La decorrenza del 1 maggio è divenuta in Italia un giorno dedicato alla  crisi occupazionale. Dati da record negativo soprattutto al Sud evidenziano il maniera netta la distanza abissale tra il Sud Europa (con l'Italia e la Grecia in testa a tutte) ed il Centro – Nord Europa.  Nonostante i grandi cambiamenti nel mondo del lavoro legati alla globalizzazione , al boom delle tecnologie legate alle nuove comunicazioni (acquisto su store internazionali attraverso semplici device) , la nostra economia sembra ancora incapace di far fronte ad un problema che non sembra poter avere risoluzione nel breve, in virtù dell'assenza di politiche realmente innovative legate al lavoro.

Nascono così iniziative come il reddito di cittadinanza o forme similari, che seppur nate sulla base di ottime intenzioni, nel concreto appaiono ulteriormente mortificare la naturale propensione umana a crescere, evolversi ed essere indipendenti anche economicamente.  Siamo così incapaci di creare opportunità di lavoro al punto tale da certificare il tutto con misure che prevedono reddito per il solo fatto di essere nati.  Siamo passati dai contributi a pioggia a chi presentava business plan senza reale modello competitivo a finanziamenti per chi non immagina di fare impresa, ma piuttosto di essere dipendente da impresa o ente pubblico.

E così muta anche la mentalità dei giovani: il posto di lavoro diviene non più l'inizio di un lungo cammino, ma un obiettivo a tratti chimera.  Le selezioni pubbliche hanno code da stadi. I placement delle Università sono modesti. Pochissime idee e soprattutto una generalizzata mancanza di mentalità necessaria per il lavoro.  Chiariamo meglio il concetto.

Ogni lavoratore dovrebbe immaginare di produrre un valore almeno pari a quello della retribuzione.  Ora siamo realmente convinti che ogni lavoratore sia in grado di raggiungere questo traguardo minimo ? Il dubbio non è legato alle competenze e men che meno alle esperienze.  Ciò che appare essere un gap generalizzato è nella mentalità, nella capacità di rappresentare realmente per l'impresa un valore aggiunto. Emerge così un vero bug nella formazione di giovani e meno giovani: la costruzione della mentalità.  Il sapere è oramai un elemento che va dato per scontato e non dovrebbe essere più elitario.  In ragione di ciò la differenza oggi è tutta nella mentalità.  In tal senso occorre formare i giovani in questa che appare una barriera all'entrata concreta e difficilmente superabile.  E' ciò che un tempo era la laurea: un requisito essenziale per superare la "qualifica" imposta dal mercato del lavoro.

In assenza di istituzioni deputate a favorire questo passaggio epocale,  il nuovo diktat nazionale dovrebbe essere: formare imprenditori (agevolando di fatto la loro propensione all'imprenditorialità ) e creare mentalità in coloro che scelgono di non sostenere direttamente la strada dell'impresa, ma di divenire parte integrante.  Per ora tutto tace