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La sciatteria educativa del sistema italiano è un argomento preponderante nelle politiche sociali. Una questione che diventa ancora più allarmante considerando che in Italia è molto diffuso l’abbandono scolastico dei minori, una tendenza in stretta correlazione con la situazione economica della famiglia e della bassa spesa pubblica che il nostro paese riserva all'istruzione. Sostanzialmente, un minore rischia di abbandonare il proprio percorso di studi per motivi socioeconomici che non dipendono da lui. Nel dettaglio, esistono tre fattori cardini che possono influire negativamente una carriera scolastica: disoccupazione, basso reddito in famiglia e basso livello d’istruzione dei genitori.

A ben vedere, si genera una situazione abbastanza imparziale, visto che andarsene da scuola diviene l’unica soluzione possibile per trasformarsi in risorse importanti che contribuiscano al reddito familiare. Secondo la Commissione UE 2014, però, il tasso di disoccupazione tra i giovani che hanno abbandonato precocemente gli studi a livello europeo è del 41%. Si tratta, dunque, di una soluzione dal risultato incerto. Anche perché i disoccupati con bassi titoli di studi hanno alte probabilità di ritrovarsi, a loro volta, in condizione di povertà ed esclusione sociale, e di dover dipendere da programmi di assistenza messi a disposizione dallo Stato. Tutto ciò viene consolidato anche da una disparità socioeconomica italiana molto viva. Per una famiglia in difficoltà, l’offerta educativa diventa pressoché un miraggio, come le offerte culturali, la lettura, la possibilità di viaggiare e via discorrendo.

Secondo i dati Eurostat dell’ottobre 2018, la percentuale di giovani tra il 18 e i 24 anni con solo licenza media e senza ulteriore formazione è del 18%, un dato più alto della media europea (10,6%) e di paesi come Germania (10,1%), Francia (8,9%) e Regno Unito (10,6%). Per capire meglio questo fenomeno, Openpolis ha calcolato la percentuale di comuni italiani con abbandono scolastico elevato in base a quanto siano le famiglie a disagio nei comuni stessi. E i dati hanno confermato che c’è un collegamento stretto tra la condizione economica del nucleo familiare e la scelta di lasciare la scuola anzitempo. In particolare, nel caso in cui abbiamo comuni con meno dell’1% di famiglie a disagio, la percentuale di comuni con abbandono scolastico si attesta al 37,15%. Statistiche che aumentano di pari passo: tra l’1 e l’1,9% di famiglie a disagio c’è il 43,57% di abbandono; tra il 2 e il 2,9% c’è il 53,19%; tra il 3 e il 4,9% c’è il 63,58%; tra il 5 e il 9,9% c’è il 78,3%; oltre il 10% c’è il 98,18%.

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Tutto ciò va correlato ad altri fattori. Uno dei tanti, ad esempio, è l’aumento della povertà tra i bambini. Nel corso dell’ultimo decennio, per colpa della crisi economica, le condizioni delle famiglie italiane sono peggiorate. Secondo recenti dati ISTAT (giugno 2018), nel 2005 le persone in povertà assoluta (non possono permettersi le spese minime per condurre una vita dignitosa) erano il 3,3%, mentre nel 2017 sono più che raddoppiate, toccando l’8,4%, con un’incidenza molto forte tra i minori (12%). Inoltre, oggi come oggi, vige una tendenza particolare, poiché la quota di individui in povertà aumenta al diminuire dell’età: nel 2005 i poveri fino a 17 anni erano al 3,9%, mentre i 65enni e oltre si affermavano al 4,5%; oggi, invece, i più giovani arrivano al 12,1%, i più anziani al 4,6%. Sempre prendendo in esame i dati ISTAT, più una famiglia ha figli, più le condizioni economiche si aggravano. Nel 2017, una coppia senza figli in povertà assoluta toccava il 5%, con 1 figlio il 6,3%, con 2 figli il 9,2%, con 3 o più figli il 15,4%. Inevitabilmente, questo fenomeno ha determinato il calo delle nascite (meno di 460 mila dal 2001 al 2017).

Un altro elemento su cui vale la pena riflettere parecchio riguarda la spesa pubblica per l’istruzione. Il rapporto Ocse “Education at glance 2018 indica che l’Italia, dal 2009 al 2012, ha ridotto considerevolmente la spesa dagli oltre 70 miliardi ai 65,4. Eurostat rincara la dose: il nostro paese è il quintultimo tra le nazioni appartenenti all’UE per spesa in istruzione rispetto al PIL. Nel dettaglio, l’Italia spende il 3,9% del PIL, dato inferiore alle media europea (4,7%) e a paesi come Francia (5,4%), Regno Unito (4,7%) e Germania (4,2%). Prendendo in considerazione, invece, la spesa in educazione rispetto al totale della spesa pubblica, sempre secondo Eurostat, l’Italia si ferma al 7,9% (2016), anche se precedentemente spendeva qualcosina in più (9,1% nel 2008). Si tratta di una percentuale comunque minore rispetto la media europea (10,2%), la Germania (9,5%), il Regno Unito (11,2%) e la Francia (9,6%).

In soldoni, i problemi riguardanti l’istruzione si riflettono fortemente sui minori, con un’incidenza alla povertà assoluta che tende a salire, ma riguarda anche la società, soprattutto in termini di costi maggiori nel welfare e nell'iniquità sociale, visto che l’abbandono scolastico tende a trasmettersi da una generazione all'altra. Al momento, anche visionando la nuova Legge di Bilancio, non sembrano esserci possibili soluzioni per il prossimo avvenire. Purtroppo.

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