“La mia fiducia te la devi meritare”. “E’ merito tuo, grazie. “Ti meriti un bacio”. “Abbiamo vinto meritatamente”. "Meritavamo di vincere meritatamente“. Merito più rispetto, non credi?”. “Non te lo meriti”.  

Quest’ultima affermazione mi rimbomba forte nella testa. Riesco ad immaginare il suo viso e la sua espressione mentre mi trascinava come un pacco postale durante la consueta passeggiata in centro tra i negozi. Non mi potevo mai lamentare e se le dicevo: "Mamma non mi tirare, andiamo piano", lei frenava all’improvviso, si voltava e con voce ferma e rassicurante mi diceva che il giocattolo tanto desiderato non me l’avrebbe comprato perché non me lo stavo meritando perché mi ero solo permesso di dirle di camminare leggermente più piano.

L'arrivo del mio giocattolo, in quel momento, sarebbe dipeso se mi fossi comportato da ometto e da quanti urti ai tombini sarei riuscito a mettere in fila nel giro di pochi metri. A distanza di anni, le mie piccole e innocenti scarpette, ancora oggi, ringraziano affettuosamente tutti i tombini di Bari e mia madre.

Perché dovevo meritarmelo? Ma poi cosa? Il giocattolo o il rispetto di mia madre?

Crescendo ho iniziato a familiarizzare con questa strana parola: “merito”.

La sentivo presente in ogni mia azione. In primis a scuola dove la mia professoressa d’inglese delle medie inferiori, aveva come “vizio” quello di interrogare su i dialoghi che lei stessa inventava e dettava senza sosta e noi a casa dovevamo imparare a mena dito ogni singola parola. Il giorno dopo torchiava due a caso mettendo in atto il suo fatidico “sistemone”: sommava dei numeri presi da una pagina del suo sussidiario che corrispondevano ai nomi presenti sul registro di classe…ed io venivo pescato sistematicamente, per l’appunto, e pronto per l’esposizione. Se andava tutto liscio venivo premiato con una bella nota di merito da far leggere a casa ai miei genitori e racimolare qualche soldino dai nonni, se andava male venivo punito con una fantastica nota di de-merito (sempre sul diario) da far (non) leggere  ai miei e (non) racimolare qualche schiaffone con annessa perdita di tre denti da latte (come saper risparmiare sui dentisti). Merito-crazy. Oh Yesss!!!

Durante gli anni della pallacanestro era chiara una cosa sin dall’inizio: giocava chi meritava….la simpatia del coach. Se gli leccavi il sedere e lo assecondavi, lui ti ripagava schierandoti titolare in campo, altrimenti potevi benissimo riscaldare, per tutta la stagione, le piacevoli panchine di legno dei tanti palazzetti pugliesi. In quella circostanza ho iniziato a comprendere che se facevo meglio degli altri, se dimostravo disciplina, umiltà, silenzio e impegno non sempre venivo ripagato come credevo o come volevo.  Bisognava entrare nelle sue grazie, con permesso.

Compresi che la stessa cosa valeva nello studio, nel lavoro, nella vita di tutti i giorni. Compresi che ci sarebbe sempre  STATO qualcuno che mi avrebbe preferito ad un altro, non solo per bravura ma anche per simpatia. Già, la simpatia è un’arma importante nella vita. Se la possiedi e riesci a conquistare altri, attraverso essa ti si aprono porte che nemmeno immagini, ma non basta perché va abbinata alla professionalità e al valore che ognuno di noi deve sempre dimostrare. E’ importante la formazione, la cultura, l’educazione, ma non solo questo per farsi largo in Italia (non so nel Mondo). Bisogna sgomitare, sudare, farsi largo sotto canestro per recuperare il rimbalzo che ti permette di proteggere il risultato e far ripartire l’azione. Ma funziona davvero così? E' merito o cosa?

Nell’amore poi, si potrebbe scrivere un manuale intero, e molti l’hanno fatto. Quanto bisogna penare per meritarsela, quanto ti fanno sudare per averla sta benedetta….fiducia femminile. Nel mio percorso di crescita ho fatto i conti con delusioni e scavalcamenti, con la realtà delle raccomandazioni o come la si chiama oggi “delle conoscenze”, ma non mi sono mai arreso perché sono sempre stato me stesso, comprendendo che sono indispensabili i contatti, le relazioni, i comportamenti veri, anche solo per inserirsi in un sistema lavorativo come quello del mio campo. Sono dell’idea che tutto dipende esclusivamente da te ed è li che entra in gioco il merito, non tanto la meritocrazia, quello vero, puro, pulito, che fa parte del cerchio della fiducia tra persone.

Ognuno di noi ha e avrà sempre una possibilità per dimostrare quanto vale e quando ce ne si accorge bisogna giocare la partita a viso aperto. Mielosamente concludo, la sincerità finale ha fatto posto alla simpatia iniziale, almeno in questo mi va dato merito.

A buon rendere.