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Per de Magistris è giunto il momento della prova di fronte al bisogno concreto di crescita e diritti espresso dai napoletani

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Si è scritto molto sui giornali durante queste ultime settimane della pressione della Corte dei Conti sul Comune di Napoli e del rischio di dissesto.
Andando oltre il tema finanziario (per quanto cruciale), qual è il quadro complessivo dell’avventura di Luigi de Magistris alla guida del capoluogo campano?

Con questa veloce analisi, non ci si vuole affatto collocare né tra gli irriducibili (a volte fanatici!) sostenitori del Sindaco né in quella schiera dei suoi “oppositori a prescindere”, che siano tali per posizioni ideologiche così come per appartenenza al Partito Democratico o alle destre. Qui, seppur brevemente, si vuole solo provare a leggere la situazione politica attuale sullo sfondo dell’epoca storica in corso.

Sicuramente è impossibile essere neutrali quando si esprimono opinioni. In ogni caso, se chi scrive si riconosce in un fronte, esso non è tra quelli che sostengono liste e partiti ma è il fronte di chi organizza lotte contro la precarietà, lo sfruttamento lavorativo, l’inoccupazione, la mancanza di un tetto, la cura dei quartieri, la giustizia ambientale. Ed è proprio da questa ottica, quella a cui il leader di DEM.A. tante volte si è detto più vicino, che si vuole valutare lo svolgimento dell’esperienza demagistriana.

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Arrivato a poco più di un anno dalla sua rielezione, di fatti de Magistris entra di nuovo in crisi di fronte alle difficoltà amministrative.
Così come accadde anche durante il suo primo mandato, a poco più di dodici mesi dall’insediamento a Palazzo San Giacomo la verve rivoluzionaria, che l’ex magistrato esprime durante le campagne elettorali, si impantana.
Dal punto di vista di chi scrive, i limiti dell'odierna Giunta sono tanti.
Tuttavia gravano anche i precedenti decenni di cattiva gestione(da quelli lontani nel tempo dei commissari e del Pentapartito a quelli di Bassolino e Jervolino).
Un altro enorme gap è inoltre rappresentato dal costante tilt con un apparato burocratico ammalato dal baronaggio di dirigenti e funzionari. Ciò che più di tutto determina difficoltà è infine la mancanza di risorse sufficienti causata dall'abbandono in cui Governo e Regione hanno lasciato la metropoli partenopea.

Il P.D. , che attualmente guida sia il paese sia l’esecutivo regionale, porta avanti (in sinergia coi diktat europei) la linea dell’austerità che strozza gli enti locali. Inoltre il partito di Renzi, Gentiloni e De Luca approfitta dei propri ruoli governativi per sferrare evidentemente attacchi ad ogni forma di potenziale rivale, come possono essere i Cinquestelle in parlamento (condivisibili o meno ma di fatti osteggiati da Centrodestra e Centrosinistra: si veda quanto accaduto col Rosatellum, la nuova legge elettorale) o come è stato de Magistris in un centro importante quale quello che spesso viene identificato come Capitale del meridione.

Il Primo Cittadino, dal canto suo, manca gravemente nell’assumersi una responsabilità politica complessiva. Egli non è riuscito ancora, dopo quasi sette anni, a unire alle sperimentazioni interessanti – che con onestà gli vanno riconosciute – atti che riescano ad essere concretamente e nell’immediato efficaci per il miglioramento delle condizioni di vita delle napoletane e dei napoletani. Soltanto una svolta del genere, invece, può permettergli di risollevarsi da questa ennesima fase di stallo che altrimenti potrebbe rivelarsi letale per il suo percorso.

Sicuramente sono virtuose le iniziative prese in collaborazione coi movimenti che riqualificano dal basso immobili in disuso, la creazione di un’azienda di diritto speciale per la gestione dell’acqua che apre alla partecipazione dei comitati civici, le posizioni antirazziste, la connessione con i municipi europei che hanno una visione simile su commons e accoglienza dei migranti o con popoli tartassati come quello kurdo e quello palestinese, la cessazione degli appalti ai potentati privati di Romeo per il patrimonio immobiliare e di Equitalia per la riscossione crediti.
Tuttavia, per dare fino in fondo sostanza all’evocazione del municipio ribelle, serve fare di più ed essere incisivi sui bisogni che le classi subalterne della società percepiscono come prioritari.

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Per intendersi meglio si prenda ad esempio il problema importantissimo del trasporto pubblico. L’A.N.M. (l’impresa municipalizzata da cui dipendono i bus, la Linea 2 della Metro e le Funicolari) è sull’orlo del collasso. Nonostante l‘accordo raggiunto dopo settimane di dibattito tra l’azienda, il Comune e le parti sindacali, la vicenda non è affatto chiusa. La soluzione trovata appare nei fatti temporanea, utile certamente a prendere tempo prezioso ma non a risolvere un fallimento aziendale. Prima ancora essa non da una risposta alla forte insoddisfazione cittadina verso le infrastrutture della mobilità pubblica, in primis a quella di chi risiede nelle periferie e che spesso non può permettersi mezzi privati, visti pure i costi folli delle polizze di R.C.A. che vengono imposte al territorio napoletano.

La ricetta individuata per salvare A.N.M. dal crack per adesso si fonda tutta su slogan. Si parla di guerra a chi non fa il biglietto o all’assenteismo dei conducenti e degli altri dipendenti. Cose sacrosante forse ma, nel mentre, poco o niente si accenna su quale possa essere un piano articolato per offrire un sistema di T.P.L. dignitoso e salvare i posti di lavoro. Non si parla di come servire maggiormente l‘hinterland (anzi si prevedono tagli alle corse che arrivano nella provincia immediata), di come agevolare le fasce meno abbienti degli utenti nell’acquisto dei ticket (invece di concentrarsi solo a monetizzare con multe salate per l’evasione), di come dare un argine agli stipendi d’oro e agli abusi dei dirigenti (sicuramente più influenti delle potenziali irregolarità di alcuni lavoratori), di come evitare licenziamenti, di come pretendere con forza gli imprescindibili fondi dallo Stato.
Soprattutto non si da ancora alcuna certezza sul fatto che si possano risanare realmente i bilanci evitando una svendita del servizio ai privati anche nel futuro prossimo: sembra quasi che si voglia lasciare questa patata bollente ai successori, chiunque essi siano, mentre sarebbe coerente – per un amministratore che si schiera contro privatizzazioni e speculazioni – assicurare a lungo tutte le condizioni affinché un'attività primaria come questa resti pubblica.

Si sta quindi assistendo a una di quelle faccende in cui gli Arancioni rischiano di inciampare definitivamente: viene meno sia la concretezza, se non si soddisfano le necessità territoriali, sia l'orizzonte, se non vengono escluse derive privatistiche per oggi e per domani.
Invece è proprio in situazioni del genere che l’Amministrazione e la sua maggioranza consiliare dovrebbero finalmente dimostrare di saper essere pragmatiche pur mantenendo una linea fondata sulla tutela dei beni comuni e dei servizi pubblici.

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La tematica del trasporto è per l’appunto solo un esempio per argomentare il discorso generale.
Tanti altri se ne possono fare: la situazione dell’assetto viario (è noto che le strade della città siano un colabrodo), il decollo effettivo dell’A.B.C. (l’azienda idrica) senza gravare sui contribuenti, la liberazione di un pezzo di welfare rispetto al monopolio delle lobbies di settore (come le cosiddette “cooperative rosse”) e a favore di chi ne deve usufruire, la gestione equa del turismo affinché sia un'opportunità per tutti e non per pochi difendendosi intanto contro la gentrificazione, il rilancio reale dei rioni popolari (da Scampia a Ponticelli passando per la Sanità e Forcella) senza fermarsi alla pagliacciata del controllo e delle telecamere, il contrasto e degli allarmi ambientali e della questione abitativa e della disoccupazione e delle forme più estreme di povertà. Tutti punti nodali davanti ai quali un’esperienza comunale, che pretende di essere anomala rispetto al sistema dominante, non può bloccarsi e su cui invece si continua gravemente a tentennare.

Se il principale limite per una svolta politica su queste tematiche è il fattore economico, allora c’è la necessità di essere ulteriormente coraggiosi. Bisogna fare scelte di campo se si vuole praticare la vera ribellione. Se a pesare sono le mancanze di denaro e di libertà per spenderlo a favore dei diritti delle e degli abitanti, è il momento di aprire un forte conflitto dell’istituzione municipale contro il Governo regionale e quello centrale che non mettono a disposizione i soldi necessari per Napoli. Allo stesso modo è il momento di infrangere gli stretti margini imposti dal pareggio di bilancio obbligatorio secondo le linee dell’Unione Europea e della Corte dei Conti. La stessa iattura del possibile default deve essere trasformata in un punto critico da cui muoversi per dare una scossa e riprendere il cammino annunciato come rivoluzionario durante i mesi prima delle votazioni.

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A prescindere dalle idee specifiche che si possono avere sui fatti catalani, essi testimoniano come (se lo si fa per l’interesse collettivo) sia possibile creare un corto circuito tra una realtà locale e il comando nazionale.
Qui non si inneggia certamente a una Repubblica Autonoma, per quanto la suggestione entusiasmi idealmente chi scrive. D’altra parte non si può neppure finire anche questa volta ad elemosinare spiccioli, come nel caso dell’ultimo “Patto” con cui l'ex Presidente del consiglio ha spacciato per fondi speciali i regolarissimi e soliti finanziamenti destinati ai Comuni. Non si deve tanto meno rimanere incastrati nella trappola delle emergenze-sicurezza di cui i Ministeri dell'Interno e le prefetture approfittano puntualmente per fronteggiare le vicissitudini sociali con propaganda securitaria fatta di militarizzazione e flotte di Polizia. È arrivata piuttosto l'ora di reclamare una fetta significativa della ricchezza che la città ha storicamente dato all'intero paese e l'indipendenza per gestirla. E' così che si combatte anche la criminalità.
Del resto nel 2009 è stata fatta una legge per dare a Roma più autonomia e risorse in quanto Capitale. Perché non rispondere laddove questa esigenza la esprime un altro grande Comune? Soprattutto se si tratta di un'area urbana molto estesa, popolosa, pregna di potenzialità e contraddizioni, che ricopre un ruolo importante a sud come in tutto il Mediterraneo. Napoli sta dimostrando una vocazione a una crescita metropolitana e la parte più attiva tra chi la vive reclama un certo tipo di progresso all'insegna della socializzazione del benessere tra tutte e tutti, della compatibilità ecologica e del mutuo soccorso.

Pertanto, prima di pensare a lanciare un soggetto politico nazionale per le elezioni del 2019 (le europee) o del 2023 (le politiche), de Magistris deve riuscire a portare con forza nei palazzi di Roma, come capo dell'Amministrazione comunale, la voglia di sviluppo solidale e autonomo di Napoli oltre ogni vincolo finanziario. Deve farlo arrivando finanche a paventare la disobbedienza verso le più alte autorità statali e internazionali. Starà poi alla popolazione, a partire da quella sua parte a cui dall'Italia viene negata ogni garanzia, mobilitarsi nelle piazze, alzando pure le barricate, quando si aprirà il contrasto istituzionale.

L'unica prospettiva che resta è quella di osare e di farlo in questo senso. L'alternativa è rimanere imbrigliati tra proclami del possibile e miseria del presente.