E così Matteo Renzi ha incassato la sua prima sconfitta, consumatasi in Europa: perché di sconfitta di tratta, pur se rimediabile.

Il rinvio a data da destinarsi (probabilmente alla fine d’agosto) della nomina dell’Alto Rappresentante per gli affari esteri e la politica di sicurezza costituisce infatti uno stop improvviso e imprevisto alla sua marcia trionfale; un segno, al contempo, dello scarso peso e della limitata considerazione di cui gode il nostro Paese nell’Unione europea, nonostante il nuovo corso renziano inaugurato a colpi di selfie un paio di settimane fa. Se l’Europa, nel discorso pronunciato dal Premier lo scorso 2 luglio (con a fianco proprio Federica Mogherini), si presenta con il volto della stanchezza e in alcuni casi della rassegnazione, o ancora per usare un’espressione sintetica con quello della noia, bisogna dire che l’Italia in quell’autoscatto appare tristemente relegata sullo sfondo, sfocata ed ignorata da tutti.

Se si considera che la nomina dell’Alto Rappresentante avviene da parte del Consiglio europeo (l’insieme dei capi di Stato o di governo dei Paesi membri dell’UE coordinato dal suo Presidente) di concerto con il Presidente della Commissione europea (l’esecutivo dell’UE), su indicazione univoca dello Stato membro cui si ritiene di attribuire l’incarico, lo smacco non è da poco. Tanto che un Renzi insolitamente dimesso – e visibilmente contrariato – adesso «chiede solo rispetto» all’Europa, pur senza perdere il gusto della battuta («Ci hanno fatto venire qui per un accordo che poi non c’era […] bastava un sms e risparmiavamo anche i costi dei voli di Stato»).

Il nostro Premier ha mostrato scarsa dimestichezza con le logiche assai contorte che guidano i centri del potere europeo; e, soprattutto, ha pensato che bastasse presentarsi al Vecchio Continente, forte dell’enorme consenso ricevuto alle Europee, con spirito guascone per sovvertire equilibri consolidati e rapporti di forza duraturi, per cambiare l’Europa così come ha promesso di cambiare l’Italia. È accaduto, invece, che la candidatura della Mogherini ha suscitato perplessità in molti Paesi, che l’hanno bollata come inesperta e faziosa, additandola di essere filorussa: una delegittimazione sul piano personale, tanto più grave se si considera che si tratta del Ministro degli Esteri in carica dello Stato proponente.

Probabilmente ci sono precise strategie dietro l’atteggiamento di alcuni Stati dell’ex blocco sovietico, ma anche della Svezia, della Danimarca, dell’Ungheria, della Gran Bretagna e dell’Irlanda (gli ultimi due pongono l’accento sulla poca esperienza della candidata per un ruolo così importante), o forse il nostro Governo non ha fatto la scelta giusta quando ha deciso di puntare su tale incarico. Eppure l’investitura della Mogherini era stata data per certa da (forse troppo avventate) dichiarazioni del Premier che sembravano anticipare una decisione ormai scontata da parte dell’organismo europeo.

Ed è proprio su uno dei requisiti indicati come caratterizzanti della candidatura dal Premier – un politico giovane e donna – che l’iniziativa italiana si è arenata. Poiché la politica per slogan e immagini fatta propria da Renzi in perfetto stile post-berlusconiano non si addice alla vecchia Europa. Vecchia sì, ma emancipata dalle ideologie vecchie e nuove a differenza dell’Italia, sempre pronta a sostituire quelle obsolete con altre “usa e getta”: come quella del “giovane è bello”, figlia (illegittima?) della rottamazione. Anche a costo di tirarci addosso commenti come quello impietoso dell’editorialista del Wall Street Journal Sohrab Ahmari, secondo il quale la Mogherini «ha frequentato le scuole giuste, ha seguito i corsi di laurea giusti, ha fatto gli stage giusti, è stata membro dei giusti gruppi socialisti giovanili, tuttavia non c’è niente nel suo curriculum che possa essere letto come una prova di leadership»; rilevando poi ironicamente che «l’amore per i viaggi calorosamente espresso da Mogherini è un segnale di apertura, una qualità utile per un diplomatico. Tuttavia, la politica estera europea di oggi richiede, oltre che apertura, una leadership salda».

Non basta un selfie per conquistare l’Europa. E le tecniche di comunicazione usate con successo dal nostro Presidente del Consiglio in un Paese facile a improvvise infatuazioni e ad altrettanto repentine retromarce, vanno evidentemente rimodulate nel confronto internazionale, privilegiando la sostanza rispetto alla forma, i contenuti rispetto alla retorica.

*Articolo pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 18 luglio 2014.