Scorrono i titoli di coda, mentre le ultime note di “Heroes” danno la buonanotte all'Europa e il buongiorno all'Australia. Il sessantesimo compleanno dell'Eurovision Song Contest è stato pazzesco, in tutti i sensi. Un'edizione da incorniciare quella della Wiener Stadthalle, un'edizione che ha costruito ponti da non abbattere. “Diversi, ma siamo comunque uguali” è uno dei versi di “A million voices” di Polina Gagarina, seconda classificata per la Russia. Ed è un verso che possiamo collegare anche al brano della simpaticissima cantante serba, Bojana Stamenov, che canta “Sì, sono diversa, ma va bene così”. Una diversità nell'aspetto, quindi, che ci rende speciali. L'Eurovision Song Contest è un evento molto tollerante anche nei confronti della coloratissima comunità LGBT, omaggiata dagli amici lituani che sul “One Kiss” della propria canzone, hanno fermato la musica e mostrato al mondo il bacio di una coppia gay, una lesbo e una eterosessuale. Perché l'amore è amore! Anche a questo si riferisce il motto di questa edizione, “Bulding Bridges”.

Gli amici armeni, invece, nel centenario del Genocidio Armeno si sono affidati ad una band composta da 5 artisti provenienti da Asia, Africa, America, Europa ed Oceania, tutti di origine armena, più una cantante proveniente dall'Armenia per riunire, simbolicamente, la grande famiglia dell'Armenia in seguito alla diaspora, diretta conseguenza del Genocidio. E dell'inutilità delle guerre, con “Wars for nothing” e “N'oubliez pas”, hanno parlato Boggie e Lisa Angell, portabandiere di Ungheria e Francia.

Tante le storie che hanno emozionato il pubblico della Wiener Stadthalle, come quella raccontata da “De la capat” dei Voltaj: il gruppo che ha rappresentato la Romania ha cantato, in una versione bilingue, lo stato d'animo dei genitori costretti a lasciare il loro paese per motivi di lavoro, lasciando i propri figli a casa. Commovente l'esibizione di Monika Kuszynska: “dietro le paure costruiamo ponti” canta la rappresentante polacca che ha vissuto sulla propria pelle una storia da brividi. Nel 2006 è stata vittima, con la band di cui faceva parte, di un incidente che l'ha resa invalida. Nel 2012 è ritornata a cantare e nel 2015 ha portato ancora una volta il suo paese in finale. Grande esempio di vita. Si sono fermati in semifinale, purtroppo, i Perti Kurikan Nimipaivat, una band formata da persone molto speciali che hanno cantato una canzone finlandese e che hanno lanciato un altro bel messaggio al mondo intero con la loro presenza sul palco dell'Eurovision Song Contest, a prescindere dal risultato. Perché ciò che conta, all'Eurovision, è stare tutti insieme, divertirsi e rendersi conto che “siamo una cosa sola”, come diceva il motto dell'edizione 2013.

Non ce l'hanno fatta gli amici della Repubblica Ceca a raggiungere la loro prima finale, con un brano veramente molto buono dal titolo “Hope never dies”, la speranza non muore mai. E con questo auspicio speriamo di rivederli in gara nel 2016, con la speranza di vederli anche in finale per la primissima volta. Ovviemente l'amore, raccontato in tutte le salse, non è mancato nei brani in gara. Storie controverse quelle raccontata dai brani, di altissima qualità, di Estonia e Norvegia, mentre gli amici della Slovenia, inseparabili dalle loro cuffie, hanno aperto la serata finale ricordandoci che c'è sempre qualcuno per noi quando siamo un po' giù. “Ok, 3 minuti, ciao” è il modo in cui si chiude la divertentissima esibizione israeliana che, d'altronde, ci ricorda che un brano all'Eurovision non può superare i tre minuti di durata. Questo per rendere l'evento piacevole e scorrevole. Proprio come lo “swing” del Regno Unito che, tuttavia, si è attestato nelle parti basse della classifica.

Non è mancato il “sound” tipicamente balcanico portato da Knez per il Montenegro. La sua “Adio” è un brano dolce e delicato, nato dalla penna di Zeljko Joksimovic, per molti il “Signor Eurovision” (fate una bella ricerca su questo nome, ve lo consiglio vivamente). “Dimentica domani, noi possiamo divertirci stasera” invece ha cantato l'Australia di Guy Sebastian. Un riferimento alla prima partecipazione dell'Australia? Probabilmente. Guy Sebastian, comunque, sarà andato in giro con il cantante azero, Elnur Huseynov, che ha cantato “No, non voglio dormire questa notte”. A braccetto. Cogliamo l'occasione per ricordare che l'Australia è l'invitata speciale per il sessantesimo dell'Eurovision e che non dovrebbe prendere parte alle prossime edizioni. Ecco, non dovrebbe. Ma Jon Ola Sand alla tv pubblica svedese ha già aperto alla possibilità di un'estensione anche ai prossimi anni dell'avventura australiana all'Eurovision. Ben venga, il paese dei canguri segue l'Eurovision da tantissimo tempo, è un evento che loro amano tantissimo … e usando il motto dell'edizione danese: join us.

“We're gonna ra-pa-pa tonight” è il motivetto più insistente di questa finale, cantato dal belga Loic Nottet che si è studiato da solo anche la splendida coreografia. Ha spiegato che “ra-pa-pa” è il suono del nostro cuore, che può battere per chiunque: un ragazzo, una ragazza. Tra le grandi sorprese della finale troviamo Cipro, Georgia e Lettonia. La prima ha raggiunto, meritatamente, la finale tra lo stupore generale, il brano della Georgia ha colpito per la grinta della sua interprete, mentre è stato giudicato di “alta qualità” Love injected di Aminata.

Un po' di disappunto per il ventunesimo posto dei cugini spagnoli,con la bravissima Edurne accompagnata da un ballerino italiano sul palco, e per il diciassettesimo posto della prima vincitrice di The Voice of Italia. Elhaida Dani ha, infatti, rappresentato l'Albania con un brano dal sound decisamente internazionale, I'm alive, e avrebbe meritato sicuramente qualcosina in più. Me le va dato grande merito per aver riportato il suo paese in finale. Grande dispiacere anche per gli 0 punti ai padroni di casa dell'Austria (prima volta nella storia per un paese ospitante) e alla Germania: non accadeva dal 2003.

La lotta per la vittoria è stata molto accesa, con tre paesi a contendersi lo scettro di “Campioni d'Europa”: la Russia di Polina Gagarina, la Svezia di Mans Zelmerlow e l'Italia de “Il Volo”. I vincitori di Sanremo sono stati bravissimi durante la loro performance e, alla fine, si sono classificati terzi con 292 punti. Per dare un'idea del grande risultato che hanno ottenuto possiamo dire che, con lo stesso punteggio, avrebbero vinto, nel “nuovo Eurovision”, nel 2007, 2008, 2010, 2011, 2013 e 2014. Ma davanti a loro è arrivata un'inarrestabile Russia ma, soprattutto, una straordinaria Svezia. Mans Zelmerlow è il terzo vincitore per punteggio nella storia dell'Eurovision Song Contest (con un numero di punti a disposizione inferiore a quelli del 2009 e 2012, edizioni vinte da Alexander Rybak per la Norvegia e Loreen per la Svezia). Mans Zelmerlow è un artista stroardinario e le sue esibizioni, in semifinale e finale, sono state sempre molto covincenti. Anche la messa in scena è da “12 points”, con il disegno di un omino ad accompagnare il cantante svedese sul palcoscenico. Stando a quanto dichiarato in conferenza stampa, l'omino con cui il cantante interagisce durante la sua esibizione non è altro che lo stesso Mans all'età di 9-10 anni. Il messaggio lanciato dalla canzone, in effetti, è veramente interessante.

He said go dry your eyes
And live your life like there is no tomorrow, son
And tell the others
To go sing it like a hummingbird
The greatest anthem ever heard
We are the heroes of our time
But we’re dancing with the demons in our minds.

“Non importa chi amiamo o in che cosa crediamo, siamo tutti degli eroi”“

Standing ovation!