Il governo che sta per nascere, grazie ad una legittima quanto oggettiva operazione di trasformismo politico, ci costringe a delle amare ma inevitabili riflessioni, dettate dall’assordante, plateale e ormai storica incompatibilità tra il Movimento 5 Stelle e il Partito Democratico.

Prima di farle, è bene precisare che esso arriva dopo un’altra esperienza, durata poco più di un anno, da rigettare fermamente e che ha mostrato caratteri di pericolosità non certo trascurabili.

Dunque, le riflessioni molto critiche e le domande che è interessante porre a chi oggi registra con favore la novità a cui si è giunti, non nascono certo da un sentimento di nostalgia per il governo precedente, caratterizzato dall’imbarbarimento della comunicazione, dalla legislazione ai limiti della costituzionalità e dall’incapacità di gestione della spesa pubblica, soggetta a promesse talvolta demagogiche e sostenuta dal ricorso al debito piuttosto che al recupero dell’evasione fiscale, vero cancro della nostra economia.

Il tutto portato avanti soprattutto, ma non solo, da Matteo Salvini.

Il fatto che lui e il suo partito oggi, e non sappiamo per quanto, siano lontani dal potere, risucchiati all’opposizione dalla propria stessa irrefrenabile voglia di potere, è indiscutibilmente positivo.

Tuttavia, per quanto possibile, ciò che è avvenuto dopo, lascia a dir poco esterrefatti.

Vedere due partiti impegnati per anni a insultarsi reciprocamente, scontrarsi con offese indicibili (fino a giungere al piano personale) e senza mai accettare una reciproca legittimazione, sedersi poi, improvvisamente, allo stesso tavolo per concordare un programma di governo, addirittura politico e di legislatura, è qualcosa che genera non solo un sacrosanto stupore, ma anche un senso di forte irritazione, caratteristico di chi si rende conto di aver ingenuamente assistito ad un lungo scontro di potere piuttosto che di ideali e, in quanto tale, essere stato preso in giro (discorso che vale per chi votava uno di quei due partiti ma anche, a maggior ragione, per chi non li votava).

Dunque le riflessioni critiche appaiono obbligatorie, sperando che attraverso queste semplici quanto pesanti domande, una maturazione collettiva nel nostro Paese inizi finalmente ad avviarsi, ridando un finalmente senso alle parole e, magari, un’etica alla politica.

– Il pessimo governo cosiddetto “giallo-verde” è caduto per opera della Lega e in particolare del suo segretario, Matteo Salvini, convinto che ciò avrebbe provocato un immediato ritorno alle urne, vinte a mani basse. Perché il Movimento 5 Stelle, guidato da Luigi Di Maio e, come pare stia avvenendo ultimamente, anche dal professor Giuseppe Conte, non si era accorto, fino a quel momento, del pericoloso alleato destrorso che liberamente si era scelto? Perché quei voti in Parlamento non erano stati messi in discussione e magari restituiti al mittente, vista la deriva plebiscitaria che il Ministro dell’Interno stava prendendo, da tanti mesi? Perché, dunque, i ministri e deputati grillini non hanno anticipato la crisi di governo, scaricando lo scomodo alleato e risparmiandoci il patetico attacco frontale, avviato solo dopo essere stati sfiduciati da quest’ultimo? Erano forse anche loro, in precedenza, attratti e convinti dal quotidiano agire politico del capo della Lega, ormai dominante?

– Quando, poco più di un anno fa, il Movimento 5 Stelle, vincendo le elezioni ma non avendo i numeri sufficienti per governare da solo, decise di allearsi con la Lega di Matteo Salvini, davvero non conosceva la storia politica di quel partito, fedele alleato di Silvio Berlusconi da diversi decenni, a Roma quanto nelle Regioni e nei Comuni del Nord? Non avvertiva, in quella fase di grande responsabilità, tutto il peso di un’alleanza di destra con chi, a loro stessa detta, aveva sfasciato l’Italia, sul piano politico, morale ed economico?

– Siamo davvero sicuri che il governo caduto, pesantemente spostato a destra per quanto visto, fosse pessimo solo per la presenza dei ministri leghisti e non anche per quelli, spesso impresentabili e inadeguati, dello stesso Movimento 5 Stelle? La conferenza stampa all’aeroporto del raggiante guardasigilli Bonafede all’arrivo del criminale Cesare Battisti, in stile autoritario e degno di una democrazia sudamericana, ad esempio, cosa voleva significare? E gli sconcertanti dubbi del Ministro della Salute Grillo riguardo ai vaccini, con la geniale trovata “dell’obbligo flessibile” sulla loro applicazione ai bambini italiani? E lo stile sgrammaticato di Toninelli, poco consapevole della complessità della posizione occupata? Per non parlare dello stesso Di Maio, autore ad esempio di una clamorosa retromarcia sulla riconversione dell’ILVA (che tanti voti gli aveva fruttato in Puglia) o convinto di aver debellato la povertà grazie al plurisbandierato reddito di cittadinanza?

– Chi lo definisce giallo-rosso, allude poi ad un’anima chiaramente progressista all’interno del formando governo (non potendo definire tale il movimento grillino). Dove sta? Il partito Democratico non ha mai realmente occupato questa area politica, facendosi progressivamente sempre più attrarre e conquistare dal pensiero liberista. Negli anni, è sempre più diventato un “partito-stato”, in grado di rassicurare i poteri forti e abbandonare ogni tentativo di modificare la realtà sociale del paese a favore dei più deboli, di redistribuire la sua ricchezza in modo più giusto e moralmente accettabile. Ha anche governato con pezzi di destra per anni, raggiungendo il suo culmine con Matteo Renzi, vero curatore fallimentare post-progressista nonchè decisivo sponsor di questa incredibile alleanza con l’odiato Beppe Grillo (e dunque riconfermatosi vero leader del partito, con buona pace dell’inconsistente Zingaretti, annullato con questa imprevista mossa). Dunque, un partito moderatamente liberista, garantista degli equilibri consolidati e che, da oggi, per la prima volta, legittima in modo sconcertante il populismo intrinseco nel Movimento 5 Stelle, accettando di condividere la delicata arte del governo con chi sostiene che “uno vale uno”, che preferisce la democrazia diretta a quella rappresentativa, che segue di fatto una linea dettata da una società privata (fondatrice del movimento stesso) che addirittura sostiene con i proventi dei propri eletti nelle istituzioni (attraverso una parte della loro indennità), che ancora oggi teorizza che “destra e sinistra” non esistano più, vero cavallo di troia con cui il pensiero liberista si è imposto in questi anni, che, pur di governare, è pronta ad allearsi con qualsiasi partito rimangiandosi l’antico detto “mai alleanze di governo”. Legittimare questo approccio alla politica, sottilmente violento, non rappresenta forse la pietra tombale su qualsiasi discorso di un possibile ritorno di un’anima di sinistra?

– Un governo liberal-populista, basato su concezioni della politica così diverse, quanto sarà in grado di incidere realmente sulla storia del nostro Paese, dando di più a chi ha bisogno senza paura di togliere a chi ha accumulato troppo, vera missione di un governo progressista? E in che modo riuscirà a scacciare definitivamente i fantasmi salviniani, senza renderli ancora più paurosi grazie ad una scontata e facilissima campagna di opposizione? In altre parole, un governo oggettivamente debolissimo, che sdogana il pensiero populista, tipico della destra, quanto può essere davvero considerato giallo-rosso, senza commettere un madornale errore di valutazione?

Naturalmente, come si suol dire, staremo a vedere. Saremo i primi a riconoscere, con piacere, quanto di positivo saprà fare, se ciò avverrà, con grande beneficio dell’Italia. Saremo pronti a ricrederci e forse aggiungere che, nonostante le pessime premesse, il risultato sarà stato inaspettatamente favorevole.

Al momento non possiamo, tuttavia, che affermare: non ostinatevi a chiamarlo giallo-rosso, per favore.