Il nostro Paese non è uno Stato.

Le immagini diffuse sabato sera da Rai 1 dell'Olimpico di Roma, tenuto in ostaggio dalle contrapposte tifoserie di fronte agli occhi attoniti di tanti bambini presenti in loco e di milioni di telespettatori interdetti e preoccupati da quanto stava accadendo, infine liberato dall'"Ok, si giochi!", di Genny ‘a carogna, il capo degli ultras partenopei inquadrato in primo piano con addosso una maglietta inneggiante alla libertà di Antonino Speziale (l'ultrà del Catania condannato per la morte di Filippo Raciti avvenuta a Catania nel 2007 a seguito degli scontri con le forze dell'ordine al termine del derby Catania-Palermo), testimoniano la debolezza delle istituzioni.

Ed anche di un servizio pubblico alquanto improbabile e poco adeguato, a sentire la telecronaca di quei tre quarti d'ora d'attesa culminati nell'annuncio entusiastico e liberatorio di Stefano Mattei e Alessandro Antinelli: «Un tifoso del Napoli, a nome di tutta la tifoseria, ha detto giochiamo» (… sic!)

Un episodio del genere, ha giustamente sottolineato qualcuno, non sarebbe mai potuto avvenire negli Stati Uniti di Barack Obama o nella Germania di Angela Merkel.

E non perché non si verifichino o non si possano verificare anche da quelle parti situazioni concrete d'emergenza, ma perché la gestione dell'ordine pubblico è differente e mai approssimativa. E il senso dello Stato e delle istituzioni, va detto, è sicuramente più elevato ad ogni livello.

Il tutto è aggravato dalla circostanza che la vicenda si è dipanata alla presenza – in tribuna d'onore – del Presidente del Consiglio Matteo Renzi (in veste di tifoso della Fiorentina) e del Presidente del Senato Pietro Grasso (già capo della Direzione nazionale antimafia) , la seconda massima carica dello Stato.

Come sempre accade in Italia, l'aspra polemica scoppiata in queste ore è destinata a spegnersi nei prossimi giorni, con buona pace di tutti.

Gli stadi torneranno ad essere affollati, le partite ad iniziare in orario, i politici alla loro campagna elettorale (permanente), i cittadini a fare i conti con un Paese dal diffuso senso d'illegalità, in cui cori e slogan calcistici non inneggiano alla squadra del cuore ma alla memoria offesa di un ispettore di polizia, considerato il simbolo del nemico pubblico numero uno da colpire: le istituzioni.

Se questo è uno Stato…