Uno scatto che ingabbia una storia e racconta un dolore: le fotografie di Mauro Pagnano, fotoreporter campano, sono delle vere e proprie opere d’arte ma non solo. La carica di denuncia sociale è fondamentale per portare avanti una battaglia che da anni i cittadini combattono in Campania: la lotta contro il biocidio di cui sono, ingiustamente, vittime. è stato lui, in collaborazione con don Maurizio Patriciello a raccontare con la fotografia il dolore delle mamme della ‘Terra dei Fuochi’ che hanno perso i loro bambini.

"Vivere nella Terra dei Fuochi significa anche tenere le finestre chiuse di casa in piena estate per timore dei roghi tossici" ci spiega Mauro che, però, non perde la speranza per il futuro: "Ma la Terra dei Fuochi è solo una parte malata della bellissima terra della Campania. Per questo dobbiamo denunciare, per guarire questa parte".

Un cantastorie di realtà cruente che oggi, messo da parte l’obiettivo, si racconta.

Che significa vivere nella Terra dei Fuochi?

Significa che in certi quartieri tra la provincia di Napoli e Caserta si è costretti a tenere le finestre chiuse in piena estate per paura di far entrare il fetore di un rogo tossico che si è incendiato a pochi chilometri da casa tua e se non hai i soldi per permetterti un impianto di condizionamento significa soffrire due volte. Significa stare in ansia ogni volta che hai un dolore o un fastidio fisico per qualche giorno in più e temere di fare le analisi perché non vorresti mai scoprire un brutto male com’è capitato a qualche tuo vicino di casa o a qualche tuo caro. Significa dover accettare il fatto che qui hai più probabilità che in altri posti di contrarre il cancro e non vivere bene nemmeno dal punto di vista psicologico.

Quando nasce la passione per la fotografia?

Nasce circa sette anni fa, quando mi regalarono una reflex, ma per fare i video che erano la mia passione. Sono sempre stato appassionato di arti visive. Da adolescente amavo scattare foto ma poi ho smesso attirato da altro. Amavo molto di più il cinema che la fotografia, poi ho capito che quest’ultima mi dava la possibilità di stare al centro delle cose e degli avvenimenti ai quali volevo partecipare senza esserne protagonista e questo ha favorito molto la mia crescita perché fondamentalmente sono molto timido di base. Ma è solo uno strumento che mi aiuta a raccontare ciò che vorrei che il mondo conoscesse, e non so nemmeno se ci riesco bene. Ho ancora tantissimo da imparare.

 

Perché decidi di usare le tue foto come denuncia ambientale?

Perché quello che mi accadeva intorno doveva essere raccontato in qualche modo e cominciai a credere fortemente che ognuno avrebbe dovuto mettere a disposizione i propri strumenti o le proprie capacità per dare un contributo.

Una lotta contro gli eco reati che ti ha unito a Padre Maurizio Patriciello. Con lui hai lavorato ad un progetto molto delicato: fotografare le camerette dei bambini vittime dell’ecomafia. Come ne sei uscito emotivamente?

In principio ero davvero distrutto emotivamente. Ricordo che passavo intere giornate con le mamme a conoscere le loro storie e quelle dei bambini prima di scattare qualche foto. Guardavamo le foto e i video dei bambini, ci siamo commossi e abbiamo perfino sorriso insieme dei ricordi di alcuni momenti. Si trattava di affrontare per la prima volta il tema dei tumori infantili e della mortalità infantile in queste terre. Cominciai a pensarci quando vidi le foto di Riccardo (il figlio di Anna) di Dalia (la figlia di Tina) e di Alessia (la figlia di Giulia) alla prima fiaccolata organizzata da padre Maurizio e dal Coordinamento Comitati Fuochi nel 2012. Tra le tante foto portate quei tre volti bellissimi di bambini mi avevano profondamente scosso. Nessuno dovrebbe sopravvivere ad un proprio figlio e al di la del fatto che il tutto poteva essere legato o meno alla situazione ambientale ero consapevole che stavo trattando il problema più drammatico che possa mai capitare nella vita di una persona. Col tempo, poi, sono state loro stesse, con il loro impegno e la loro forza, sin dal giorno dopo le cartoline, a rendere tutto più “accettabile”. Oggi guardandole, so di poter dire che ne è valsa la pena.

Hai raccontato tante storie di vittime dell’ecomafia. A quale storia sei legato maggiormente?

D’istinto non posso che dire alle mamme. ricordo particolari di ognuno di quei bambini. Ormai è come se li sentissi presenti. Se loro sono diventate i “genitori di tutti”, come il nome della loro associazione, è anche un po’ vero che tutti noi siamo diventati un po’ i genitori di quei bambini.

 

In quale scatto, se dovessi scegliere, c’è tutta la storia del disastro ambientale in Campania?

E’ molto difficile dirlo perché il problema è molto complesso. Non si tratta di un problema legato ad un singolo impianto industriale insalubre o ad una discarica pericolosa, come accade nei contesti di altre lotte ambientali. Il sistema è complesso: va dai roghi tossici ai rifiuti seppelliti alle discariche legali piene di rifiuti speciali alle “eco”-balle disseminate a tonnellate per il territorio all’inceneritore sovrastimato ecc. Ma se dovessi sceglierne una sceglierei quella di due bambini rom che giocano al di la del fumo velenoso sprigionato dalla combustione di cavi elettrici per ricavarne rame. Chiunque si sia reso responsabile di quell’atto non ha pensato alle conseguenze e a pagarne il prezzo più alto sono sempre i bambini. Avvelenare l’ambiente significa avvelenare prima di tutto se stessi e i propri figli e si tratta del crimine più assurdo e paradossale che si possa compiere.

 

Quale altro progetto lavorativo hai in cantiere?

Al momento sto lavorando ad un progetto di ritratti. Volti della mia terra. Volti fotografati in una stanza buia e illuminati da un piccolissimo faro a led. Molto semplici, quella luce per me è la luce che vince l’ombra. L’idea è partita proprio dal nome della mostra “La luce vince l’ombra” con opere degli Uffizi e di Capodimonte nella villadon Diana, una villa confiscata alla camorra a Casal di Principe. Un evento meraviglioso che dimostra come questa terra sia capace di cose straordinarie perché c’è gente straordinaria. Sono partito dalle foto agli Ambasciatori della Rinascita (i 50 ragazzi del territorio formati dagli Uffizi e da altre personalità) per fare da guide volontarie alla mostra e per raccontare le storie di resistenza in un territorio dominato per decenni dalla dittatura militare dei clan camorristici. E sto lavorando all’editing delle foto sulla terra dei fuochi per farne un libro con i testi di Ornella Esposito. Il libro, se riusciamo a farlo pubblicare, prevede anche l’allestimento di una mostra collaterale e tutti gli incassi saranno devoluti all’associazione “Noi Genitori di Tutti”, l’associazione delle mamme che stanno adottando famiglie bisognose con bambini oncologici. Un dramma nel dramma, quando ti capita una tragedia del genere, è la ripercussione sul lato economico. Quando capita a famiglie in cui i genitori hanno un lavoro precario, magari a nero, o sono disoccupati, i soldi per seguire e curare i piccoli non bastano mai. Questo lo sanno benissimo le mamme ed alcune di loro lo hanno vissuto sulla propria pelle. Non è possibile che in casi del genere si rischi di perdere anche la dignità.

Tra 10 anni come immagini la terra in cui vivi?

Faccio una premessa. Questa terra, la mia terra, è ancora una terra meravigliosa. Terra dei fuochi è una parte di essa. E’ il cancro che va curato ed estirpato prima che contamini tutto il resto, Ed è per questo che lottiamo. Quando in questi giorni percorro queste strade nel tardo pomeriggio vedo i tramonti più belli del mondo. Non potrei fare l’elenco di tutte le bellezze che ci sono, da quelle paesaggistiche a quelle eno gastronomiche a quelle culturali (troppo spesso nascoste). Ma la più grande bellezza l’ho trovata nella persone. Nei tanti attivisti amici del Coordinamento Comitati Fuochi e della rete stop biocidio, in persone come padre Maurizio, le mamme e nei miei amici e colleghi della Nuova Cooperazione Organizzata, (la rete di cooperative sociali che lavorano sui beni e terreni confiscati) con i quali si lotta per portare esperienze di economia, di agricoltura e di sviluppo diverse, mettendo al centro di tutto il rispetto della personae,di conseguenza, anche dell’ambiente. Anche questo è un modo per combattere Terra dei Fuochi. Certo, tutto questo si fa fatica a raccontarlo perché si cerca sempre la brutta notizia, soprattutto nelle mie terre. Ma è fondamentale raccontare certi percorsi. E’ fondamentale raccontare la bellezza per dimostrare a tutto il mondo che si può fare. Se lo facciamo tutti, se continuiamo a denunciare e a dimostrare allo stesso tempo che un percorso alternativo a questo modello di sviluppo è possibile, allora tra 10 anni avremo una terra in cui  sarà sempre più difficile cercare le ombre.