Ho già scritto altrove quello che penso di Dimentica il mio nome di Zerocalcare. E ho già ripetuto più di una volta che provare ad etichettarlo, dandogli il titolo di “capolavoro”, sarebbe azzardato, stupido e soprattutto insensato. Perché Dimentica il mio nome non può stare in una cosa piccola, limitante, come l’etichetta del successo.

Dimentica il mio nome, edito dalla BAO Publishing, è un libro talmente intimo e personale che qualsiasi catalogazione, in un senso o nell’altro, sarebbero fuori posto. È la dimostrazione evidente della crescita di un autore, Zerocalcare appunto, e di quanto un’opera per il grande pubblico possa essere comunque ricercata.

Non c’è la furbizia dei grandi numeri – sono sicuro che Zerocalcare prima di scrivere Dimentica il mio nome non ha pensato alla reazione della gente, ma ha pensato piuttosto alla sua famiglia, la vera protagonista di questa storia lunga tre generazioni, in cui ci vengono raccontati i segreti di sua madre e di sua nonna. E in cui, soprattutto, ci viene rivelata quanta importanza abbiano effettivamente i nomi. Le etichette, sì, quelle di cui parlavo prima – quelle cose per cui siamo portati a fare di “tutta l’erba un fascio” o a distinguere il mondo in bianco e nero, dimenticandoci che il colore predominante è il grigio.

I flashback, i ricordi, il rosso che spunta dal nulla in una storia che non ha colori e il racconto della generazione passata che si unisce a quella della generazione di Zerocalcare: in Dimentica il mio nome ci sono tutte queste cose, e sicuramente c’è anche l’ironia di Zc, la sua vis comica, il fatto che sappia spezzare brillantemente i momenti di ansia e di angoscia con una battuta. Una battuta che cita, ricorda, che omaggia. Perché prima che fumettista, autore e disegnatore, Zc è un ragazzo. Uno del suo tempo, per dirla con le parole del filosofo. Che non dimentica mai da dove viene, né qual è sua storia. Anche perché sono queste due cose, la provenienza e il proprio passato, che fanno di una persona una persona unica. Non il suo nome – non il pregiudizio iniziale di un titolo, un ruolo, un’occupazione. Noi siamo quello che facciamo. Come la rosa di Shakespeare che avrebbe lo stesso odore anche se si chiamasse diversamente. La natura di una cosa non è, insomma, collegata al nome della cosa stessa.

In Dimentica il mio nome ci sono quindi il tentativo di un autore, entrato pienamente nel suo periodo più maturo, di combattere la visione distorta e di parte che spesso abbiamo del mondo, e un racconto talmente radicato nell’autore stesso, nella sua storia e nella sua famiglia, che difficilmente lascerà impassibile il lettore.