La miglior critica che si possa fare al sistema "lavoro" la fa un film, Due giorni, una notte di Jean-Pierre e Luc Dardenne. E la fa sottilmente, senza insinuazioni o lungaggini. C'è una protagonista, Sandrà, interpretata da una stupenda Marion Cotillard, e c'è la sua storia e c'è un'ambientazione. Un'ora e mezza per un film che racconta – proprio come suggerisce il titolo – "due giorni e una notte" di una giovane madre che deve combattere per riottenere il proprio posto di lavoro.

È un film intenso, intimo, che mette lo spettatore in prima fila, accanto alla protagonista. Non c'è retorica; non c'è nemmeno quel sentimentalismo vano e vacuo a cui, quando si parla di lavoro, siamo abituati. C'è una rappresentazione fedele di una situazione verosimile: un lavoratore, per essere i più generici possibili, che viene licenziato (mentre è a casa per malattia, ndr) dopo una votazione indetta dal suo capo, che si è accorto che "il lavoro può essere fatto anche in sedici" e non per forza in diciassette. Sui piatti della bilancia, vengono messe la dignità della persona e la retribuzione. Se i colleghi della protagonista, infatti, voteranno a favore del suo licenziamento, riceveranno un bonus di 1000 euro (quindi no, non c'entra la crisi. I soldi ci sono. Ma perché mantenere così tante persone?).

Al primo giro di votazioni, Sandrà è fuori. In due giorni e una notte, deve rintracciare tutti i suoi colleghi e convincerli a votare per lei – perché questo lavoro le serve, e le serve per vivere. Alla fine, tutto si riduce a questo: che cosa siamo disposti a fare pur di lavorare. Pur di avere un posto. Pur di avere dei soldi in tasca. Il lavoro nobilita l'uomo, si dice sempre. Ma quando lo costringe a diventare quello che non è, e cioè disumano e antisociale, vale la pena lavorare? Convivere con un rimorso terribile come quello di aver licenziato (che significa: averle tolto tutto, dignità, forza, una posizione) un'altra persona (perché potevo, perché avevo bisogno di quei soldi per una nuova mansarda; perché sì, semplicemente) è davvero possibile? È davvero, insomma, il minore dei mali?

Poi c'è il lato personale della vicenda. C'è Sandrà con la sua depressione, da cui a fatica è guarita – un baratro nero, senza fondo, in cui può ricadere in qualsiasi momento, e sul cui orlo, per tutta la durata del film, si muove. Non bastano le rassicurazioni e gli incoraggiamenti di suo marito. Non bastano i suoi due figli, la vicinanza degli amici – Sandrà, prima che per il suo lavoro, deve lottare per rimanere se stessa. Per tornare quella che era. Il pregiudizio, quello irragionevole e paranoico, la influenza, scoraggiandola. La più grande sfida, Sandrà la combatte sul piano personale.

I Dardenne dicono tutto questo, e lo dicono mettendo su pellicola una storia che fila perfettamente, pulita nella sua immediatezza. La regia è una regia silenziosa, che sta in disparte; che non si intromette mai anche se, sapientemente, fa cadere l'occhio dello spettatore dove vuole. La sceneggiatura è essenziale; i dialoghi sono, come il resto del film, verosimili. E poi c'è la Cotillard con la sua interpretazione – un'interpretazione, non esagero, da Oscar. Perché non è più l'attrice che recita quella che vediamo sullo schermo. È un'altra donna, un'altra persona, vera, verissima, alla quale finiamo per sentirci legati: mentre la seguiamo nel suo tour, mentre ascoltiamo il racconto della sua sofferenza, e quando ci soffermiamo sullo spaccato di vita vissuta, che è di Sandrà, certo, ma che può essere anche quello di un qualsiasi altro lavoratore.

Due giorni, una notte non è un documentario, ma ne ha sicuramente la forza.