Dopo l’Expo, il Mose.

Il susseguirsi dei fenomeni corruttivi su larga scala nel nostro Paese appare ormai senza soluzione di continuità, investe ogni settore ed anfratto della gestione della cosa pubblica: dall’organizzazione di eventi di portata internazionale alla costruzione di grandi opere, dal fronte della sanità a quello dei rifiuti e via discorrendo.

Ogniqualvolta l’attività di governo si traduce in spesa di denaro pubblico, il rischio di una deviazione dagli scopi istituzionali è dietro l’angolo, ma nell’Italia del 2014 sembra che ciò sia divenuto la regola, relegando l’oculata amministrazione nel recinto delle eccezioni. Le news e i lanci d’agenzia su scandali e arresti eccellenti, del resto, si susseguono ormai in maniera routinaria, stentando persino ad assurgere a notizia del giorno o, addirittura, a suscitare per più di qualche minuto l’attenzione del lettore, sempre più convinto dell’esattezza matematica dell’equazione “politica=corruzione”.

Che la corruzione sia fenomeno umano, per molti versi coessenziale all’esercizio del potere, e innegabile. Basta andare a ritroso nel tempo per averne conferma. Nell’antica Roma persino Marco Porcio Catone detto il Censore (234-149 a.C.), quintessenza della moralità nella gestione della res publica, fu lambito dal venticello delle accuse di corruzione per ben quarantaquattro volte, anche se probabilmente la maggior parte di esse fu costruita a bella posta dai suoi avversari politici nel tentativo di scalzarlo.

Quel che caratterizza oggi nostro Paese, tuttavia, è la “solidificazione culturale” del fenomeno, il suo esser diventato per decantazione un dato strutturale della società, dal quale sembra impossibile prescindere nonostante le crociate liberatorie promosse da partiti e movimenti che hanno conquistato popolarità e costruito la loro fortuna proprio marcando le differenze dalla “Roma Ladrona” (la Lega di Bossi) o dalla Casta dei politici (il Movimento Cinque Stelle di Beppe Grillo).

Arrivando magari a invocare improbabili processi popolari in rete, nei confronti di politici, industriali e giornalisti, uniti in un pactum sceleris tutto da dimostrare. Se però il patto non c’è – basterebbe ricordare allo smemorato leader pentastellato come nel 2007 fu proprio un libro-inchiesta scritto a quattro mani da Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo (La casta. Così i politici italiani sono diventati intoccabili), di professione giornalisti, a scoperchiare il vaso di Pandora degli sprechi di risorse pubbliche, dei privilegi e delle disonestà in genere della classe politica del Belpaese, perpetrate nella logica dell’autoconservazione – è vero che, nonostante mutamenti più o meno profondi e operazioni di restyling del ceto politico nazionale, quel che viene a galla (a Venezia come a Milano e in tanti altri luoghi della nostra povera patria) è non soltanto la conseguenza di singoli comportamenti irrispettosi della legge, ma anche l’epifenomeno di un’autoreferenzialità diffusa e all’apparenza non sradicabile, di una distanza siderale dagli interessi della gente dei quali ci si dovrebbe occupare nel momento in cui si accetta di svolgere una funzione pubblica.

«Le regole ci sono, il problema sono i ladri», ha detto ieri il Premier.

Non si può che condividere il suo pensiero, nel momento in cui afferma che le norme esistono (lo conferma, del resto, per tabulas l’azione continua e incisiva dell’autorità giudiziaria) e che non si deve dubitare della loro efficacia in chiave repressiva.

Meno convincente appare invece il Presidente del Consiglio quando invoca – in maniera per la verità un po’ propagandistica, se guardiamo al linguaggio calcistico usato, certamente efficace sotto il profilo della comunicazione – un Daspo anche per politici e imprenditori coinvolti in vicende corruttive, promettendo interventi ‘a stretto giro di posta’ sulle regole degli appalti pubblici. O, ancora, quando – in un inciso (forse inconsapevolmente) alla Grillo afferma che, fosse per lui, indagherebbe i politici corrotti per “alto tradimento”.

Dimenticando che l’etica pubblica e la cultura della legalità costituiscono sempre più un oggetto misterioso nel nostro Paese. Certo, restituirle all’Italia in misura dignitosa costituirebbe un’operazione lunga e complessa, fuori dai tempi fulminei della politica spicciola, che richiederebbe uno sforzo congiunto in tutti i luoghi dell’educazione e della formazione, a partire dalle scuole tanto care al Matteo Renzi-sindaco.

Operazione tanto più ardua in un tessuto sociale come il nostro, sempre  più scandito da individualismi e personalismi replicati e offerti all’opinione pubblica come modelli di riferimento proprio dagli esponenti (vecchi e nuovi) della classe politica, ma che un Primo Ministro che si propone di “cambiare verso” all’Italia dovrebbe prendere nella dovuta considerazione.

*editoriale pubblicato su La Gazzetta del Mezzogiorno del 6 giugno 2014.