Seguo con lo sguardo e l’udito una tortora selvatica nel suo volo, con l’inconfondibile verso che accompagna il suo librarsi nell’aria. Sono le prime ore del mattino e mi trovo a camminare su di un sentierino a due passi dal mare. Anche ieri sera mi sono soffermato sul volo e le sonorità di una “consorella” del volatile in questione. Oltre al suo verso, potevo anche sentire il rumore del mare agitato, il canto d’autunno degli ultimi grilli rimasti e il fruscio del vento.

Ma questa mattina la colonna sonora è un po’ cambiata.

Oggi il vento si è attenuato e non si sente tanto, il mare non è più mosso ed è quindi silenzioso e i grilli quest’ora tacciono e forse meditano anche sul fatto che la loro stagione volge al termine.  Ma, soprattutto, oggi non è giornata di “silenzio venatorio” come ieri. L’unico suono che si può avvertire in queste prime ore di luce del mattino è decisamente meno gradevole per il mio udito di quello di ieri sera. Un suono duro, secco come una schioppettata, mi scuote dalla serenità del camminare. Anzi, è proprio una schioppettata quella che richiama la mia attenzione distraendola dall’amenità del paesaggio. Squarcia il promontorio proteso verso il mare, riecheggiando poi nei campi circostanti. E quindi un’altra e un’altra ancora, una decina di secondi di furore pirico rappresentabile a livello sonoro come lo schioccare di una sorta di metaforico frustino metallico.

Se fossi stato un soldato della “Grande guerra”, queste sonorità mi avrebbero di certo riportato con la mente ai giorni passati in trincea sul fronte.  La prima conseguenza di questo cambio di scenario uditivo è che anche il mio tipo di sguardo verso la tortora è cambiato. Ora la osservo con una venatura di preoccupazione che riguarda la mia incolumità personale prima ancora che la sua (un po’ di sano egoismo pure ci vuole, mi perdonino gli animalisti più intransigenti).

«La tortora selvatica è un magnifico ed elegante volatile particolarmente amato dai cacciatori e la sua caccia è antica e tanto complicata quanto gratificante. Animale astuto e diffidente richiede al cacciatore impegno ed ingegno». Queste sono le testuali parole che ho trovato tempo fa su di un sito frequentato da cacciatori. Me le sono appuntate. Dunque, dall’esame del testo suddetto, parrebbe che l “’homo venatorius” si percepisca come impegnato e ingegnoso e rimanga pure estasiato di fronte ad un volatile per cui non lesina aggettivazioni ricolme di ammirazione. Purtroppo per le tortore, dai cacciatori non vengono lesinate nemmeno le cartucce delle loro carabine. Nel caso delle tortore selvatiche, poi, si tratta di una delle specie più gettonate nel periodo ricompreso tra Ferragosto e Natale, giorno più, giorno meno.

Tempo fa, proprio da queste parti, fu inaugurato un bel sentiero escursionistico. C’era anche il sindaco e sottolineò che probabilmente senza la forte presenza di cacciatori a tutela del territorio, quelle belle aree verdeggianti lo sarebbero un po’ meno e di certo un po’ di cemento in più farebbe capolino tra i cespugli. Sarà…Possibile che una cosa bella come un sentiero costiero incontaminato vada ricollegata a una cosa così così spietata come la caccia? Cerco per ora di rimandare ad altro momento queste mie considerazioni. Tento di concentrarmi su qualche più rassicurante suono e colore, per evitare di sentire troppo gli spari circostanti.

Fondersi con la natura e i suoi elementi è sempre qualcosa di gratificante, soprattutto in una serena giornata d’autunno sospesi tra blu del mare e verde della macchia. Percepire che alla fine della vita terrena il destino sarà di ricongiungersi con questi elementi “amici”, può essere qualcosa che in qualche modo esorcizza anche il “timor mortis” con cui l’essere umano si trova a convivere. Inizio quindi ad accettare l’eventualità che questa mia passeggiata possa segnare un mio definitivo ritorno tra gli elementi primigeni, mentre un fuoco di fila di schioppettate, a poche decine di metri dalla spiaggia e dalle abitazioni, accompagna minaccioso il mio incedere. Un bell’esercizio zen.

Stamattina ero uscito con la semplice intenzione di farmi una passeggiata a due passi dal mare e invece mi ritrovo a fare un esercizio zen sull’accettazione della morte. Magari la prossima volta mi metto qualcosa di più sgargiante che tolga ogni dubbio sul fatto che non sia un volatile. Qui non siamo in Amazzonia e gli uccelli da impallinare non sono poi così variopinti. La mia ultima ora non è però fissata per oggi e così riesco a tornare incolume a casa. Non sono certo che altrettanto sia avvenuto per la tortorella, tanto amata dai suoi “impegnati e ingegnosi” amici cacciatori.

Raffaele Basile