Lo so, la politica di questi tempi non offre spunti particolarmente esaltanti.

Non perché la situazione sia bloccata, cristallizzata, quasi ripetitiva come ai tempi della cosiddetta “prima” o “seconda” repubblica, ma esattamente per il suo opposto: è infatti particolarmente difficile il processo di identificazione in un partito o in un’area ben definita, diretta conseguenza di un’epoca fintamente post-ideologica e dominata da egocentrismo, personalismi effimeri, leader autoreferenziali in grado di brillare sulla spinta di un consenso pronto a salire rapidamente così come a sparire in men che non si dica.

Non è un bene, come i più attenti osservatori sanno; quando la politica è debole, i condizionamenti dei poteri forti sono più incisivi.

Dunque, nessuno spunto esaltante, come si diceva. Nello stesso tempo, tuttavia, le elezioni europee che si terranno il 26 Maggio hanno un elemento di importanza oggettivo: mai prima d’ora era stato  in ballo il concetto stesso di Unione Europea così come la conosciamo.

La spinta dell’ondata “populista e sovranista”, capeggiata in ogni paese da partiti della nuova destra, in alcuni casi addirittura inclini a nostalgie neofasciste, è molto forte: nel nostro Paese i partiti al governo, Movimento 5 Stelle e Lega, le rappresentano, godendo dunque di una visibilità imponente.

Per quanti credono che la destra vada fermata, che l’Europa vada cambiata profondamente ma non smantellata, pena il ritorno ad un continente di nazioni indipendenti che nella storia, drammaticamente, hanno saputo farsi la guerra come in nessun altro posto del mondo, è naturale cercare la sinistra come difesa da questo pericolo.

Già, la sinistra.

Vi sono, a tal proposito, due atteggiamenti prevalenti nell’elettorato.

Il primo è fatto da chi, durante l’epopea renziana e anche dopo la sua fine, culminata, dopo un anno di elaborazione del lutto, nella nuova gestione di Nicola Zingaretti, è alla ricerca di un’anima di sinistra proprio in quel partito.

Il punto è proprio questo: c’è ancora quell’anima? La ricerca ha qualche possibilità di successo?

Il nuovo segretario è senz’altro molto diverso da Renzi, sia per storia politica (proveniente dal PCI e alla guida, oggi, della Regione Lazio con coalizione allargata) che per temperamento personale. E’ dunque chiaro che qualcosa si è mosso, non di poco conto.

Allo stesso tempo, è oggettivo che la minoranza fedele all’ex premier è ancora forte, sia come presenza numerica che come influenza della posizione politica: basta pensare al fatto che uno dei candidati più forti schierati dal PD sarà l’ex ministro delle infrastrutture Carlo Calenda, persona di certo carismatica ma, a conti fatti, del tutto in continuità con le politiche fatte in quegli anni.

La sua tesi è che il principale errore fatto sia stato quello di non essere riusciti a “comunicare” la bontà delle iniziative e delle leggi portate avanti. Capito? Abolire l’articolo 18, detassare la casa anche ai ricchi, aumentare la soglia dei pagamenti in contate o proporre una timida “APE” (anticipo pensionistico) per attenuare gli effetti della legge Fornero furono, seguendo il suo ragionamento, cose di sinistra ma purtroppo non ben spiegate alle persone.

Come sarà possibile per Zingaretti tornare a far coesistere queste posizioni con quelle di chi era uscito, Bersani e D’Alema, a loro volta rapidamente interessati a stringere nuove alleanze o addirittura a schierare propri candidati (provenienti dal movimento Articolo1) in quella lista?

Insomma, la ricerca di sinistra nel PD appare come una caccia al tesoro in un labirinto al momento inestricabile.

Un’altra parte di elettorato progressista, tuttavia, stanco da questa eterna ricerca, a cui non intende più affidare nuove energie, ritiene, più semplicemente, che la sinistra, più che cercata, vada costruita e votata. Votata!

Alle scorse elezioni nazionali c’era stato il tentativo di “Liberi e Uguali”: l’unione di Sinistra Italiana (proveniente da SEL) e Articolo 1 (ultimi fuoriusciti dal PD).

Il risultato fu molto sotto le aspettative, poco sopra la soglia di sbarramento, del 3%.

Deludente, ma che non avrebbe dovuto giustificare, grazie alla comunque assicurata presenza parlamentare, la rinuncia a formare un partito.

Invece così è stato, purtroppo.

Articolo 1, come detto, è frettolosamente tornato a gravitare nell’orbita PD, quello non renziano ma nemmeno post-renziano.

Sinistra Italiana, invece, coerentemente, è andata avanti nella sua autonomia e si presenta alle elezioni europee con la lista “La Sinistra”.

Perché votarla per sostenere il campo progressista tanto nel continente quanto nel nostro Paese? Le ragioni sono sostanzialmente due.

La nostra società, dato spesso comune a tutti i maggiori paesi industrializzati, soffre di alcuni mali derivanti dalle politiche neoliberiste messe in campo negli scorsi decenni.

Spaventosa concentrazione della ricchezza in poche mani come mai avvenuto nella storia dell’umanità (nel nostro Paese l’1% della popolazione detiene il 25% del patrimonio nazionale).

Evasione fiscale da parte delle grandi aziende multinazionali così come in larghi strati della popolazione attiva nel lavoro autonomo.

Disoccupazione endemica e inaccettabile che, in Italia, si attesta da decenni sopra il 10% (con tassi di quella giovanile molto più alti).

Ritmi di vita ormai assurdi, totalmente incentrati sul lavoro a danno degli interessi personali, causa di frustrazione, alienazione sociale e rifugio morboso nei social network (usati come simulacro di una vita diversa, artificialmente collettiva).

Pochi investimenti in settori culturali, nella scuola pubblica e nella ricerca scientifica; troppo lenta transizione verso un’economia più sostenibile sul piano ambientale.

Attacco ai diritti sociali conquistati negli scorsi decenni e chiusura verso un’estensione degli stessi.

Ebbene, Sinistra Italiana e la lista “La Sinistra” che si presenterà alle prossime elezioni europee,  appaiono determinati (talvolta purtroppo solitari) a proporre soluzioni concrete e coraggiose a questi problemi.

Tassa patrimoniale, osteggiata purtroppo anche dal PD, utile a recuperare soldi lì dove in questi anni si sono vergognosamente accumulati, spesso anche con evasione fiscale di massa, in modo da rendere possibile una redistribuzione della ricchezza ormai urgente, a vantaggio delle classi meno abbienti e della classe media, smarrita e impaurita da un impoverimento concreto.

Lotta senza tregua contro i “paradisi fiscali”, molti dei quali situati proprio in Europa, strumento principe delle miliardarie multinazionali per eludere clamorosamente e beffardamente il fisco dei Paesi in cui operano.

Riduzione dell’orario di lavoro a parità di salario, per redistribuire meglio quello che c’è (in un’epoca in cui la tecnologia brucia più posti di quanti ne crei) e ridare tempo libero alle persone, liberandole dalle catene a cui sono legate attraverso ritmi personali e familiari insostenibili.

Più investimenti in cultura, economia sostenibile e verde e riaffermazione dei diritti sociali oggi messi clamorosamente in discussione dalla nuova destra che si affaccia con volto aggressivo sulla scena politica.

Dunque, un primo motivo per sostenere “La Sinistra” è basato, oggettivamente, sui programmi e le proposte. Votare la sinistra, in altre parole, senza cercarla (spesso inutilmente) da qualche altra parte.

Un’altra buona ragione, tuttavia, per scegliere questo voto progressista è influenzare le future politiche del Partito Democratico. Più ci sarà, infatti, un polo forte alla sinistra di quel partito, più la sua classe dirigente sarà costretta a tenerne conto, rimodulando le sue posizioni in vista di una possibile alleanza alle prossime elezioni nazionali, in cui poter sfidare la destra senza dover necessariamente svendersi al Movimento 5 Stelle.

Questa cosa è già avvenuta diversi anni fa: il PDS, e poi DS, era molto più spostato a sinistra di quanto non sia oggi il PD in quanto il peso di Rifondazione Comunista e il carisma personale di Fausto Bertinotti, rendeva impossibile escluderlo da alleanze e programmi politici.

Se ci pensiamo, la deriva verso il centro e il moderatismo del PD, con perdita di milioni di voti ex-DS, è avvenuta proprio quando si è pensato di poter fare a meno della sinistra più “estrema”.

Un processo che si è concluso con la perdita della stessa identità di sinistra, anche quella più moderata!

Il voto forte a “la Sinistra”, dunque,, servirebbe paradossalmente proprio al Partito Democratico, per aiutarlo a trovare, allo stesso tempo, un’anima finalmente progressista e un futuro consistente alleato.

Due cose di cui il Paese ha bisogno per  non lasciare, definitivamente, il trono del potere a Matteo Salvini e la destra che in lui ormai si riconosce.