti dei minori. Nonostante questi progressi il Congresso, non ha ancora agito in questo senso, pur essendo stato uno dei punti di forza della campagna elettorale del 44° Presidente, Barack Obama.

Benoît Van Keirsbilck ha una sua personalissima visione della situazione e spiega: “Gli Stati Uniti non amano avere giudizi esterni sulla propria legislazione”. Pertanto, per quanto paradossale e inedito nel diritto internazionale, gli Stati Uniti hanno ratificato due dei tre protocolli facoltativi annessi alla Convenzione, che trattano rispettivamente dei reati sessuali, dell’implicazione di bambini nei conflitti armati. Protocolli che alcuni Stati non hanno ancora firmato. Benoît Keirbilck aggiunge che: “Generalmente, gli Stati che ratificano protocolli facoltativi hanno già firmato la convenzione originale”.

Gli Stati Uniti in questo caso, appaiono decisamente come una rarità del diritto internazionale. Ad oggi siamo ancora molto indietro.