Il XX secolo si è caratterizzato per drammi collettivi sfociati in conflitti globali che hanno prodotto milioni di vittime. È seguita una stagione in cui, consapevoli delle conseguenze dell’odio di massa, si è fatta strada una visione – scandita da dichiarazioni universali e convenzioni sovranazionali – nella quale si è posto al centro della vita sociale l’uomo e il rispetto dei suoi diritti fondamentali. Una via che sembrava essere a senso unico e che, invece, sempre più spesso è smentita da improvvise deviazioni, da inversioni di marcia che corrono il rischio di diventare la normalità.

La vicenda di El Paso, l’ennesima negli Stati Uniti, conferma e consolida la crescente supremazia delle armi nell’Occidente al tramonto. E non solo in America, dove le armi si comprano al supermercato o su internet con la stessa facilità di un hamburger. La legislazione a stelle e strisce sul punto è tra le più permissive al mondo, foraggiata dalla lobby del settore e dalle grandi companies che ne fanno parte (producendo 240 miliardi di dollari all’anno di fatturato). Ed è supportata da una lettura edulcorata del II Emendamento della Costituzione federale che sancisce «il diritto del popolo di tenere e portare armi», in un’ottica peraltro superata perché legata al momento storico in cui la previsione è nata (1791), all’indomani della Rivoluzione americana. Difficile, tuttavia, rimuovere lo stato delle cose, ormai radicato. Anche gli sforzi di Barack Obama per rivedere la normativa sono risultati vani. Non più tardi dello scorso febbraio Donald Trump ha minacciato di esercitare il suo potere di veto nei confronti di una legge approvata dalla Camera dei rappresentanti che si proponeva di limitare il possesso delle armi, e nel 2018 invitava gli insegnanti ad armarsi per fermare le ricorrenti stragi.
E così accade che un suprematista bianco – fautore della superiorità della propria razza rispetto alle altre – si renda protagonista di una strage, realizzata proprio in un supermercato (a volte la realtà assume forme paradossali, quasi un contrappasso) facente parte di una delle maggiori catene americane, la Walmart. Più in generale, si tratta di odio verso la diversità, nelle sue varie declinazioni. È il tema che, sotto varie sembianze, attraversa il terzo millennio. Non occorre avere facoltà divinatorie per prevedere che non sarà certo l’ultima. Giusto ventiquattr’ore dopo un altro episodio – meno grave solo sotto il profilo del bilancio di vite spezzate – si è verificato a Dayton, in Ohio. Ancora un giorno di ordinaria follia.

Al di là di questi estremismi – dai quali siamo ad oggi fortunatamente esenti – anche l’Italia e altre Nazioni della Vecchia Europa non godono di ottima salute. Mancano le stragi – è vero – ma il messaggio della giustizia “fai da te”, del far west legalizzato, circola e si autoalimenta. Eloquente la vicenda della riforma della legittima difesa, e del relativo dibattito sviluppatosi qualche tempo fa, che evoca i medesimi paradigmi culturali (e sociali) che stanno alla base dell’amore incondizionato per le armi da parte degli americani. Legittima difesa sì, legittima difesa no, e in quali limiti?
Alcune forze politiche – più o meno consapevolmente – hanno veicolato un messaggio pericoloso (peraltro estraneo alla nostra tradizione) che legittima l’uso delle armi a fronte di aggressioni alla persona o al patrimonio. Trascurando di osservare che questa, comunque, sarebbe una sconfitta dello Stato, un’autodenuncia della propria incapacità di garantire l’ordine e la sicurezza pubblica.
Lo Stato nasce essenzialmente per tutelare gli appartenenti alla comunità dalle aggressioni fisiche provenienti dall’esterno (altri Stati e comunità confinanti) o dall’interno (chi di quella comunità fa parte). Declinare (in tutto o in parte) tali compiti, rimettere tali prerogative agli imponderabili andamenti delle relazioni sociali – nelle quali solitamente prevale il più forte – significa affrancarsi da responsabilità primarie nella gestione dei pubblici poteri. Il tema dell’uso (e dell’abuso) delle armi, insomma, ha una sua centralità spesso dimenticata. Fucili e pistole erano considerate fino al secolo scorso principalmente come strumenti di difesa collettiva, il carburante delle guerre. Ora, che le guerre sono diventate virtuali, cyberwars e comunque sempre meno combattute sul campo, si stanno trasformando sempre più in uno strumento di difesa – e di offesa – personale.

Sono fortunatamente ancora appannaggio della creazione letteraria e cinematografica scenari apocalittici e oscurantisti alla Fuga da New York (1997), il film di John Carpenter interpretato da Kurt Russell nel ruolo dell’inquietante Jena Plissken, ex eroe di guerra pluricondannato chiamato a liberare il Presidente degli Stati Uniti caduto in ostaggio dei detenuti che popolano l’isola di Manhattan ridotta ad enorme penitenziario, ad una terra di nessuno nella quale ogni regola è bandita e a dettar legge è la violenza.
Tuttavia, è bene non abbassare la guardia. Il rischio è quello dell’assuefazione a breaking news tremende che attraversano il quotidiano, dell’indifferenza rispetto a mutamenti sociali assai pericolosi. E l’indifferenza, si sa, è alla base delle più grandi tragedie dell’umanità.