Stavo ascoltando una canzone de Lo Stato Sociale, forse la più conosciuta, il titolo è "Mi sono rotto il cazzo". Ascoltandola e condividendone molte parti ho riflettuto su come questa fosse molto ad un'altra canzone, forse un po' più conosciuta per chi come me, vive nel 2015 ma pensa nel 1968. Il titolo è "l'Avvelenata" di Francesco Guccini.

La prima, come detto, è una canzone di una band bolognese nata nel 2009 che, chi apre questa pagina, conoscerà bene perché altrimenti "chi se lo fila un articolo in cui non conosci nemmeno chi sta nel titolo". Infatti al giorno d'oggi tira di più "mamma mangia l'uccello della vicina" che non "terrore in Ucraina"; tralasciando questo ho voluto fare un confronto tra le due canzoni e credo che i parallelismi siano molti, a partire dall'uso del linguaggio forte, duro, colmo del turpiloquio che, mi dispiace per voi uomini dalla lingua dolce, è di tutti i giorni.

Guccini in un'intervista disse "l'Avvelenata è una canzone scritta quando sei incazzato. Se ti cade un vaso in testa non gridi certo ‘viva dio che bello dio' per questo sono presenti diverse imprecazioni". Questo anche per la canzone dello Stato Sociale dove l'eloquente "mi sono rotto il cazzo" preannuncia l'odio spasmodico verso ciò che oggi ci circonda. "Degli aperitivi a dieci euro, del clima di terrore a gratis dei giovani di sinistra, arrivisti, bugiardi, senza lode."

Ma andiamo nel vivo delle due canzoni, in grassetto presenterò una frase di "Mi sono rotto il cazzo" e in corsivo de l'Avvelenata. Io non commenterò né scriverò nulla…"fate vobis".

"mi sono rotto il cazzo della critica musicale
non siete Lester Bangs
non siete Carlo Emilio Gadda,
si fa fatica a capire cosa scrivete
bontà di dio
avete dei gusti di merda"

"Voi critici, voi personaggi austeri

militanti severi chiedo scusa a Vossia.

Però non ho mai detto che a canzoni

si fan rivoluzioni si possa far poesia.

Io canto quando posso, come posso

quando ne ho voglia senza applausi o fischi

vendere o no non passa fra i miei rischi

non comprate i miei dischi e sputatemi addosso.

[…]

un Bertoncelli o un prete a sparare cazzate."

Bertoncelli era un critico musicale che ha criticato Guccini nei suoi lavori precedenti, ecco l'insofferenza verso la critica musicale di non capisce il perché di una parola o di una frase ma si erge a dominus della musica (vi giuro è l'ultimo).

"c'avete rotto il cazzo etichette indipendenti
con 400 euro ti registro il disco in casa, suona bene, lo metti su Vimeo, fai girare la voce"

"Colleghi cantautori eletta schiera

che si vende alla sera

per un po' di milioni

voi che siete capaci fate bene

aver le tasche piene

e non solo i coglioni."

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"mentre i preti contestualizzano bestemmie"

"Un Bertoncelli e un prete a sparare cazzate"

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"mi sono rotto il cazzo di quelli che vogliono andare un anno all'estero 

ma prima tre mesi da cameriere, così guadagno qualche soldo
svegliati stronzo che sono trent'anni che mamma ti mantiene
e le dispiace pure che vai a fare il cameriere"

"Mio padre in fondo aveva anche ragione

a dir che la pensione è davvero importante.

Mia madre non aveva poi sbagliato

a dir che un laureato conta più di un cantante.

Giovane ingenuo io ho perso la testa

sian stati i libri o il mio provincialismo,

e un cazzo in culo e accuse di arrivismo

dubbi di qualunquismo son quello che mi resta."

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"mi sono rotto il cazzo anche di te
che per fortuna non ti conosco e forse sei la speranza
giuro che se ti incontro
giuro che se ti incontro
finisce male"

"Secondo voi ma a me cosa mi frega

di assumermi la bega di

star quassù a cantare?

Godo molto di più nell'ubriacarmi

oppure a masturbarmi

o al limite, a scopare."

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"mi sono rotto il cazzo anche di me stesso
che mi conosco fin troppo bene e ho ancora tutta la vita davanti
che cazzo faccio da qui fino alla pensione
che poi mica me la danno
e comunque non avevo le carte"

"Io tutti, io niente, io stronzo, io ubriacone

io poeta, io buffone, io anarchico, io fascista

io ricco, io senza soldi, io radicale

io diverso ed io uguale, negro, ebreo, comunista!

 Io frocio, io perché canto so imbarcare

io falso, io vero, io genio, io cretino

io solo qui alle quattro del mattino

l'angoscia e un po' di vino

voglia di bestemmiare."

Queste solo le parti che più mi hanno colpito e penso che alla fine non importa se una canzone è degli anni 70 o dell'altro ieri, l'importante è che questa riesca a trasmettere qualcosa, un'insofferenza, una critica (mai una semplice polemica). Credo che le canzoni debbano parlare agli animi di chi le ascolta perché ovviamente è un confronto, un campo aperto. Non sono un critico né uno studioso di musica amo credere che ci sono canzoni capaci e canzoni incapaci. Le prime sono quelle che muovono gli animi verso qualcosa che non sia soltanto l'amore smielato e fine a se stesso, le altre sono quelle che restano ferme, non aiutano e non insegnano. Io amo le canzoni che insegnano.

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Gaetano Gatì